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Ho bucato una scadenza per colpa di Hades!

Ho bucato una scadenza per colpa di Hades!

È lunedì mattina e scrivo quest’articolo consapevole di aver bucato una scadenza. Era blanda, certo, ma era pur sempre una data da rispettare. Il motivo del ritardo? Hades. Trovo ironico il fatto che, dopo aver concordato la scrittura di un pezzo sul titolo di Supergiant Games nell’ambito della Cover Story sulla droga, io ne abbia procrastinato la stesura proprio a causa di una dipendenza. Non uso a caso la parola “dipendenza”. In tanti anni di passione per i videogiochi mi sono trovato alle prese con titoli più o meno coinvolgenti, capaci di tenermi incollato al joystick, al controller o al cellulare per un numero interminabile di ore, ma l’ossessione che sto provando nei panni di Zagreus è una rarità.

Da qualche anno ho cambiato completamente l’approccio ai videogiochi, dando più valore al mio tempo ed evitando di inseguire i ritmi forsennati del mercato. Questo mi ha portato ad avvicinarmi con mesi, se non addirittura anni di ritardo, a giochi famosissimi acclamati dai più. Di base, ho cercato di scardinare le dinamiche che alimentano la FOMO, riscoprendo così una dimensione di gioco più accogliente e gratificante. È per questo che mi sono avvicinato con molta calma al primo Hades. Pur avendo acquistato anni fa l’edizione fisica per Nintendo Switch, infatti, ho iniziato a sentire il richiamo verso l’aldilà subito dopo l’uscita del secondo capitolo (che, presumibilmente, recupererò all’uscita del terzo), dopo aver messo le mani su uno Steam Deck che ha riacceso la mia voglia di giocare.

Steam Deck è il bong con cui assimilo dosi regolari e massicce di Hades. Nonostante questo, non è un oggetto problematico. C’è anche chi lo usa responsabilmente!

La combinazione Hades/Steam Deck si è rivelata vincente sotto ogni punto di vista: praticità, immediatezza, qualità dell’esperienza. Senza che me ne rendessi conto, le scorribande di Zagreus nelle varie zone del regno di Ade si sono trasformate in una coccola, un potentissimo meccanismo di escapismo capace di farmi perdere la concezione del tempo e di tenermi imbambolato per ore. La durata relativamente scarsa della batteria è stata indispensabile per riportarmi ciclicamente alla realtà, là dove nemmeno l’intorpidimento delle gambe dopo le interminabili sedute sul “trono di ceramica” riusciva a farmi rinsavire. La confortevole dinamica che prevede la scelta di un’arma, dei talenti, dei doni e dei patti della pena, ha accompagnato le mie giornate facendomi sopravvivere alle lunghe attese in macchina durante gli allenamenti di mia figlia (quando, viste le distanze e il traffico romano, andare a casa per poi tornare a riprenderla non era un’opzione praticabile).

L’equilibrio con cui il gioco continua a svelare nuove carte anche dopo ore e ore di divertimento mi ha risucchiato in un mondo mitologico ricco di personaggi curati, dialoghi ben scritti e meccaniche ben studiate (perfino il mini-gioco della pesca, che in genere detesto con ogni fibra del mio essere, si amalgama bene con il resto dell’esperienza). Il risultato di questa dipendenza è stato splendido in termini di gioia ludica, ma dall’altra parte ha ridotto drasticamente la mia capacità di dedicarmi ad altri titoli. Ho un backlog interminabile a cui attingo da tempo con regolarità, ma dopo aver iniziato l’avventura con Hades ho faticato a mettere le mani su altri titoli.

Il modo in cui il gioco ironizza sulla mitologia greca umanizzando personaggi spesso distorti dall’epica attraverso cui li abbiamo conosciuti, è uno degli elementi che apprezzo di più in Hades.

A volte mi capita di vagare tra le proposte della libreria di Steam, vagliando possibili opzioni con cui variare un po’ le cose, salvo poi ritrovarmi invischiato nell’ennesimo tentativo di fuga dall’oltretomba. La capacità di Supergiant Games di creare dinamiche molto simili a quelle dei vecchi giochi arcade, dove ogni partita era in grado di divertire come la precedente e dove si viveva un costante senso di scoperta e meraviglia, mi ha catturato senza lasciare alcuna via di fuga. Il tutto, nonostante la natura procedurale dell’esperienza che, almeno sulla carta, dovrebbe essere quanto di più lontano dall’accogliente immobilismo dei giochi vecchi, con i loro livelli sempre uguali e le strategie infami studiate a tavolino per rubare il maggior numero possibile di gettoni.

Per qualche strano motivo, ogni ingranaggio del meccanismo di Hades si incastra alla perfezione con le mie abitudini di gioco, ipnotizzandomi sia nelle sessioni prolungate che nelle “sveltine” da pochi minuti. Mia moglie esce la sera con le amiche? Al suo ritorno, a notte inoltrata, mi trova ancora davanti alla TV in compagnia di Zagreus. Ho dieci minuti liberi prima di dedicarmi a qualche incombenza? Accendo Steam Deck e avvio Hades, in una routine automatica da vero tossico. Finirà mai, tutto questo? Probabilmente quando avrò sbloccato tutto ciò che il gioco ha da offrire. Sono abbastanza sicuro che, una volta raggiunto il finale completo, il mio interesse verso le avventure di Zagreus si esaurirà in un battito di ciglia, permettendomi finalmente di passare ad altro.

Da oltre trent’anni Ghouls ‘n Ghosts mi tiene imprigionato nella sua morsa. La dipendenza da Hades, invece, è destinata a scemare a breve. Ecco la differenza tra le droghe pesanti e quelle leggere!

Probabilmente la vera differenza rispetto ai vecchi giochi arcade è proprio questa. Se oggi avvio ancora regolarmente a Ghouls ‘n Ghosts, immergendomi con una ritualità ben precisa nelle rocambolesche avventure di Sir Arthur, dubito che tra vent’anni farò lo stesso con Hades. Da una parte, perché potrei essere già in pellegrinaggio nell’Ade senza dovermi affidare a un avatar virtuale. Dall’altra perché… beh! Le catene emotive che oggi mi vincolano alla ribellione di Zagreus sono ben più fragili di quelle del gioiello di Tokuro Fujiwara.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a droghe e dipendenze, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

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