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Perché il Nintendo 64 era così fico all'epoca e come ho vissuto i suoi giochi anni dopo

Perché il Nintendo 64 era così fico all'epoca e come ho vissuto i suoi giochi anni dopo

Non posso proprio farci nulla.

Ogni volta che ripenso a cose di trent’anni fa, non posso fare a meno di cadere preda del solito mood da millennial, e dire: “Ma quanto si stava meglio, allora?”

Non parlo della situazione geopolitica ed economica, ma di quella videoludica.

Volevi acquistare una console due o tre anni dopo il lancio? La trovavi comodamente nei negozi, a prezzo ribassato, magari in bundle con qualche titolo succoso. Una volta a casa, la collegavi alla TV e il gioco era fatto: niente account, aggiornamenti di sistema, aggiornamenti del pad e mille impostazioni da configurare. Vogliamo parlare dei giochi? Acquistavi il tuo bel gioco scatolato, lo inserivi nella console e iniziavi a giocare. Niente installazioni da disco, intere porzioni di gioco da scaricare, aggiornamenti, patch e DLC vari. Il gioco era quello che trovavi nella confezione, e te lo beccavi così com’era, anche con i suoi bug.

Andavi dal negoziante di fiducia e potevi provare le ultime novità, magari d’importazione, per poi uscire dal negozio dopo esserti dissanguato, mentre sulla strada di ritorno verso casa leggevi il retro della confezione, pregustando ore e ore di divertimento solo guardando quelle due o tre immagini. Oggi, invece, ti ritrovi a ritirare un pacco gettato dal corriere nel tuo giardino senza nessuna cura. E non ci sono più nemmeno i manuali di gioco.

Ti recavi in edicola in cerca della tua rivista preferita, che per te era una Bibbia: trovavi recensioni e speciali scritti minuziosamente e accuratamente, da firme che ormai conoscevi quasi come se fossero tuoi amici. Divoravi in maniera quasi famelica quelle pagine fatte di testo e immagini, magari rileggendo anche due o tre volte il pezzo su quel gioco che tanto attendevi che arrivasse nei negozi. Oggi si sa tutto di un titolo mesi prima della sua uscita, e tutti si guardano la videorecensione di questo o di quel content creator.

Tutto questo preambolo nostalgico per ricordare che, sì, sono passati la bellezza di trent’anni dall’arrivo del Nintendo 64 in Giappone.

Quel periodo me lo ricordo bene.

Erano gli anni di quella che fu la prima, e anche più significativa, rivoluzione videoludica, quella del passaggio dai 16 bit ai 32 bit e poi, appunto, 64 bit. Se Sony e Sega avevano già da tempo aggredito il mercato con le loro macchine facendosi la guerra commerciale (PlayStation non stava ancora vivendo il boom pazzesco che l’avrebbe portata a diventare un vero e proprio status symbol, mentre Saturn teneva ancora botta nonostante stesse perdendo già del terreno), Nintendo se la prendeva comoda, sparando gli ultimi colpi del glorioso SNES (Donkey Kong Country 3 e una miracolosa conversione di Street Fighter Alpha 2) e pianificando l’arrivo della console nei negozi con grande calma, proponendo una macchina doppiamente potente che poteva contare sulla forza dei suoi titoli first party.

E, in effetti, quando arrivò Super Mario 64, ci fu un mezzo delirio, almeno sulle pagine delle riviste. Voti stratosferici, lodi da parte di tutta la stampa specializzata, giocatori che inondavano le pagine della posta scrivendo lunghe missive su quanto fosse incredibile il gioco e sul fatto che Nintendo avrebbe asfaltato gli avversari senza troppi problemi.

La storia, come ben sappiamo, andò diversamente.

Quasi un anno dopo, nel marzo del 1997, il “Nintendone”, così come veniva chiamato da molti, sbarcò in Europa, ma la situazione non era affatto rosea: a parte il solito Super Mario 64, i motivi concreti per alleggerire il proprio portafogli erano pochi: titoli come Turok e Shadows of the Empire erano certamente validi ma non rappresentavano nulla di incredibile o imperdibile, mentre la concorrenza beneficiava di Resident Evil, Tomb Raider, Crash Bandicoot, Tekken, Virtua Fighter e tanti altri titoli.

La situazione, con il passare dei mesi, non migliorò di certo: la scelta di utilizzare come supporto le cartucce anziché i CD aveva creato non pochi grattacapi agli sviluppatori, con casi clamorosi di tradimento con la concorrenza (sì Final Fantasy VII, sto parlando proprio di te), e generi popolari come picchiaduro e racing game faticavano ad avere esponenti di spicco. Nonostante qualche colpo ben assestato come Ocarina of Time e buona parte dei titoli Rare, l’irruenza commerciale di PlayStation era ormai diventata troppo forte: la console Sony aveva raggiunto una popolarità incredibile, e la facilità con cui era possibile contraffare i giochi spinse enormemente la diffusione della scatolina grigia.

Insomma, Nintendo, con il suo 64 bit, aveva sbagliato tutto il possibile.

