Viva la gioventù
Due anni fa, mia figlia è caduta mani e piedi nel tunnel delle Olimpiadi e io le sono andato dietro. Non seguo più lo sport con l’ossessività dei vent’anni o giù di lì ma quando mi lascio acchiappare ci vado ancora sotto e, insomma, ci siamo divertiti un bel po’. Era quindi forse inevitabile che si presentasse all’appuntamento con le Olimpiadi invernali bella carica e, dopo qualcosa come dieci minuti della prima giornata trascorsi cercando di capire cosa venisse proposto dalla TV pubblica, si decidesse di scucire la decina di euro necessaria per avere accesso a TUTTO. Da lì son partite due settimane magari meno totalizzanti rispetto a quelle del 2024, fosse anche solo perché non essendo durante le vacanze scolastiche era più complesso, ma in cui sono andati serenamente a farsi benedire i limiti legati al tempo passato davanti agli schermi e agli orari in cui si va a nanna. Ed è stato un gran spacco, con lunghe serate in tre appiccicati alla TV a tifare ed emozionarci.
Ovviamente è stato un gran divertimento seguire, scoprire e farle scoprire un po’ tutte le discipline, andare matti per le acrobazie di questa gente che sembra aver deciso di usare lo sport per tentare di ammazzarsi schiantandosi di qua e di là, tifare per le medaglie (e non) italiane (e un po’ pure francesi e giapponesi e coreane e cinesi e boh più o meno di chiunque, tutto sommato), vivere momenti spezza cuore sui sorpassi all’ultimo secondo che l’han fatta/ci han fatti urlare e lacrimare, trascorrere serate lunghe finite in sbadigli. Insomma, uno spacco, con tra l’altro le paralimpiadi in arrivo a breve.
È una settimana circa che il signor Algoritmo ha capito tutto e mi propone praticamente solo contenuti legati ad Alisa Liu, Eileen Gu, Kaori Sakamoto che fa la buffissima, magari qualche altra pattinatrice e davvero poco altro.
Eh, insomma, che emozione vedere Choi che si schianta brutalmente due volte e poi stacca lo stesso l’oro zoppicando, o le medagliate del pattinaggio di velocità italiano, le scopettate del curling e mia figlia che si appassiona all’hockey. Ma se c’è una cosa in assoluto che mi rimane, è quel momento (e tutto ciò che ha generato) in cui mi ha figlia ha detto che voleva assolutamente guardare il pattinaggio artistico, perché le piace tanto. Io il pattinaggio artistico non l’ho mai seguito, vai a sapere perché, forse per colpa di un imprinting che da ragazzino me lo faceva istintivamente inquadrare come roba da femmine, boh.
Però, il capo ha chiesto, il capo ha ottenuto. Ci siamo piazzati a seguire il pattinaggio artistico e questa cosa ha generato due fra le settimane più emozionanti della mia vita (o quantomeno di quella fetta della mia vita che viene dedicata al guardare roba sportiva col culo piazzato sul divano). Mamma mia che spettacolo, che divertimento, che emozioni. Sarà anche il momento giusto del mio percorso mentale ma l’ho presa proprio sul personale: ogni volta che qualcuno sbagliava un salto, s’appoggiava male, non eseguiva alla perfezione, io ci soffrivo, chiunque fosse. Lampi di gioia, occhi lucidi, lacrime, festeggiamenti, una roba allucinante, che prescindeva dal tifo e m’ha fatto piangere, ridere, gioire e gasare come poche cose che abbia mai osservato attraverso uno schermo.
