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Operation Stealth, il James Bond del discount

Operation Stealth, il James Bond del discount

Operation Stealth è un’avventura punta e clicca del 1990 di Delphine Software, ideata e programmata da Paul Cuisset, all’epoca reduce dal buon successo di Future Wars, del quale costituiva chiaramente un’evoluzione e un raffinamento in termini di idee e meccaniche. Grazie al successo dei suoi primi giochi, Delphine si era fatta notare ed era passata nelle mani di publisher internazionali, con U.S. Gold che distribuì Operation Stealth in Europa e Interplay che se lo assicurò per gli USA, appiccicandoci sopra una licenza di lusso e cambiandone il titolo in 007 James Bond: The Stealth Affair. Una manovra che per certi versi aveva senso, il modello d’ispirazione era chiaramente quello, ma per altri generò incongruenze evidenti, a partire dal fatto che ci si ritrovava con un James Bond al soldo della C.I.A., o giù di lì.

Comunque, il gioco era una classica avventura punta e clicca di seconda fascia di quegli anni, a cominciare da un’interfaccia che cercava di snellire e migliorare quella del gioco precedente di Cuisset e che aveva dalla sua qualche idea interessante, ma anche una realizzazione inevitabilmente un po’ approssimativa rispetto ad altri giochi dai valori di produzione superiori. Il modello d’interazione basato sul menu contestuale che si apriva e offriva i vari comandi era una buona idea, e a conti fatti anticipava quello che i “grandi” del punta e clicca avrebbero fatto anni dopo, ma funzionava in maniera davvero goffa e finiva per complicare le cose. In Operation Stealth, va detto, funzionava già un po’ meglio rispetto a quanto visto in Future Wars, e soprattutto era stato introdotto un sistema di pathfinding, che rendeva tutto più fluido e piacevole rispetto al goffissimo predecessore.

Dove invece Operation Stealth non sembrava avere alcuna intenzione di innovare e, anzi, era fin troppo incastrato nelle tendenze peggiori del dennio precedente, è nella presenza di sequenze pseudo-arcade agghiaccianti e del classico, temutissimo “momento labirinto”, due rotture di palle indescrivibili che – lo ricordo chiaramente – all’epoca tutti odiavano, tutti criticavano nelle recensioni, eppure, oh, gli sviluppatori non riuscivano proprio a trattenersi dall’infilare. Per fortuna questa cosa stava finendo.

James Bond tradisce la regina e si mette a lavorare per gli americani, roba da matti.

Ovviamente, oggi i limiti di gheimplei di Operation Stealth appaiono evidenti come un pugno in faccia ma all’epoca potevano risultare tutto sommato trascurabili, per chi era abituato a un mondo dei videogiochi meno user friendly. Senza contare che l’appassionato di punta e clicca più radicale era disposto ad accettare i lati ruvidi di una produzione secondaria per godersi un gioco del suo genere preferito. Però fra quei lati ruvidi c’era anche altro, a partire da un aspetto grafico piuttosto anonimo, specie arrivando dall’estetica super suggestiva di Future Wars. Del resto, quella grafica era stata curata da Eric Chahi, che però, durante lo sviluppo di Operation Stealth, era impegnato a creare quella bomba di Another World.

Eppoi la narrazione faceva davvero il minimo indispensabile, mettendo in fila tutti i cliché bondiani possibili e immaginabili e trasformando sostanzialmente il gioco in una lunga serie di gag senz’arte né parte. Ci si accontentava, eh, ma insomma, diciamo che nel 1990 il genere ci diede molto di meglio. Tutto sommato, però, in ambito storico, Operation Stealth un merito forse ce l’ha, ed è quello di aver portato in cassa un po’ di soldi per uno studio che di lì a poco avrebbe fatto grandi cose.

Curiosità di cui non sapevo nulla ma che ho letto su Wikipedia: i matti che piratarono la versione Amiga aggiunsero un doppiaggio generato da sintetizzatore vocale che si attivava se avevi l’espansione di memoria.

Nel 1991, infatti, escono Another World e Cruise for a Corpse. Il primo è la bomba di cui sopra, gioco clamoroso che lancia la carriera di Eric Chahi e porta avanti il discorso iniziato da Jordan Mechner per definire e in qualche modo cristallizzare un genere fortissimo ancora oggi. Il secondo è, se lo chiedete a me, il vero capolavoro di Paul Cuisset (con buona pace di Flashback), un punta e clicca investigativo che elabora la lezione di The Colonel’s Bequest per tentare strade ancora più ambiziose. E Delphine ci avrebbe poi regalato ancora qualche anno di divertimento, con il citato Flashback ma anche con la bella serie di Moto Racer, prima di svanire nel nulla.

Another World e Flashback, la strana coppia | Retroutcast
Outcast Staff

In tutto questo, io Operation Stealth me lo ricordo a malapena, anche perché nel giocarci incappai in un problema di compatibilità, fra le croci più fastidiose di chi all’epoca giocava su Amiga. Avevo acquistato il gioco per corrispondenza, probabilmente dalla mitica Lago Softmail, e sul mio computer si bloccava sempre nello stesso punto, senza se e senza ma, con nessuna possibilità di uscirne vincitori. Questa cosa non capitava spesso, ma mi vengono in mente almeno altri due casi, per altro sempre su produzioni di studi “secondari”. Fatto sta che la risposta del servizio clienti fu una cosa un po’ in stile “Eh, boh, se ce lo rispedisci te lo cambiamo con un altro gioco”, e quindi io me lo feci cambiare con quel capolavoretto di Dungeon Master. Mi dispiaceva non poter arrivare in fondo a Operation Stealth? Sì. Ci guadagnai nel cambio? Sì.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a 007 e in generale alle spy story, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

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