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Essere un bondmaniaco oggi

Essere un bondmaniaco oggi

Il mese scorso sono stato a Matera con la mia ragazza. Non era il nostro primo weekend fuori, ma non sono mai stato a Matera. Quando viaggio in questi posti sconosciuti, la mia abitudine è quella di muovermi a casaccio, facendomi ispirare - per quanto riguarda il cibo o dove andare a bere - da cose come l’insegna del locale, quante poche foto mettano per acchiappare i turisti, da quanto sia moderatamente fatiscente, che spesso vuol dire vetusto, che se è lì da tanto tempo vuol dire che deve avere della qualità. Non è mio costume consultare le varie app che aggregano recensioni. Sono odiose, e sono ancora più odiose le persone che iniziano a recitare, come fosse teatro di prosa, le recensioni negative di qualche frustrato che credendosi investito dallo spirito santo di Gualtiero Marchesi ha sancito con il minimo il destino di un locale perché “non è così che si fa una frittata di maccheroni" e “il vino non è alla temperatura di 18°”.

Sta di fatto che al risveglio, per visitare qualcosa che fosse “tipico” prima dell’inevitabile giro tra i sassi, ho chiesto a Gemini di organizzarmi un tour sulle location di 007 - No time to die.

Questo è essere un bondmaniaco.

Chiariamoci, non è una gara a chi sia più impallinato, la cosa è un pelo più complessa di snocciolare nozionismo da accatto che una qualsiasi ricerca su google può soddisfare. Oltre il sapere a menadito la sequenza dei Bond, conoscere l’ordine dei film come le persone normali ricordano i dieci comandamenti, è un legame profondo e naturalmente ridicolo che si instaura tra un uomo e un personaggio di finzione.

Non sto parlando di quelle cose tipo Woody Allen che dialoga con Humphrey Bogart in Provaci ancora, Sam, oppure di Jesse Custer di Preacher che parla con John Wayne; è qualcosa di diverso, anche se possiamo dire che ha lo stesso tipo di imprinting. Una cosa è certa, non puoi diventare un bondmaniaco da adulto. Ci vuole una certa dose di ingenuità, oggi, per andare incontro a questo processo che purtroppo non è più scontata: qualsiasi opera di finzione, oggi, è troppo sovrastrutturata, abbiamo troppe informazioni, c’è quella cosa brutta del canone e altre problematiche legate alla postmodernità che, quando sei bambino, ignori. Adesso si fanno un sacco di problemi per giustificare il fatto che Bond sia morto e che nel prossimo film ritorni. C’è da rispettare una continuity, che è un’altra delle parole brutte che affliggono il mondo dell’intrattenimento oggi. Come la morbosa attenzione al lore e tutte quelle cose brutte di cui ho sicuramente già parlato. Per noi, 007 aveva una faccia e ad un certo punto ne ha avuta un’altra, poi un’altra ancora, poi un’altra ancora e ci è andata sempre bene così, senza troppe spiegazioni narratologiche. Da adulto possono piacerti i film di 007, puoi apprezzarne l’azione, l’interpretazione e gli intrecci, ma se non ti è scattato qualcosa dentro quando eri un poppante, probabilmente non lo diventerai mai.

Il presupposto è semplice, affonda le radici nella bondmania, che senza ombra di dubbio inizia con Goldfinger che, all’epoca ma ancora adesso, rappresenta la summa di Bond. Poi, possiamo disquisire sul fatto che sia o meno il migliore Bond di Connery, o sul fatto che sia o meno un pezzo di storia del cinema, ma possiamo universalmente concordare sul fatto che sia un punto di convergenza della storia per il quale il mondo si accorge del potenziale di 007 e con ciò Bond diventa un fenomeno globale.

007 non nasce sullo schermo, ma dalla fervida immaginazione di Ian Fleming, che forse può o non può essere stato un vero agente del servizio segreto britannico durante la Seconda Guerra Mondiale. Nonostante ciò, o forse proprio a causa di ciò, il personaggio è tutto fuorché realistico: è feuilleton, letteratura pulp, un personaggio rude con una spiccata attitudine alla violenza ma non privo di momenti di introspezione, schietto, misogino e sessista, che si muoveva in una società barbara al servizio di una potenza coloniale in declino, in più giocava d’azzardo, guidava macchine veloci, beveva come una spugna, abusava di anfetamine, viaggiava in posti esotici dove viveva avventure con donne bellissime. Ian Fleming modellò James Bond per essere l’uomo che ogni uomo avrebbe voluto essere e per fare ciò ha costellato la sua opera di una serie di dettagli apparentemente marginali estremamente realistici in cui ogni uomo dell’epoca poteva trovare come immedesimarsi fino ad usare quelli che gli mancavano come pioli di una scala da salire per ricalcare perfettamente il modello di Bond. Dalle sigarette artigianali che si faceva rollare appositamente da un tabaccaio specifico, alle bottiglie di champagne che beve, passando per i cocktail che beve e i piatti che mangia. Bond è un personaggio di fantasia che vive avventura inventate nel mondo reale. Anche in termini di “esagerazione” era contenuto, soprattutto all’inizio. I suoi villain sono tutta gente che mina il monopolio dell’impero britannico, che sia questo legato a oro, diamanti o, come nel caso del Dr. No, fertilizzante. Una combriccola di contrabbandieri, qualche spia russa della SMERŠ (acronimo di “Morte alle spie”) e solo alla fine arriva la SPECTRE.

