Mina the Hollower, un instant classic tanto bello quanto punitivo
Parlare di un gioco come Mina the Hollower dovrebbe essere una cosa facilissima, perché non reinventa la ruota e non ha un impatto visivo da lasciare a bocca aperta, ma più ci giocavo e più capivo che non era una semplice copia carbone in versione topesca di Link's Awakening DX, l’edizione per Game Boy Color del primo capitolo portatile di The Legend of Zelda, ma che al suo interno era nascosto molto di più di quello che la grafica lascia intravedere.
I suoi sviluppatori, infatti, non sono una software house esordiente, ma bensì quelli di Yacht Club Games, i creatori di Shovel Knight, uno dei titoli che più hanno definito il mercato indie e soprattutto la nuova wave dei giochi moderni che utilizzano una grafica retro richiamante le console 8 bit, oltre ad essere stati tra i primi ad utilizzare Kickstarter per finanziare i propri progetti, piattaforma su cui sono nati capolavori come Hollow Knight, Undertale o Pillars of Eternity.
Non sono mai stato un amante di Shovel Knight, lo dico per far capire quanto il fatto che Mina fosse sviluppato da Yacht Club Games non fosse per me un plus.
Non a caso, nonostante il successo planetario del loro primo e unico titolo, hanno deciso di riutilizzare lo stesso iter pure per Mina the Hollower, perché come detto anche nel “making of”, per loro era importante essere indipendenti da publisher e avere anche lo stimolo del brivido di ricominciare da zero. Nello stesso video, è interessantissimo vedere come siano state create le varie schermate utilizzando un tool ideato dallo studio stesso, che ricalca uno a uno proprio Link’s Awakening, modificabile in tempo reale, permettendo agli sviluppatori di ponderare ogni singola scelta per avere così il bilanciamento (secondo loro) perfetto di ogni stanza.
Ma cosa rende questo gioco così speciale?
La peculiarità di questo titolo, a differenza dei soliti Zelda 2D, sta nel pescare invece a mani basse dagli ultimi capitoli 3D, come Breath of the Wild e Tears of the Kingdom, dove il giocatore ha a disposizione tutta la mappa sin dall’inizio; lo stesso mondo di gioco con i vari biomi è un dungeon unico, senza soluzione di continuità.
L’esplorazione non è legata a determinati gadget che sbloccano percorsi prima inaccessibili, ma semplicemente a quello che la protagonista è in grado di fare sin da subito e a come il giocatore riesca a intuire come avanzare.
Il gioco è pieno di segreti, che ce ne sia uno dietro a questo specchio?
Il gameplay è un insieme tra i classici Castlevania per NES e Bloodborne, con meccaniche legate sia ad armi secondarie che primarie, oltre a un sistema di livellamento legato specificamente alla valuta del gioco, spendibile sia per migliorare le proprie caratteristiche che all’acquisto di potenziamenti o cosiddetti “ciondoli”, trinket atti a donare al personaggio principale abilità che faciliteranno di non poco un’avventura ostica sin dalle prime battute.
Da non sottovalutare nemmeno l’ambientazione, perché il mondo creato da Yacht Club Games è più vivo che mai, con scenari dettagliatissimi e una storia propria, con abitanti pronti a insultarci, darci una mano o addirittura chiedere elemosina; si può passare da un villaggio in una campagna dove gli abitanti terrorizzati da una malefica presenza sono alla ricerca di bambini rapiti a un bayou dove ricomporre una band “swamp rock”, fino a ricongiungere tutto all’hub centrale, rappresentato da una cittadina in stile vittoriana, con i vari mercanti pronti a spillarci fino all’ultimo centesimo.
I mercanti non vendono solo oggetti: gran parte di loro sono utili anche per esplorare o recuperare oggetti altrimenti non raggiungibili.
Ma cosa sono questi Hollower citati nel titolo? In sé la parola vuol dire gran poco, se non nulla, ma come spiegato dall’ideatore del gioco Alec Faulkner, questo sostantivo, che non ha un vero e proprio significato in inglese, deriva dalla caratteristica principale di Mina, che oltre a menar fendenti con la propria arma e a saltare, è in grado di muoversi rapidamente sottoterra scavando tunnel come una talpa. E siccome in italiano “hollow” può essere tradotto come “buca”, “hollower” potrebbe essere tradotto maccheronicamente come “bucatore”, “perforatore” o forse meglio “scavatore”. Insomma, in italiano sarebbe potuto essere Mina la scavatrice. Questa meccanica è una fra le caratteristiche che più definiscono il gioco, perché questo tipo di traversing ci permette di evitare ostacoli, aggirare nemici e trovare altre soluzioni a livello di puzzle ambientali.
