Il mio Nintendo 64 è stato sacrificato sull’altare dell’autoaffermazione
Qualche giorno fa, al termine di uno sfiancante evento che chiudeva un’altrettanto sfiancante settimana, Nintendo ha mostrato qualche secondo (non sia mai) del remake di Ocarina of Time e io ne sono stato genuinamente felice perché finalmente avrei potuto giocare a uno di quei giochi che tutti trattano come un capolavoro totale (a ragion veduta, mi viene da pensare) ma che io non ho proprio mai neanche avvicinato. Avrei anche potuto farlo negli anni, eh! Non è che qualcuno me lo avesse esplicitamente vietato, è che si è innescato quel meccanismo di reattanza per cui siccome tutti dicevano che era la cosa migliore di tutti i tempi, allora tu ti sentivi già di doverlo amare alla follia, e questo è un tipo di condizionamento tanto subdolo quanto autodistruttivo che ha fatto sì che alla fine io a Ocarina of Time non ci abbia mai giocato.
C’è poi anche quel fatto per cui sono uno di quelli che nei videogiochi apprezzano particolarmente l’aspetto tecnologico: non nel senso che mi entusiasmano le performance, la risoluzione o il framerate, ma che se un gioco è troppo vecchio rispetto a quando ci sto giocando, soprattutto se uno di quelli di quel meraviglioso ma goffo periodo sperimentale a cavallo dell’arrivo del 3D, allora non ne riesco proprio a vedere la magia o la valenza artistica, ma solo pixel e poligoni che mi fanno sanguinare gli occhi. Non vale ovviamente per tutto: alcuni giochi, e penso all’epoca d’oro della grafica bitmap, sono perfetti così come sono, ma altri sentono troppo il passare del tempo, e per me Ocarina of Time è sempre stato uno di questi. Quindi, insomma, l’idea di poterci giocare per la prima volta ora, rifatto con degli standard adeguati ai tempi, è proprio una notizia eccellente.
A pensarci bene, credo che non ci sia molto dell’epoca del Nintendo 64 che abbia desiderato di giocare ai tempi perché, indovinate un po’, io il Nintendo 64 non ce l’avevo. E quando sei adolescente o poco più (anche se in realtà questa cosa vale sempre), è molto più facile convincersi che si stia facendo la cosa giusta (o si sia la persona che si vorrebbe essere) demonizzando o deridendo quello che non si è fatto o non si è avuto, così l’auto-assoluzione è servita. Ed è per questo che per me quella console è sempre stata quella un po’ sfigata con le cartucce al posto dei CD, con il controller assurdo e con solo i giochi di Nintendo a tenere in piedi la baracca. Mi ricordo molto bene, con una certa amarezza, quanto gli amici che lo avevano mi parlavano con la meraviglia negli occhi di Super Mario 64, di Goldeneye e ovviamente di Ocarina of Time, di quanto quel controller permettesse di fare delle cose incredibili che semplicemente non si potevano fare da nessuna parte, ma soprattutto di quanto, nonostante avessimo diciotto anni e non settantaquattro, fosse un’esperienza di gioco più fanciullesca in stile Game Boy e Master System, diversamente da quella proiettata nell’età adulta e nella coolness della PlayStation.
La verità, a dirla tutta, è che la PlayStation allora non era solo la console del momento, ma la promessa di un futuro diverso, più maturo, più facilmente condivisibile al di fuori della nicchia degli appassionati, un futuro, per dirla un po’ brutale, più facile da far accettare per chi identificava i videogiochi come un qualcosa di adatto ai soli bambini, e questo valeva per i tuoi genitori, i tuoi amici o anche per la persona che ti piaceva all’epoca. PlayStation era in un certo modo l’araldo della conformazione della sottocultura nerd, che rivestiva con i Prodigy, con i filmati bellissimi e il piglio da ragazzo figo del liceo quello che alla fine si è sempre fatto (e si è fatto poi) con un pad in mano, e cioè correre, saltare e sparare.
La coolness di PlayStation, o qualcosa del genere.
Io, poi, sono sempre stato una persona estremamente curiosa e desiderosa di vedere e provare cose nuove: provare a innovare, a prendere strade diverse (anche quando queste sembrano evidentemente dirette verso un dirupo), mi è sempre sembrata una delle missioni fondamentali dei videogiochi, che sono uno dei pochissimi prodotti di massa che riescono a essere allo stesso tempo artistici, culturali e tecnologici. Per me l’industria dei videogiochi, per rimanere interessante e rilevante, deve sempre puntare all’innovazione e alle cose mai viste prima (provando a non finire gambe all’aria nel tentativo, magari), perché questo controbilancia l’innato spirito reazionario di moltissimi appassionati, che invece vorrebbero che le cose rimanessero come sono sempre state nella loro testa.
Il Nintendo 64, per me, era proprio quella cosa lì, forse la migliore delle console della vecchia scuola possibile, ma io avevo bisogno di qualcosa di diverso, di nuovo e pure di iconoclasta, un po’ come la PlayStation o Gli ultimi jedi. Epperò, quando sentivo parlare di Mario o di Zelda con quel trasporto, e delle cose che quel controller così strano permetteva di fare, non potevo fare a meno di chiedermi se quella console fosse davvero così ancorata al passato come pensavo oppure no. Anni dopo, con un briciolo di maturità e consapevolezza in più sulle spalle, il Nintendo 64 me lo sono comprato (o me lo avevano regalato? Vai sapere) e ho provato a giocarci, con risultati assolutamente scadenti. Il tempo per giocarci era ormai passato, ed era una di quelle cose che o vivi nel mentre, oppure la storia ti sorpassa a destra a una velocità talmente alta che è difficile recuperare. Poi ve l’ho detto, io e il retrogaming proprio non andiamo d’accordo.
E quindi, anche se questo continuo rivolgersi al passato mi devasta dentro perché in avanti bisogna guardare signora mia, mica indietro, sono contento che Ocarina of Time diventi un videogioco al passo con i tempi, perché vuol dire che anche i miei figli avranno magari una possibilità per goderselo senza che gli sanguinino gli occhi. Solo quello, però: Star Fox lo lascio lì dov’è perché non tutto quello che è successo nel passato ha senso recuperarlo, e Star Fox poteva serenamente starsene lì dov’era.
Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ai trent’anni del Nintendo 64, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.




