I videogiochi e la droga: una storia d'amore
Quando Andrea Maderna mi ha scritto che la Cover Story di febbraio avrebbe riguardato la droga, ho immediatamente pensato “Oh no! E ora come faccio? Mi sento escluso! Io con la droga non ho mai avuto nulla a che fare”. Ho così pensato di contattare un mio caro amico, John LaDroga, con il quale abbiamo passato lunghe serate a giocare ai giochini: lui si drogava, io no. Ho chiesto quindi a lui di scrivere questo pezzo, che vi illustrerà con abbondanti esempi quale sia il legame tra la tossicodipendenza e la ludopatia.
PALLA ICS POZZO
Ciao, sono John LaDroga, conosciuto nei circoli che contano come “lo scalatore delle Alpi”, e sono qui perché l’amico Stanlio mi ha chiesto un favore. E siccome gli voglio bene, ho fatto questo gesto sconsiderato di interrompere a metà una run di Ball X Pit per mettermi alla macchina da scrivere. BALL X PIT! Quale modo migliore per cominciare un pezzo che parla di droga?
Ci avete giocato? È una roba tipo Arkanoid incontra Vampire Survivors ma a scorrimento verticale tipo i vecchi giochi di astronavi, con mille power up pazzissimi che rendono ogni run uno spettacolo psichedelico diverso, e pure una curiosa sezione di city building che consiste nel piazzare edifici su una griglia e poi usare i tuoi omini come palle da biliardo per raccogliere grano, legna e sassi con i quali costruire altri edifici. È facilissimo da capire e difficilissimo da mollare – un po’ come la droga, insomma.
Quante volte avete letto in una recensione o in uno status social che un giochino “è una droga”? Attenzione, non “mi sto drogando di”. Quello vale potenzialmente per qualsiasi giochino. Quando ho giocato a Clair Obscur ero così preso bene dal voler capire dove stesse andando a parare la storia che l’ho finito in pochi giorni e con sessioni lunghissime: “mi ci stavo drogando”, direi, se dovessi riassumere quella settimana. Ma c’è appunto una differenza tra “mi sto drogando di” e “questo gioco è una droga”. Cioè i giochi-droga sono una categoria ben definita, con caratteristiche precise e irrinunciabili. Ci si può drogare di tutto, ma non tutto è letteralmente droga.
😭
La roba più importante che definisce un gioco-droga (g-d) è la sua ripetitività, che può potenzialmente diventare infinità. La droga non è mai un’esperienza singola, cioè: può capitare che magari provi una droga e non ti piace e non la tocchi mai più, ma una volta che scopri che una droga ti piace, non è che tu possa dire “OK, l’ho presa una volta ed è stata un’esperienza incredibile che non rifarò mai più”. Conoscete The Binding of Isaac? Ne aveva parlato proprio su queste pagine l’amico Stanlio. TBOI è l’epitome del g-d, l’illustrazione che trovereste sul dizionario alla voce “gioco-droga” se i dizionari avessero una voce “gioco-droga”.
Come tutti i roguecosi, TBOI ti costringe a rigiocarci, perché a un primo impatto ti apre davanti una finestra di possibilità immense, e te ne fa assaggiare solo qualche briciola. Come tutti i roguecosi, è un gioco che va dal punto A al punto B ogni singola cazzo di volta, e certo, ci sono diversi punti B da scoprire, e spesso il passaggio non è lineare ma passa da C oppure da D o anche da Q o da Simbolo di Batman, resta il fatto che è un percorso finito che però ora dopo ora diventa infinito. Ripetitivo, ma si sa che il punto non è la destinazione ma il viaggio e il fatto che ogni viaggio in TBOI sia radicalmente diverso dai precedenti è l’ingrediente magico che trasforma la ripetitività classica in droga. Vedetela così: il canovaccio dell’esperienza rimane sempre uguale, ma viene riempito ogni volta di orpelli diversi che interagiscono tra loro in modi imprevedibili. Un po’ come la droga, insomma.
Ripetitivo e infinito ma sempre diverso: è quest’ultima la seconda roba più importante che definisce un g-d. Uno dei miei massimi g-d, Slay The Spire, ha superficialmente l’aspetto di un gioco che non cambia mai e che si tratta quindi di risolvere definitivamente come un puzzle. La strada è sempre quella, i nemici pure e fanno sempre le stesse cose, peraltro chiaramente telegrafate con dei numerini. Ci sono pochissimi elementi di casualità, ogni carta fa esattamente quello che c’è scritto sopra; è un gioco che dopo qualche ora ti dà l’impressione di essere definitivamente domabile. Poi ci provi e scopri che in realtà quella cosa che c’è scritta su quella carta significa anche che quest’altra cosa scritta su quest’altra carta fa queste altre robe a cui non avevi mai pensato prima. E scopri anche che proprio quello che sembra il suo più grande limite, cioè giocare con numeri piccoli e gestibili, è anche la vera base del suo essere infinito, perché ogni singola carta che giochi o che scegli o che elimini dal mazzo sposta il complicatissimo bilancino di qualche micron dalla tua parte. E ti rendi conto che quello che sembra un gioco ripetitivo e rilassante è in realtà un costante bombardamento di micro-scelte che si riverberano fino alla fine della run, in una sorta di gigantesco effetto farfalla per il quale basta cambiare un singolo pezzo del mosaico per finire instradati su percorsi radicalmente diversi.
Non dà fastidio anche a voi non vedere il mazzo che ha?
