Essere Nintendo 64 in un mondo di Playstation
C’è qualcosa di più escludente dei bambini? Che adesso, lo capisco anche che i bambini sono una pagina bianca e che alla fine tutto dipende da come sono cresciuti e dall’ambiente, ma all’epoca tutta questa educazione non ce l’avevo e soprattutto, visto dal di dentro, è tutto molto diverso, e quindi, per citare una vecchia battuta dei Simpson, “i bambini possono essere crudeli”.
Capiamoci, non sono cresciuto a Tana delle tigri ma le scuole non fanno nemmeno niente per impedire che si instauri una rigida divisione in caste che premi il bambino più socievole, o il più cool, o quello che gioca meglio a pallone, in quella specie di piramide sociale che metteva in cima questi e in basso tutto gli altri, a diversi gradi. I videogiochi, prima ancora che intrattenimento, erano collanti sociali, un terreno in cui fare crescere le relazione tra i giovani, non una bieca fonte di distrazione, come sostenuto dai pedagoghi dell’epoca (ma anche quelli contemporanei non scherzano). La verità è che non tutti sanno dare calci ad un pallone ma tutti possono prendere a calci il proprio compagno di banco a Tekken, magari. Ad averlo avuto, e qui entriamo nel merito del tema del pezzo.
A spanne, il terzo gioco che ho avuto, capostipite della tradizione di “giocare a FIFA con mio padre”.
Qualche anno fa vi ho raccontato di come fossi il bambino che a Natale ricevette il Nintendo 64. Non so come andò, sono quasi certo di non averlo chiesto. Nel lontano dicembre 1997, se non ricordo male, sarò stato in seconda elementare e non so quanta consapevolezza avessi del mondo, dei videogiochi e di tutto quanto. Fu breve e fulminante, perché in quinta elementare, per la solita cosa de “i compiti”, mi fu drammaticamente staccato e quel momento segnò il mio allontanamento dai videogiochi in favore di intrattenimenti più “sani”. Forse quel bisogno insoddisfatto ha creato la persona che sono adesso, forse, per una serie di sliding doors, adesso sarei un ludopatico, oppure, se invece avessi appreso quella lezione che mio padre volle impartirmi, sarei potuto essere un elemento funzionante della società, un grigio democristiano con un lavoro vero, una famiglia e dei figli miei. Non lo sapremo mai, fortunatamente.
Il secondo gioco fu lui, e fu bellissimo, andatevene tutti, era come stare in un film di guerre stellari e il plot è pure meglio della terza trilogia #ridateceDash
Fatto sta che avere il Nintendo 64 era di per sé una barriera alla socializzazione. Non importava quanto fosse figo, quanto piuttosto le cassette costavano una fucilata. Qui inizia un altro tema ricorrente delle mie storie, quella zona grigia di amoralità che investiva indifferentemente tutti i miei coetanei. Io credo che un gioco originale della PlayStation non l’ho visto fino al liceo, ed era una versione originale di Final Fantasy VII, una roba da amatori del genere, qualcosa che non invecchia ma che invece con il tempo accumula valore, anche se messo in mezzo a una pila di dischetti appezzottati “Final Fantasy deve essere originale per avere la certezza matematica del suo funzionamento” o almeno questo era l’assioma del mio amico Nicola.
Se i videogiochi erano il connettivo sociale dei pomeriggi a casa degli amici, la linfa che animava queste ore era lo scambio di giochi piratati per PlayStation. Come le figurine, meglio delle figurine. Venivano trasportati in porta CD le cui pagine erano piene di immagini stampate in casa e titoli storpiati scritti con il pennarello indelebile sulle lastre anonime dei dischi.
Avere il Nintendo 64 significava essere fuori dal giro, perché privo di una moneta di scambio.
Altro gioco sul quale ho passato uno sproposito di tempo, perché questo avevo.