Che cosa folle, che tensione, che turbinio di colpi di scena che manco in un thriller. Che roba incredibile, quella finale maschile con Shaidorov che, cito un amico, “sembrava Fantozzi quando ha vinto il sorteggio in sala mensa per andare al casinò”, l’ansia, il terrore e il dispiacere nel vederli cadere tutti, anche Malinin, che con tutte quelle sue cadute e con quello sguardo riesce anche a spezzare la furia del tifo contro di mia figlia, la gioia per il favorito di mia figlia Sato e così via, la competizione femminile, il dispiacere totale per Amber Glenn, individuare subito Alisa Liu senza avere idea di chi fosse durante la competizione a squadre e iniziare a chiamarla “Ape”, innamorarmi immediatamente della personalità e del modo di pattinare di Ami Nakai, appassionarci, gasarci, seguire la finale femminile in quel tripudio di emozioni fra le tre sul podio, Kaori Sakamoto disperata per quell’errore che le costa l’oro alla sua ultima olimpiade, quel momento bellissimo di Ami Nakai convinta di essere uscita dal podio e che poi esplode quando “capisce” il punteggio, le lacrime e l’abbraccio, i festeggiamenti, quella che urla, quello che piange, quell’altra che cade, mia figlia che diventa una devota di Ape e adesso vorrebbe farsi i capelli anche lei così, mamma che bello!
Un tema ricorrente in casa era quest’idea che quando pattinano sembrano tutti adulti, poi si fermano e improvvisamente vengono fuori i bambini che in larga misura sono ancora. ♥
E l’ho ringraziata, mia figlia, perché con la sua richiesta di seguire quell’evento mi ha fatto scoprire una cosa bellissima che non avevo mai seguito, che mi ha dato un sacco e che senza di lei avrei probabilmente continuato a non seguire. Del resto, oh, una fetta enorme del bello di avere figli è il modo in cui ti cambiano e ti migliorano, indirettamente e direttamente, ti fanno scoprire cose, te ne mostrano altre con uno sguardo diverso attraverso i loro occhi senza filtri che le guardano onestamente. Poi, chissà, magari era semplicemente l’anno giusto, e in altri anni non mi ci sarei appassionato. Certo è che è una bellezza seguire lo sport attuale e i giovani dello sport attuale. Già l’avevo notato in larga misura alle olimpiadi di due anni fa ma qui è andata veramente oltre ogni limite: che trionfo di gioia, di sportività, che sorrisi, che emozioni, che lacrime. Quegli abbracci fra vincitori e sconfitti, quei sorrisi fra le pattinatrici, quel senso di appartenenza e di spirito gioioso e positivo a fronte di giornalisti e commentatori spaccamaroni che faticano ad accettare l’esistenza di una mentalità vincente diversa da quella tossica con cui sono stati educati. Che follia pensare che lo sport di Alisa Liu, del suo sorriso, del suo atteggiamento libero, spensierato e padrone di sé, sia lo stesso di Tonya Harding. Che spacco guardare Eileen Gu rispondere a quella maniera alle domande di certi giornalisti e che bellezza vedere anche qualche giornalista che apprezza, ammira e rispetta cercando di mostrarsi all’altezza dell’occasione.
Regaz, son belli i giovani. E i vecchi scureggioni che si lamentano perché ai loro tempi non erano così scansafatiche sono i lassativi della nostra esistenza. Ignorateli. Guardate in faccia queste bellezze e trovateci dentro un po’ di speranza.
Un saluto anche a Sanremo, a proposito di giornalisti impresentabili che non riescono ad essere all’altezza di chi hanno davanti.
Cosa c’entra tutto questo con Outcast? Non lo so, magari qualcosa c’entra in maniera molto vaga, o magari è solo che ormai ho deciso di aprire ogni mese qua dentro scrivendo della prima cosa che mi passa per la testa. Comunque una roba in topic mi sembra giusto scriverla: a marzo, in teoria, avremmo dovuto lanciarci in una Cover Story dedicata alle spy story, agganciandoci all’uscita di 007: First Light. Avevamo pure previsto il Retroutcast dedicato, con Elevator Action. Solo che il gioco di IO Interactive esce a maggio, quindi la Cover Story l’abbiamo spostata a maggio, quindi a marzo niente Cover Story. No, non è vero, si allunga la Cover Story su droga e dipendenze, che rotola placida, tranquilla, scazzata e chill per il secondo mese consecutivo, lasciando spazio per qualche contenuto in più, fra ritardi e proposte aggiuntive. Un approccio sereno che mi sembra tutto sommato in linea con l’argomento.
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