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Mixtape, l'insostenibile addio alla leggerezza dell'adolescenza

Mixtape, l'insostenibile addio alla leggerezza dell'adolescenza

Mixtape rientra facilmente nella categoria dei “giochi non giochi”, dall’interattività ridotta all’osso, ma che ti fanno compiere quelle azioni che ti permettono di vivere in prima persona gli avvenimenti della storia, differenziandosi così da un semplice film interattivo. Metto già le mani avanti, non voglio minimamente parlare di tutte le polemiche intorno ad Annapurna Interactive che lo pubblica o di altre nate nei giorni dopo il lancio, anzi, vi ho già dato troppo spazio.

Non sarà di certo uno dei videogiochi più ispirati di sempre sotto il punto di vista ludico, anzi, quasi per nulla, ma non è quella la sua intenzione, il suo scopo, o meglio, quello voluto dal suo creatore Johnny “Galvatron”, che con il suo studio Beethoven & Dinosaur aveva già dato alla luce un bellissimo titolo come The Artful Escape (giocateci, non ve ne pentirete, quattro ore di puro godimento sia per le orecchie che per gli occhi). Il punto è raccontare una storia di tre amici, il tipico “coming of age” che fece tanta fortuna nei film tra gli anni ‘80 e ‘90.

Lungi da me riportare gli accadimenti narrati nel gioco, non è mia intenzione, anche perché tutta la vicenda necessita tra le due e le tre ore per essere portata a termine, basti solo dire che è un gioco perfetto per chi è nato tra la fine degli anni ‘70 e ‘80, raccontando uno spaccato “analogico” di quello che voleva dire diventare maggiorenni a cavallo tra il ventesimo e ventunesimo secolo.

Ovviamente la narrazione non può essere trasposta pari passo alla realtà che vivevamo in Italia in quegli anni, anche solo perché essendo raccontata in una cittadina immaginaria della California, le similitudini vengono a scemare una volta che vediamo i protagonisti muoversi nei loro spazi, nelle loro camerette e nei boschi in cui sono cresciuti.

La cameretta dei sogni che tutti avremmo voluto avere, con ovviamente i nostri amici a cazzeggiare dentro.

Certamente, se si volesse trasporre qualcosa del genere nel nostro paese, non potrebbero mancare cose come motorini, campagne aperte, canne, gli 883, il punk nostrano e quel malessere giovanile tipico di chi non riesce a realizzare che la fanciullezza è ormai un ricordo e che le responsabilità stanno arrivando come un pugno dritto in faccia.

Ma cosa differenzia Mixtape da film come Una pazza giornata di vacanza, Breakfast Club o American Pie? Alla fine parla di una singola giornata che sancirà il futuro di questo trio in cui ogni componente è particolarmente sfaccettato, con i propri dubbi e sogni, dove solo uno dei tre però ha le idee ben chiare su cosa vuole fare del proprio futuro; sembra la tipica storia già raccontata e raccontata. È proprio la decisione di un componente dei tre ad avviare tutto, perché il suo scopo è diventare un music supervisor (ovvero colui che si occupa di selezionare brani e musiche per prodotti audiovisivi) e dovendosi così trasferire dalla California a New York, cercherà di creare la più leggendaria delle ultime giornate passata insieme ai suoi amici, creando la playlist perfetta, quel “mixtape” che li accompagnerà nelle loro ultime ventiquattro ore.

Questo potrebbe essere un mio tipico sabato sera tra i 16 e i 20 anni, escludendo lo stare fra due ragazze.

La selezione delle canzoni fatta dagli sviluppatori non è per nulla scontata e devo dire che, nonostante mi sia sempre ritenuto un grandissimo fan delle classifiche di quegli anni, soprattutto sulle hit rockeggianti da “coming of age”, ho trovato all’interno delle perle che non conoscevo e che mi hanno conquistato immediatamente. Ma d’altronde, conoscendo il passato del director da ex musicista di discreto successo in patria, e con il lavoro che già aveva fatto col suo gioco precedente, potevo aspettarmelo.