La console aveva un design poco accattivante, con quel joypad così strano e scomodo da essersi guadagnato un’infinità di meme. Le cartucce erano ormai obsolete e poco performanti per gli standard dei titoli dell’epoca, e pure quel mezzo miracolo di Resident Evil 2 aveva dovuto subire tagli a profusione per alloggiare in una cartucciona grigio gatto, quasi topo. I millemila accrocchi da utilizzare con la console (Rumble Pack, Controller Pack e altri Pack vari) sembravano un mero espediente per scucire altri soldi agli utenti, per non parlare di periferiche come il 64DD, che sembravano rievocare grottescamente il Mega CD targato Sega. I titoli di terze parti veramente validi latitavano, e la console ospitò nel suo vano cartucce persino uno dei più grandi orrori mai concepiti, Superman 64.

Se Sony aveva capito quanto fossero importanti strategie commerciali e di marketing mirate, con spot accattivanti come quello sulla S.A.P.S., Nintendo se la giocava con un banale “Artiglia la Potenza”. Ai giocatori, più che ai salti zoppettanti di Mario e agli enigmi di Zelda, interessavano le acrobazie di sexy e formose archeologhe inglesi dal grilletto facile e orde di zombi putrescenti da abbattere a colpi di shotgun. Il mondo videoludico stava semplicemente cambiando, e Nintendo se n’era accorta solo quando era ormai troppo tardi.

E allora, come mai il Nintendo 64 era una console così figa?

Proprio per il motivo di cui sopra: era una console degli anni novanta pensata e progettata in base a com’era il mondo dei videogiochi allora, e non in base a come sarebbe diventato. Nonostante Sony e Sega avessero gettato il loro amo ben prima, Nintendo credeva fortemente di poter vincere la partita replicando la filosofia del Super Nintendo: cartucce e non CD per combattere la pirateria, Mario, Zelda e Donkey Kong come forza motrice della macchina. Una console fatta soprattutto per i videogiocatori, per chi voleva ancora fanciullescamente immergersi in mondi fantastici e senza violenza o riferimenti sessuali, per chi ancora si identificava in una mascotte, per coloro a cui bastava vedere il marchio Nintendo come garanzia di qualità.

Insomma, se Sony ci ha spinto, in un certo senso, a diventare adulti, Nintendo voleva ancora farci sentire bambini, magari strappandoci un sorriso colorando la cartuccia di Donkey Kong 64 color giallo banana.

All’epoca non possedetti un Nintendo 64, ero un adolescente e orientai la mia scelta verso PlayStation, quindi “vissi” la console soprattutto sulle pagine delle riviste specializzate e giusto un paio di volte da un amico temerario che aveva il Nintendone sotto il suo televisore con Super Mario 64, ma nulla di più, eccezion fatta per un paio di partite a Conker’s Bad Fur Day su un N64 trovato per caso in un alloggio durante una vacanza estiva.

Recuperai la console acquistandola, molti anni dopo, da un privato (credo fosse il 2013 o giù di lì) con una manciata di cartucce, ma fu più per un vezzo collezionistico che altro: ero ormai fin troppo abituato ai giochi moderni per mettermi a battagliare con telecamere imprecise e controlli ostici. Lo acquistati come reperto videoludico per ragioni affettive, ma decisi che i titoli seminali del Nintendone li avrei recuperati per vie traverse, sfruttandone le nuove riproposizioni. Super Mario 64 e i due Zelda di quella generazione li recuperai su Nintendo 3DS. Ocarina of Time è diventato uno dei miei titoli preferiti in assoluto, uno di quei rari giochi che mi hanno contagiato ed entusiasmato come pochi altri, mentre Majora’s Mask, una volta superato lo smarrimento iniziale e avendone compreso il lato bizzarro, l’ho portato avanti e terminato con fatica. Troppo fuori dai canoni per i miei gusti. Le perle Rare le ho invece recuperate su XBox One con la Rare Replay Collection, tra le quali spicca il da me mai fin troppo lodato Perfect Dark, mentre agli altri titoli che mi interessavano, come Donkey Kong 64, Earthworm Jim 3D, e Yoshi’s Story, giocai sotto emulazione.

Cosa resta, trent’anni dopo, del Nintendo 64? Personalmente, pur non avendolo vissuto direttamente all’epoca, lo ricordo con affetto come protagonista della console war di quell’epoca, come una macchina dal grande potenziale ma mal progettata, però legata a un’idea romantica del videogioco, visto ancora come un hobby per appassionati e non come una moda di massa. La console è diventata un vero e proprio oggetto pop degli anni novanta, presente nella cultura di massa in serie molto popolari come Friends o I Soprano.

Una console che ha comunque lasciato un segno indelebile in quel periodo, e che ha regalato titoli che sono diventati dei classici assoluti. E diciamolo, che se avessimo potuto permettercela negli anni dell’adolescenza, avremmo volentieri affiancato a PlayStation nel mobile TV del salotto di casa.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ai trent’anni del Nintendo 64, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

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