Ancora un altro turno
Quante volte lo abbiamo detto? Quante volte abbiamo buttato un occhio all’orologio, solitamente in alto a destra, poi al pulsante, quello solitamente in basso a destra, per passare al turno successivo.
”Ancora un altro turno.”
Alcuni giochi di strategia hanno una scansione temporale divisa in “turni”, come una partita a scacchi, dove c’è una serie di azioni che si possono fare in base alla disponibilità delle risorse e una volta che queste si sono esaurite, si passa la mano a tutti gli altri giocatori fino a che il giro non ricomincia.
Civilization e Total War sono i primi che mi vengono in mente ma una dinamica additiva come la botta che dà il passaggio turno di queste esperienze l’ho avuta anche giocando a Frostpunk, con il suo ciclo giorno-accumulo di risorse/notte-consumo.
E se possibile, in quel caso il loop di gioco è ancora più serrato, con interruttori su parametri del riscaldamento da bilanciare in tempo reale per controllare il consumo delle risorse prima che queste si esauriscano e la popolazione muoia di freddo, o ti si rivolti contro, che comunque è una bella strizza, non quanto scoprire che l’ennesimo piccolo papa ha indetto una crociata contro la tua capitale perché non hai avuto abbastanza risorse per costruire una cappella a Edimburgo (è successo).
Ancora un altro turno.
Perché con il passaggio del turno abbiamo il tempo di vedere gli effetti delle nostre azioni quasi nell’immediato. Non c’è una progressione “graduale” ma un continuo soddisfare quel piccolo bisogno di endorfina che un task portato a termine correttamente rilascia nel nostro cervello. Grossomodo, è come avere sempre un piccolo premio, una piccola gratificazione, assistendo ad un evoluzione che procede a scaglioni di un turno alla volta. E maledizione se funziona.
Pigiamo sul passaggio del turno e subito il click rilascia un’onda di pura soddisfazione nel cervello. E turno dopo turno, la soddisfazione aumenta fino ad arrivare ad una sorta di disgusto, una saturazione, come una fase remissiva, dove quella roba ti giuri di non toccarla mai più. Non dura molto, ma alcune fasi sono più intense di altre. CIvilization ha proprio quella dinamica da gioco da tavolo che poi non tocchi per un po’ e quasi esce dalla tua bolla, ma è sempre lì sullo scaffale che ti guarda. Medieval 2 e Frostpunk sanno essere più subdoli con la loro narrazione emergente, e Medieval soprattutto, con quella specie di controstoria speculativa che crea scenari distopici ogni volta diversi, come la guerra tra Scozzesi e Portoghesi per non ho ben capito quali ragioni, ma avevano deciso di fare tanta strada per mare per venire a morire sotto le mura dei mei castelli in una lotta tra pezzenti.
Ma questa brillante riflessione sulla neurochimica del cervello, puramente fenomenologica, mi è scaturita perché da quando sono ritornato ad essere un giocatore PC sono ripiombato nel loop dell’amore arcaico per i Total War. Capisco non siano la roba da professionisti come i giochi di Paradox, ma almeno sono localizzati in italiano e hanno una mole di testo contenuta, cosa che non si può dire per Crusader Kings o Stellaris, che Dio li abbia in gloria. Ma, a proposito, che fine ha fatto il Grand Strategy di Paradox a tema Star Trek? Potrei quasi pensare di fare un viaggio verso l’ignoto per uno sfruttamento interessante di quella IP.
Total War per me è una rota, ma nel senso che potrei serenamente fare solo quello. E temo che per un certo periodo sia stato così, tanti anni fa. E più sono vecchi e scevri da sofisticazioni, più mi divertono. E questo loop è stato alimentato con la complicità dei saldi di Steam e i giochi gratis di Epic Store. Nel giro di un annetto,ne ho accumulati un po’, tra Medieval 2, Shogun 2, Rome 2, Warhammer 1 e 3 (questo non ricordo nemmeno di averlo comprato, aiuto), Tre Regni, Troy e Faraoni (ultima aggiunta alla collezione, 9,99, mannaggia a voi). Ma si torna sempre lì, a provare una popolazione diversa, su una mappa diversa, a spingere fino a un certo punto che non arriva un nemico inspiegabilmente incazzato come una iena con te perché magari quando il papa indice una crociata tu non fai armi e bagagli e parti.
Medieval 2 è uno di quei casi in cui rimettere mano ad un gioco dopo tanti anni non lo ha stravolto, era esattamente come lo ricordavo dalla prima volta che me lo spacciò un compagno di classe appassionato di storia e fantasy come me.
Mi dico che devo andare avanti e che devo rompere quel loop e ci riesco con insospettabile lucidità, ma lo sfizio è sempre lì, dietro l’angolo, per provare nuove civiltà, nuove situazioni, perché la versione all in che gira su steam adesso ha al suo interno anche tutte le campagne “locali” alternative a suo signoria la Gran Campagna.
Un loop brutto, OK, ma forse non brutto quanto quello che mi prese con Frostpunk.
Ora, io sono uno che dice che quando gioca non deve lavorare, quindi city builder provo a non toccarli nemmeno con un bastone, ma Frostpunk ha una dimensione survival di scarsità delle risorse e di dilemmi morali che me lo ha reso veramente interessante e divertente da giocare. Fino a che, fortunatamente, non è scivolato via dal Gamepass.
Gli strategici soddisfano un bisogno quasi primitivo di progressione crescente, dato dal raggiungimento di obiettivi mirati, spesso autoimposti, sono belli in tutti i formati e in tutte le possibile sfumature di colore e quel loop infinito fatto di miglioramenti, generazione di piccoli eserciti e barbari massacri è maledettamente divertente. Estendere il proprio regno, tenere sotto controllo i confini e i rapporti con i regni vicini fino a che per qualche motivo non scazzano e parte una spedizione punitiva di cavalleria sulla ridente cittadina limitrofa, oppure incutere timore con il racket di “accettazione o attacco”. Non appena esco dal loop brutto di Medieval 2, ho già pronto Shogun 2, che cambia alcune cose sulla gestione delle province, le cui possibilità sono molto curioso di sperimentare. Ora che sono uscito dal loop di Call of Duty (è colpa loro, hanno incartato un biennio davvero brutto), spero non mi prenda male, perché è anche a causa di cose del genere che il backlog di giochi a cui mi piacerebbe giocare fa il giro del palazzo e non si esaurisce mai.
Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a droghe e dipendenze, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.



