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Yellow Submarine ti obbliga a drogarti

Yellow Submarine ti obbliga a drogarti

Quando ero piccolo, i miei erano molto protettivi nei miei confronti, soprattutto della mia emotività, per cui fino a una certa età hanno cercato di tenermi a distanza di sicurezza da cose che avrebbero potuto turbarmi, che ne so, i film horror, l’ultraviolenza, tutta una serie di robe così facilmente immaginabili. Poi ovviamente tutti sbagliano, persino i miei genitori, e qui e là qualcosa filtrava comunque, sfuggiva al loro controllo e me lo gustavo come un assaggio di qualcosa di più grosso. Un po’ di sangue qui, un po’ di ossa sbriciolate là, mostri, fantasmi, spettri e babau.

E droga.

“La droga, signor sindaco, la droga!!!”

No giuro io mi ricordo un servizio al TG che parlava di una mostra a Milano fatta in occasione di non so quale evento legato a Yellow Submarine, e il servizio era tutto un “questo mondo colorato e a misura di bambino che può avvicinare anche i più giovani alla musica del quartetto di Liverpool” e io che avevo quarant’anni suonati era tutto un “ma voi siete pazzi ma voi non sapete ma se fate vedere questa roba a un bambino di sei anni poi cresce tossicodipendente” e infatti sapete a chi piaceva tantissimo Yellow Submarine? Al mio amico John LaDroga.

Va bene, ammetto che piaceva tantissimo anche a me. Piace! L’ho finito di rivedere letteralmente dodici minuti fa ed è stata, come ogni volta, un’esperienza incredibile, amplificata dal fatto che la mia affezione per il doppiaggio italiano mi aveva portato fin qui a non vederlo mai in lingua originale, cosa che ho appena finito di fare appunto, venendo travolto 1) dagli accenti scouser che i quattro non provano neanche a nascondere anche perché parlando strascinando ogni lettera come se fossero fattissimi, cosa che sicuramente non erano e 2) dalla quantità sinceramente imbarazzante di pun che mi hanno fatto doppiamente apprezzare l’adattamento nella nostra lingua il quale era altrettanto una gragnuola costante di battute e giochi di parole.

Però ecco, come fai a guardare Yellow Submarine e a non pensare “credo proprio di aver intuito che quella della droga sia un’esperienza interessante da fare”?

“Guardate bambini, è l’ora della droga!”

Ma poi: a quale gruppo poteva venire in mente un progetto del genere? Lo guardavo e mi veniva in mente David Bowie, che aveva costruito un personaggio e una mitologia (oggi diremmo “worldbuilding”) che trascendeva i confini fisici del disco e arrivava anche sul palco e nei film, ed era tutto un progetto intricatissimo e a lungo termine con rimandi costanti e ammiccamenti infiniti. Yellow Submarine ha anche lui un worldbuilding, c’è questo mondo dove sono tutti felici perché c’è la musica che viene invaso dai cattivissimi e antimusicali Biechi Blu, e c’è un abitante del posto che scappa su un sottomarino giallo in cerca di aiuto, e finisce a navigare per una serie di mari pazzi ma con una certa geografia e topografia, c’è il passato che ritorna sotto forma della Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, c’è la città di Liverpool, ma il punto è che qualsiasi cosa ci sia è un po’ storta, o tanto storta, un po’ a trenta centimetri a sinistra della realtà. Yellow Submarine, la canzone, stava su Revolver, ma gli altri pezzi del film vengono da un po’ ovunque, alcune sono B-sides, altra roba scritta per un altro disco e mai pubblicata e riciclata per l’occasione.

E il tutto è tenuto insieme da questo tessuto connettivo di esplorazione dei mari pazzi, pieni di colori, effetti psichedelici, suoni di sitar, mostrilli animati che paiono usciti dai Monty Python (formatisi un anno dopo l’uscita del film), il tempo che scorre al contrario, un mare fatto di buchi, un mostro con la bocca a tromba che aspira tutto compresa la realtà e infine sé stesso. Voi non avete idea di quanto tempo abbia passato, quando ero piccolo ma anche più avanti quando ero meno piccolo, a chiedermi come potesse funzionare il mostro che aspira sé stesso. Ma anche a domandarmi come mai nella realtà non ci fossero tutti quei colori, quei pattern, quelle canzoni (quelle c’erano ma non erano i Beatles in persona a suonarmele in casa).

Tutto normale.

Poi dice “uno si droga”. Se vedi questa roba da bambino è ovvio che prima o poi tu voglia provare! Anche solo per vedere se ti succede la stessa cosa che successe ai Beatles, che facevano bellissime canzoncine melodiche per adolescenti poi scoprirono la droga e cominciarono a fare musica della droga ma anche musica della presa a male tipo Eleanor Rigby o Nowhere Man. È impossibile non crescere divorati dalla curiosità!

Per fortuna io, a differenza di John LaDroga, ho una volontà ferrea.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a droghe e dipendenze, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

Dovremmo smettere di vergognarci

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