Bond è sempre a suo agio, in qualsiasi parte del mondo e in qualunque situazione. Questa sicurezza è alla base dell’ideale bondiano, aspirare alla sicurezza attraverso la determinazione. Con i libri prima e con i film poi, Bond diventa l’incarnazione della coolness, tant’è che i brand fanno a gara ad accaparrarsi un posto nei suoi film. Per dire, hanno rigirato alcune scene perché nel lasso di tempo tra riprese e montaggio era uscito un nuovo Sony Ericson e quindi quello inquadrato non era più l’ultimo modello. Il periodo più nero per l’Aston Martin? Quando hanno messo Bond alla guida delle BMW. Omega stava fallendo, fino a quando non è stata “salvata” da Swatch, ora Bond indossa Omega piuttosto che Rolex. E potremmo finire a parlare di occhiali da sole e abbigliamento maschile: tutto quello che Bond possiede diventa una emanazione del suo status symbol ma, attenzione, c’è una certa rigidità sul fatto che debba essere roba che Bond ha oppure indossa, non cose che vengono prodotte a posteriori e poi “marchiate” 007: una spia, per quanto una così poco attenta alla segretezza come Bond, non gira con il logo in vista.

Come so queste cose? Perché sono un bondmaniaco. È una forma mentis che vive sullo stesso doppio registro della fantasia contaminata di realtà e non viceversa.

La prima volta che sono stato a Londra, il primo museo che ho visitato è stato il (fu) museo di 007, con le auto, i costumi, l’oggettistica. Non so se fossero veri oggetti di scena oppure delle repliche, ma non è importante perché anche quel sotterraneo che sembrava figlio dell’accumulazione seriale sapeva di laboratorio di Q, e me lo sono fatto andare bene. In ricordo di quella visita, custodisco ancora gelosamente un blu-ray unica lingua inglese di Al servizio segreto di Sua Maestà, il mio Bond classico preferito. Perché dire che ti piace George Lazenby è una risposta da vero bondmaniaco.

Tutto ciò scaturisce ancora una volta da quello scrigno di ricordi dorati risalenti alla mia infanzia. Bond nella mia testa esiste da sempre, impossibile risalire alla prima volta, ma sono i piccoli dettagli che fanno la differenza. Come ricordare distintamente il colore delle penne con le quali mio padre vergava nella sua calligrafia minuta le etichette delle cassette che registrava, oppure dei passaggi televisivi, alcuni vecchissimi, estivi con un televisore di cui vi ho già parlato altre volte, intercettati alla casa al mare, o altri relativamente più recenti, sempre visioni estive, con i miei genitori, con la televisione “quella grande” disposa tatticamente fuori al terrazzo. Quindi facile associare bei momenti di serate fresche dopo giornate afose e, soprattutto, nessun pensiero al mondo.

L’imprinting diventa fede cieca solo per stratificazioni successive, fino a che nella scelta delle vita quotidiana arrivi a porti quesiti ridicoli, tipo “Bond guiderebbe questa macchina?” oppure “Bond indosserebbe questo paio di occhiali di Tom Ford?”. Sono entrambe domande vere che indicano il grado di stretta connessione tra un uomo non più giovanissimo e il suo personaggio di finzione di riferimento. È anche il motivo perché ad esempio non prendo in considerazione i SUV, o le auto troppo lente, o le camicie non fatte su misura o gli abiti non di sartoria.

Bond è un mito, lo è ancora oggi, nonostante i vari tentativi, giusti, di incrinare la figura del tipo di mascolinità che incarna originariamente. La sua aura non ne esce intaccata perché Bond è un mito nonostante i suoi evidenti difetti e problemi, non a causa di essi, inoltre ha accolto nel suo DNA una spiccata capacità di adattarsi ai tempi, letteralmente, cambiando pelle, ma senza piegarsi ad essi.

Dove una persona normale vede un personaggio di finzione, il bondmaniaco lo percepisce come una necessità storica, uno strumento per la decodifica dei tempi.

Semplicemente, non esiste un personaggio come Bond, il suo archetipo è intrinsecamente inattaccabile: non puoi dire “spia” senza scattare in un fraintendimento, non puoi definirlo un “uomo d’azione” senza essere vaghi, né così è il soldato o il detective, perché tutte queste forme restituiscono solo una visione parziale del personaggio, che qualche volte è vera e qualche altra no, ed è leggibile dal momento che tutti i suoi emuli successivi sono simulacri imperfetti che non fanno altro che confermare, indirettamente, l’inestimabilità di Bond.

Come lo so? perché sono un bondmaniaco.

PS:
la morte di Bond è stato un momento simbolico molto importante, al di là dell’inesistente lutto per un personaggio di finzione. Si è davvero chiuso un capitolo della vita del personaggio, più forte del solito cambiamento di faccia. Adesso stiamo vivendo una fase di transizione: la famiglia Broccoli, da sempre garanzia e custode dell’icona di Bond, ha perso il controllo del personaggio, che adesso è nelle salde mani di Blofeld Bezos. Il futuro è incerto, una ripartenza sarebbe stata comunque necessaria perché il personaggio interpretato da Craig ha detto quello che aveva da dire, eppure è stato un commiato amaro, diverso e, a modo suo, intenso.

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