Non ho mai avuto dubbi sulla genuinità della macchina che avevo a casa, anche perché vedevo i miei coetanei stare dietro a Crash o Spyro e io già lo sapevo che Super Mario 64 veniva dal futuro rispetto a quella roba, e che il miglior Ape Escape non era degno nemmeno di pulire le scarpe a Ocarina of Time ma come la spiegavi questa cosa all’esterno nell’impossibilità di condividere quei momenti? “Si può giocare a due?” “no” e anche l’alternanza del pad “una vita ciascuno” non è che fosse così immediata. I giochi per Nintendo 64 che avevo io erano “riflessivi”, a parte forse Shadows of the Empire, che però aveva una finestra stranamente limitata. Nel 199X erano anche pochi, il che significa un ristagno di titoli e niente alternanza compulsiva tra un dischetto e l’altro. La roba più adrenalinica era Mario Kart 64, ma specularmente Crash Team Racing soddisfava quello slot ad un prezzo ridotto con personaggi “più cool” o rispondenti all’idea di cool che poteva avere un bambino delle elementari: “Quello chi è? un idraulico in salopette? Sfigato”.
E cosa se ne faceva il Nintendo 64 delle pulsioni ormonali giovanili quando su PlayStation c’era Tomb Raider che pareva ad un certo punto si spogliasse, come narrano le leggende, o della gonna striminzita di Jill Valentine in Resident Evil 3 (ammirata per la prima volta ad una festa di compleanno in prima media, con la PlayStation a fare da centro di intrattenimento), o dei vertiginosi tacchi a spillo di Nina in Tekken? Ora non voglio collegare il mio essere un giocatore Nintendo al mio essere sbocciato tardi, ma non è nemmeno detto che la cosa si possa escludere.
Per PlayStation c’era Metal Gear Solid, io avevo il triste tie-in di Mission: Impossible. Era brutto.
La crudeltà dei bambini stava proprio in quel rifiuto della dimensione prettamente giocattolosa che ancora oggi associamo a Nintendo. A quel mondo colorato e naif veniva contrapposto l’immaginario cool spigoloso della macchina Sony e questo faceva tutta la differenza. “I ragazzi cool giocano alla PlayStation” è stato uno degli assiomi fondamentali della mia gioventù, anche quando la console era ad esclusivo appannaggio dei giochi di calcio, essere forte a Winning Eleven ti rendeva contemporaneamente ammirato e invidiato. C’è qualcosa del mondo reale che si interfaccia con il mondo dei videogiochi, quella pretesa di fotorealismo che fa scopa con la maturità aspirazionale dei preadolescenti che trovò in PlayStation un baluardo e che lasciò noi nintendari inconsapevoli indietro.
La mia vita con il Nintendo 64 è stata breve e superficiale ma quegli anni sono stati fondanti, soprattutto in termini di consapevolezza naturale di quello che era un futuro fatto di “sconfinati” spazi tridimensionali in cui muoversi a 360°. La cosa che mi è pesata di più, probabilmente, è stata la mancanza di varietà, non necessariamente l’acquisto compulsivo, ma anche solo scambiare giochi con gli altri bambini mi avrebbe fatto piacere ed esperire meglio una macchina la cui mia conoscenza rimane estremamente parziale.
Il Nintendo 64 era una console strana in un mondo che si stava avviando verso soluzioni semplici a domande complesse, e tutto puntava in quella direzione: il compact disc era un supporto universale che veicolava il suo contenuto di futuro là dove Nintendo 64, le sue curve, il suo tridente e, più di ogni altra cosa, le sue cartucce trasmettevano un’idea di passato settorializzato, di giochi che sembrano giocattoli.
Concludendo, non rimpiango il non essere stato un bambino cool con “la play”, rimpiango il non aver approfondito il Nintendo 64, quella maledizione di scarsità e quella barriera invisibile di incomunicabilità con il mondo esterno data dall’essere l’unico che giocava a Super Mario 64. È quindi all’essere un bambino Nintendo 64 che faccio risalire il mio radicale odio per le esclusive - escludenti per definizione - e la console war, che divide il mondo in fazioni piuttosto che unire i giocatori nel nome dell’amore per il gioco come concetto superiore a qualunque etichetta, brand o compagnia.
Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ai trent’anni del Nintendo 64, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.