La colonna sonora, che sto ascoltando anche mentre scrivo questo articolo, conta 28 brani, e ognuno fa da sfondo ad un avvenimento particolare e magistralmente diretto sotto il profilo registico. Del resto, se c’è una cosa in cui questo gioco è molto riuscito, è fotografare e portare a schermo scene iconiche per il genere che vuole trasporre, riprese dai migliori film a cui s’ispira e con velleità registiche degne di Richard Linklater o John Hughes, con qualche sprazzo pastello del primo Wes Anderson.

Tra le tracce più famose si possono citare Plainsong dei The Cure, Just Like Honey dei The Jesus and Mary Chain, Atmosphere dei Joy Division, That's Good dei DEVO, Love dei The Smashing Pumpkins ma anche meno conosciute come Roads dei Portishead, The Touch di Stan Bush o veri e propri singoli sconosciuti ai più (me compreso) come Witchi Tai To degli Harper's Bizarre o State of the Heart dei Mondo Rock.

La colonna sonora potrebbe essere paragonata a quella che mise assieme James Gunn per il primo Guardiani della galassia, una selezione personale atta a far riscoprire musica ingiustamente dimenticata, perché fa veramente la differenza in questo gioco, potenziando la narrazione e le azioni (francamente basilari) del giocatore. Fin dall’apertura, con il brano dei DEVO tutto prende un’altra forma; importantissimo dire come dallo studio sia arrivata la conferma che i diritti musicali non inficeranno mai su una futura fruizione del gioco, perché pur di renderla disponibile ad imperitura memoria dei posteri, le royalty sono state pagate per rimanere per sempre. Finché lo studio vorrà mantenere il gioco sugli store, non esisterà alcun problema.

L’apertura del gioco è subito potentissima.

Alla fine parlare di Mixtape è voler parlare anche di quella che è stata la propria adolescenza, di quelle estati interminabili, spensierate e in cui il giorno si confondeva con la notte, perché la casa dei propri genitori non era altro che un appoggio per poter ricaricare le batterie per una nuova giornata all’insegna dell’avventura con le cuffiette nelle orecchie, ascoltando tutta quella musica che ci rendeva ribelli e intolleranti verso i nostri genitori (e gli adulti tutti), nonostante loro facessero di tutto per accontentarci ma che alla fine riducevamo tutto a una semplice frase che ci veniva ripetuta allo sfinimento, come cantavano gli 883 in S’Inkazza.

Giorni di noia eterna contornati da una marea di cazzate. E se potessimo tornare indietro, saremmo noi ad inseguire con la ciabatta in mano la nostra versione più giovane, perché la troveremmo stupida, inadatta e irritante, anche se la vorremmo ricordare come la nostra variante più scanzonata e allegra, sempre alla ricerca di qualcosa per sentirsi viva e certamente distante da quella mentalità che i genitori volevano imporre.

QUESTA CASA NON E’ UN ALBERGO!

Il mio consiglio è, per chi ama la musica e le storie di crescita, di giocarci, ma nel vero senso della parola, goderselo e viverlo, e di non ascoltare chi dice che “non è un gioco perché non servono skill per portarlo a termine”. Sarà una manciata di ore di puro intrattenimento, che vi lasceranno dentro il tipico malessere nostalgico buono, quello che ti fa ricordare i tempi andati col sorriso e che una volta di più ti fa capire che quegli anni, benché leggeri e senza responsabilità, alla fine non sono una cosa che vorresti vivere in eterno, perché come i protagonisti di questa storia, alla fine nella vita devi trovare uno scopo.


P.S.: consiglio di visitare il sito ufficiale del gioco a questo link, dove troverete una pagina in cui i giocatori possono creare e condividere i propri mixtape, proprio come quando si saliva sulla macchina dei propri amici e si rovistava tra le cassette e tra i CD alla ricerca della playlist perfetta, creata appositamente per quel viaggio.

Trent’anni di Nintendo 64 | Cover Story

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