A livello di lore, il ruolo della protagonista è quello di ricercatrice, una scienziata che, insieme alla sua gilda di inventori (gli Hollower), ha creato dei generatori che offrono energia per la tecnologia presente su Isola Tenebrosa, sulla quale degli strani eventi richiedono proprio il ritorno di Mina, poiché sei di questi macchinari essendo stati sabotati necessitano di una mano capace per poter essere ripristinati.
Proprio il Barone Lionel, il reggente del regno a capo della città di Ossex, la contatta per risolvere il problema, ma più il compito viene portato avanti, più gli eventi diventano nebbiosi e poco lineari.
Mina alla corte del Barone Lionel al cospetto della popolazione di Ossex, sin dall’inizio ci viene presentata come una figura di un certo spessore all’interno della comunità del regno.
Nulla di eclatante, ma la bellezza del gioco sta proprio nell’esplorare e incontrare le varie situazioni, risolvere i vari puzzle ambientali, portare a termine missioni secondarie mai banali e affrontare sessioni di platforming culminate da boss fight ispirate. Tutto questo in un map design incredibilmente rifinito; se di primo acchito potrebbe sembrare troppo labirintico, a forza di sbloccare shortcut e ripercorre strade in cerca di oggetti utili, muoversi diventa talmente assuefacente da faticare a posare il controller. Contando sul fatto che l’esplorazione è a discrezione del giocatore stesso, non s’incorre nel problema di bloccarsi e non proseguire nel gioco, potendo così lasciare in sospeso un’area che si sta rivelando troppo ostica per tornarci più avanti ma avanzando comunque nello sviluppo del personaggio.
Fino a qui sembra che il gioco sia perfetto, che non abbia nessun difetto e scorra come del burro su una padella ben riscaldata, ma in tutta onestà non è per nulla così. La prima cosa di cui ci si deve armare è la pazienza, perché essendo letteralmente un misto tra Castlevania e Bloodborne, Mina the Hollower mutua da loro proprio le caratteristiche principali, ovvero quello di essere maledettamente punitivo, con ogni nemico in grado di farci la pelle se non rimaniamo concentrati e vigili. Bisogna però dire che nel menù ci sono delle opzioni di accessibilità in grado di modificare praticamente tutto quello che troviamo fastidioso, al punto di poterci rendere pressoché invincibili. Si va dal non perdere vitalità quando si cade nei fossi al moltiplicare il danno che possiamo infliggere… Per i più masochisti invece, ci sono pure modificatori per inasprire l’esperienza.
Una delle cose più contestate dalla community è la mancanza di una vera mappa in-game.
Constatando che è impossibile crearne una sintetica poiché le schermate non sono congruenti tra di loro, almeno una specie di radar come nel primo Zelda non avrebbe fatto schifo.
Nei menù è stato inserito giustappunto il manuale di gioco, perché benché tutte le meccaniche siano intuibili durante il gameplay, non sono sempre chiarissime, e l’inserimento dello stesso è una cosa da non sottovalutare e da non tralasciare, soprattutto nel caso in cui ci si possa trovare bloccati. Il mio consiglio, comunque, è di sperimentare il più possibile.
Un’altra cosa da non passare inosservata tra i difetti è che per molti lo stile scelto potrebbe essere un malus, perché proprio il limite impostosi dagli sviluppatori, cioè quello di scegliere una grafica 8 bit che ricalchi sia per definizione che per palette cromatica quella del Game Boy Color potrebbe risultare molto straniante: a volte, la visuale a volo d’uccello crea delle prospettive difficili da leggere e il numero di colori così limitato confonde gli elementi a schermo, soprattutto quelli sullo sfondo. Oltretutto, giocarci su TV o monitor ad alto polliciaggio, non aiuta per nulla, poiché la resa diventa troppo spalmata. Non a caso io ci ho giocato quasi completamente su Switch 2 in modalità portatile, ma non nascondo che uno schermo sotto i 5 pollici non mi avrebbe fatto schifo. Altro mio consiglio? Se avete Switch Lite, giocateci lì.
Non dico che lo avrei voluto solo qui, ma mi sarebbe piaciuto provare a giocarci in questa versione.
Mina the Hollower è un instant classic, un’esperienza che una volta conclusasi ti lascia una gran soddisfazione e la voglia di completarlo al 100%, o almeno di giocarci per qualche altra ora. Sicuramente è uno di quei giochi a cui prima o poi rigiocherò dall’inizio, perché ha talmente tanti segreti da essere impossibile da memorizzare al primo giro.
Ah, un’ultima cosa ma non meno importante, la colonna sonora oltre ad essere composta da Jake Kaufman (Crypt of the Necrodancer, Shantae, Shovel Knight) è anche scritta dal leggendario Yuzo Koshiro (Streets of Rage, Shinobi, Ys). Insomma, la qualità musicale che accompagna l’avventura è indiscutibile.