Il punto della droga, e dei giochini che portano il suo nome, è che, pur essendo in molti modi prevedibile e controllabile, l’esperienza è sottilmente diversa ogni volta, influenzata da una miriade di fattori che nella vita reale possono essere boh, che tempo fa o di che umore sei, e che in Slay the Spire, e in tutti i giochini simili, sono la scelta di una carta o di una certa direzione quando sei a un bivio. È questo improbabile mix di sensazione di infinito, ripetitività e novità costante che fa trascendere un giochino e lo trasforma in un g-d.
Il problema è che ne ho giocati così tanti, nel senso che ormai da qualche anno i g-d rappresentano l’80% di quello che gioco, che faccio fatica a isolarne qualcuno al di là dei Dominatori dell’Universo (non nel senso dei Masters) (diciamo del Mio Universo). Cioè io potrei anche partire dicendovi per esempio che
Darkest Dungeon è stata a lungo una droga, e se volete l’amico Stanlio aveva spiegato perché, e ha smesso di esserlo solo quando l’hanno ribilanciato nel modo peggiore che si possa immaginare rendendolo tante cose ma non più divertente. Darkest Dungeon II, del quale ancora una volta l’amico Stanlio aveva scritto, ha smesso di essere droga solo per colpa di un trofeo
o che
una delle mie variazioni sul tema preferite è Roguebook, che alle botte a suon di carte unisce una componente esplorativa che moltiplica a dismisura l’effetto novità
o anche che
Il bello di Mostreno 2 è che a un certo punto smetti di fare i conti e cominci a fidarti dei numeroni.
Mostreno era una droga pazzeschissima, resa tale dal suo essere un gioco fatto apposta per essere rotto e per produrre numeri altissimi. Mostreno 2 è stato il GOTY dell’anno scorso di Stanlio, e non avete idea di quanto sia impazzito ora che è uscita nuova roba, due nuovi clan, un’intera nuova modalità di gioco. A livello puramente quantitativo è uno degli apici del genere, e il fatto che questa cornucopia di contenuti sia ancora perfettamente bilanciata integrata e sinergizzata è un miracolo a livello TBOI
oppure che
Nine Kings è una simpaticissima botta di dopamina che ha il problema di essere un po’ scarno di contenuti e dunque di arrivare prima del solito alla fase di stanca in cui anche le run tutte diverse cominciano a sembrarti un po’ tutte uguali
o perché no
Balatro è stato una droga potentissima della quale mi sono liberato solo grazie a circostanze esterne e indipendenti dalla mia volontà
o magari addirittura
vi ricordate FTL? avete giocato a Griftlands? conoscete quel capolavoro folk horror intitolato Ring of Pain? avete idea di quanto sia incredibilmente complesso Star Renegades? avete notato che non ho parlato né di Spelunky né di Hades e solo perché mi sto concentrando solo sulla roba delle carte perché se ci apriamo al roguecosismo in generale finiamo domani?
Tutto questo per dire che c’è un’altra categoria di g-d, o meglio, una caratteristica che alcuni giochi hanno e che li trasforma automaticamente in una droga pur non essendo necessariamente concepiti come tali. Ed è: la socialità. Una volta che butti uno o più esseri umani altri da te nell’equazione, tutto diventa infinito, ripetitivo, sempre diverso e drogante. Vale per i MMORPG come per i picchiaduro, per i giochi di macchine e i giochi di calcio. FIFA, porca di una vacca, è stato ed è tuttora una delle mie droghe più potenti, sì anche adesso che si chiama EAFC mannaggia a loro, e tutto perché la stessa partita con le stesse formazioni e lo stesso stato di forma et cetera è completamente diversa se giocata contro “il computer”, contro xXx_Pu$$y$layer_xXx o contro CR7_Legend_Despacito.
meme di Dodò che parla della droga ai bambini
C’è un caso in particolare che dimostra questo assunto, ed è il mio (il nostro! Ciao Stanlio!) rapporto con i giochi FROM e con Dark Souls 2 in particolare. Stanlio ci tiene a dirvi che ha circa 800 ore su Elden Ring, che da Demon’s Souls in avanti non c’è un singolo gioco di quel filone sul quale abbia investito meno di 200 ore, e che nonostante tutto quello con il monteore più elevato resta Dark Souls 2, che tra la versione originale e quella ricicciata sfonda le 2.000 ore di gioco. Questo perché, al netto di plurimi playthrough, Dark Souls 2 rimane quello dove la componente PVP funziona meglio. E quindi io e Stanlio passavamo le ore se non le giornate a menarci con sconosciuti in arene improvvisate, o a presentarci non invitati nella partita di uno sfortunato nel tentativo di rovinargli la giornata, a volte persino a dare una mano ad altri giocatori in difficoltà. Loggarsi ai server di Dark Souls 2 e cominciare a mulinare le mani contro gente da tutto il mondo era ogni santa volta l’inizio di un trip infinito e mai uguale a sé stesso, e il motivo per cui da lì in avanti abbiamo cominciato a tenerci sempre più alla larga dalle robe multiplayer (Dark Souls 3, Bloodborne ed Elden Ring esclusi, ovviamente). C’è della droga che è troppo potente anche per me, John LaDroga, e non voglio certo perdere alla corsa della vita per colpa di quella robaccia. Preferisco restare chiuso nei miei mazzi e nei miei numerini e nella coazione a ripetere dei miei g-d preferiti. A proposito, se ne avete da consigliare fatelo: sono ragionevolmente certo che lo conoscerò già, ma sarei felice di farmi pisciare in testa e scoprire una nuova droga.
Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a droghe e dipendenze, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.




