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Il Nintendo 64 è l’unica console Nintendo che non ho mai avuto

Il Nintendo 64 è l’unica console Nintendo che non ho mai avuto

Il titolo è un po’ esagerato ad arte, non ho mai avuto manco il Color TV-Game né il Pokémon Mini, devo ancora comprare Switch 2 e il GameCube che ho avuto in casa fu il gentile omaggio di un amico che aveva fatto l’upgrade al giocare su PC e non se ne faceva più nulla, per cui ho vissuto tutta quella generazione un po’ in ritardo. Ma tant’è: fin da quando i miei mi regalarono un NES nel lontano 1989, ho più o meno sempre avuto in casa l’ultima console Nintendo, fissa o portatile che fosse, e mi sono goduto le nintendate in diretta.

Tranne nel caso del Nintendo 64: ci vollero quattro o cinque anni prima che riuscissi a trovare il modo di esperire alcuni fra i giochi più belli e importanti di sempre, e questo modo si chiamava Project64.

Cominciò tutto così.

Se ci penso oggi è una roba un po’ assurda. Sono la persona più lontana dal concetto di console war e fedeltà a un brand che possiate immaginare, ma Nintendo mi ha sempre accompagnato fin da quando avevo sei anni, scelta come “prima console” d’elezione dai miei genitori e presentatami insieme a una cartuccia dorata. I primi mesi di NES furono un costante alternarsi tra Super Mario Bros. e Zelda, e soprattutto il secondo fu alla base della mia disperata richiesta, un paio d’anni dopo, di ricevere in regalo per Natale un Super Nintendo. Quando mi regalarono il Game Boy, per un anno intero tenni solo due cartucce: Tetris, ovviamente, e Link’s Awakening.

Questo per dire che non solo Nintendo è sempre stata al mio fianco e se avessi dei soldi da investire lo sarebbe ancora oggi con Switch 2, ma anche che lo stesso vale per Zelda, ancora oggi, credo, il principale motivo per cui mi piacciono i videogiochi. Per cui è bizzarro che abbia saltato a pie’ pari la generazione durante la quale sono usciti due dei videogiochi più belli e importanti di sempre, cioè Super Mario 64 e Ocarina of Time. Quest’ultimo in particolare mi faceva rosicare come i pazzi: era il primo Zelda dai tempi di quelli per NES del quale pisciavo l’uscita.

Poi però a un certo punto deviò così.

Perché? Perché, come l’amico che poi mi passò il suo GameCube, avevo scoperto le gioie di giocare su PC, e tutte le risorse casalinghe, mie e genitoriali, erano ormai rivolte in quella direzione. Invece di Zelda mi regalavano Baldur’s Gate; invece dell’ultima console appena uscita mi regalavano una nuova scheda grafica, o un banco di RAM. Bellissimo, eh! Non me ne pento neanche un secondo. Nella mia testa di tredicenne avevo fatto una sorta di salto in avanti, una promozione nel mondo dei grandi, quelli che giocano ai giochi seri: sospetto di avere avuto, al tempo, una piccola crisi di rigetto pre-adolescenziale verso Nintendo, i suoi mondi colorati e i suoi personaggi sempre carini, ma chissà? dovrei parlare con la mia terapista più che in un pezzo su Outcast.

Per cui, ecco: tutto questo per dire che ho avuto un rapporto bizzarro e un po’ storto con una fra le console più importanti di sempre. Ricordo per esempio che avevo il terrore di non riuscire a far girare l’emulatore: se avessi provato a far partire Ocarina of Time e avessi ricevuto in cambio uno schermo blu mi sarebbe venuta una crisi di nervi, per cui cominciai piano, procurandomi un altro gioco del quale, in un mondo senza Internet, sapevo poco o nulla.

Questo gioco era Quest 64, ed è un miracolo che non mi abbia portato a respingere in toto la grafica 3D e il giuocare su console. Era un RPG (?) semplicissimo in ogni sua componente, ben lontano dal saper sfruttare al meglio la potenza dell’N64 e soprattutto disegnato come una sorta di introduzione for dummies agli RPG: uno Zeldino un po’ scrauso, con qualche momento interessante ma anche un’incredibile capacità di farmi rimpiangere gli RPG isometrici per PC e tutte quelle altre robe complicatissime nelle quali mi ero infognato.

Dai, possiamo dirlo che non era bellissimo.

In generale ricordo che ci rimasi abbastanza male nel constatare che tutta questa nuova graficona 3D piena di poligoni e robe moderne era un po’ una fuffa, o meglio, più correttamente e con il senno di poi, era ancora a uno stadio talmente embrionale che  mi faceva rimpiangere la lussuosa pixel art dei giochi per SNES: vi ricordate Secret of Evermore? Capolavoro irripetibile, al quale tornai di corsa dopo aver provato le prime ore di Quest 64. Altro materiale da terapia: anche oggi, potendo a scegliere, mi ritrovo a preferire l’astrazione e la stilizzazione alla Fedeltà Grafica Assoluta™, e una bella visuale dall’alto a una in prima persona.

Tutto questo ovviamente evaporò come neve al sole quando finalmente provai prima Super Mario 64, poi Ocarina of Time. Di quest’ultimo ricordo in particolare la fatica di completare il Water Temple usando una tastiera, e soprattutto un qualche stupido glitchino con l’arco che mi impediva di mirare il pixel giusto in non ricordo che dungeon, e dunque di proseguire. Non riuscii mai a finirlo emulato: dovetti prima cercare amici volenterosi che avessero ancora un Nintendo 64 funzionante e avessero voglia di ospitarmi per qualche ora ogni giorno, e non trovandoli dovetti attendere il GameCube e la ripubblicazione del gioco con l’aggiunta della Master Quest. Non so, devo davvero mettermi qui nel 2026 a spiegare perché Ocarina of Time sia il più grande gioco di tutti i tempi dopo A Link to the Past?

(sono esagerazioni a uso pezzo, ma potrei comunque crederci almeno all’80%)

Il fatto di aver goduto dell’N64 in questa maniera un po’ zoppicante e abborracciata, peraltro, mi ha fatto perdere per strada alcuni tra i suoi giochi migliori e più, uhm, definenti, a partire da GoldenEye e passando ovviamente per Mario Kart, che giocato da solo su un PC perdeva gran parte del suo fascino. Per non parlare di questa perla che contiene anche uno dei peggiori ohrwurm della storia:

Mi sono perso un po’ anche l’esperienza collettiva della nuova console che invece avevo sperimentato per tutte le precedenti robe Nintendo. Insomma sono arrivato in ritardo, ho giocato con il Nintendo 64 ma non l’ho vissuto. Questo cambia qualcosa nel grande schema delle cose? Immagino di no, ma mica è per questo che scrivo su Outcast. Ora scusate, devo prenotare una seduta dalla psicologa.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ai trent’anni del  Nintendo 64, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

Per un po’, ISS 64 (e 98) è stato il mio calcio

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