TR-49 è un altro gioiello di inkle Studios
Ogni volta che salta fuori un nuovo gioco di inkle Studios, io mi sento tutto frizzante ed eccitato, anche (soprattutto?) quando si tratta di una roba non necessariamente troppo nelle mie corde. Sono ormai quindici anni che continuano a spingere, sperimentare, cercare soluzioni nuove e affascinanti con cui pasturare nella fanghiglia della narrazione interattiva, e tutte le volte che tirano fuori qualcosa di nuovo vale la pena di darci un’occhiata, nella certezza di trovare un bel racconto, un mondo affascinante, delle idee azzeccate e magari anche due o tre cose che non hai mai visto prima o quasi.
Il loro nuovo gioco, TR-49, è ancora una volta un oggetto strano che riesce a risultare molto diverso da tutta la produzione precedente ma, allo stesso tempo, parte di un progetto coerente e portato avanti con convinzione. Il modo più semplice per restituire il senso di che cosa sia consiste forse nell’azzardare un parallelo coi giochi di Sam Barlow, che mi sono venuti in mente a più riprese, nonostante abbiano ambizioni e valori produttivi di qualche spanna superiori. Così come in Immortality, per citare la sua opera più recente, abbiamo infatti un’interfaccia trasparente, un racconto che ci porta a indagare su un mistero consultando un archivio, agenti esterni che si mettono più o meno di traverso e un qualche meccanismo nascosto dalle tinte vagamente fantastiche. La protagonista di TR-49 si ritrova chiusa in uno scantinato e alle prese con un macchinario risalente alla seconda guerra mondiale, di quelli che venivano utilizzati per gestire le comunicazioni crittografate. All’interno di questo computer primordiale c’è un archivio di libri, lettere, riviste e diari, ma soprattutto un segreto dalla natura fumosa che dobbiamo svelare rovistando nella macchina.
E il rovistare è sostanzialmente uno spostarsi da un file all’altro sfruttando link e/o scoprendo i codici alfanumerici assegnati ai vari documenti per inserirli nel terminale tramite una specie di tastiera. Talvolta i collegamenti e i codici sono espressi nel testo in maniera esplicita, ma molto spesso dobbiamo fare lavoro di deduzione, interpretando parole e indizi sibillini per capire come recuperare questa o quella informazione. A questa struttura di base, poi, si aggiungono tutta una serie di trovate che spingono ai limiti il sistema informatico “simulato”, sfruttandone interfaccia e caratteristiche in modi che non sono necessariamente quelli previsti dal costruttore. In parallelo all’attività investigativa, poi, c’è un elemento narrativo costituito da un personaggio che “chiacchiera” con la protagonista tramite collegamento radio. Queste conversazioni si dividono fra scambi legati allo sviluppo della trama, che vengono attivati scoprendo questo o quel file, e altri che invece tendono a “manifestarsi” in maniera un po’ più casuale.
Come nelle opere di Sam Barlow, è possibile procedere per tentativi, sbloccando parti del gioco a colpi di “forza bruta”. In questo caso, però, comportarsi in quel modo è assolutamente giustificato dal punto di vista diegetico, una strategia considerata valida da John Ingold stesso, il creatore del gioco. E dà anche soddisfazione, aggiungerei.
Descritto così può sembrare magari complicato ma la verità è che TR-49, così come i giochi a cui si ispira, è di una semplicità irresistibile. Basta qualche minuto per ritrovarsi a rovistare senza tregua fra le pieghe del sistema, saltando da un documento all’altro, cercando di interpretare i file corrotti, provando a intuire quale codice si nasconda dietro a quell’indizio sibillino e consultando gli appunti virtuali con cui la protagonista prende nota delle sue scoperte, ottimi per tenere traccia delle varie informazioni recuperate e confermate. L’elemento narrativo costituito dalle conversazioni aggiunge un pizzico di “urgenza” alla situazione e infila ogni tanto qualche indizio per direzionare meglio gli sforzi del giocatore ma, per quanto i dialoghi sibillini siano ben scritti, nella mia esperienza li ho trovati per lo più superflui: il cuore del gioco sta nel pasticciare con l’interfaccia e spremere codici e codicilli dai testi, cercando di mettere assieme una rete di collegamenti e appunti degna della gif animata con Charlie Day.
Tra l’altro, a TR-49 si gioca che è un piacere, pure in vari modi. L’interfaccia è pulita ed efficacissima, mi sono trovato ad alternare un sacco l’uso di mouse e tastiera, ma mi sono anche tolto lo sfizio di fare una sessione “in trasferta” sul mio laptop, usando solo il touch screen e trovando un gioco che, come promettono le dichiarazioni di inkle, è davvero pensato per quel modello d’interazione, a favore di chi volesse metterci mano su Steamdeck.
Ed è un’esperienza deliziosa, che m’ha tenuto incollato allo schermo per sei ore abbondanti, divertendomi dall’inizio alla fine e confermando (non che ce ne fosse bisogno) la bravura di inkle tanto con la qualità tanto della scrittura in senso stretto, quanto con l’integrare di racconto e gheimplei. Insomma, la mia love story con lo studio britannico prosegue imperterrita.




