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Tetris Effect è STU-PE-FA-CEN-TE

Tetris Effect è STU-PE-FA-CEN-TE

Il momento in cui Tetsuya Mizuguchi, dopo anni di tentativi, è riuscito ad avere tra le mani la licenza di Tetris me lo immagino come Walter White di Breaking Bad che si mette a cucinare crystal meth; la conoscenza per creare la sostanza perfetta c’era già, mancavano solo i materiali e l’occasione giusta. Con Lumines c’era andato già vicino; c’è gente che probabilmente è ascesa al Nirvana dopo una endless run iniziata nel 2004 e finita non certo in questa dimensione terrena. Io stesso ho rischiato più volte di lasciarci l’uso delle gambe in sessioni piuttosto impegnative, seduto sul cesso, trascendendo i limiti fisici e mentali, perdendo la cognizione del tempo e dello spazio, entrando in bagno col sole alto in cielo e uscendo quando fuori era buio pesto.

Il loop di gameplay, la sua ritmicità, il gusto musicale raffinatissimo del designer giapponese, tutto si fondeva nelle mani dei giocatori, lasciandosi assorbire per via epidermica e stimolando il rilascio di endorfine, per l’accoppiata puzzle game-console portatile più esaltante dai tempi, appunto, di Tetris-Game Boy.

Tetris Effect, però, inutile girarci intorno, è su un altro livello. È la sostanza virtuale psicoattiva più potente sul mercato, è l’essenza stessa del concetto di sinestesia che Mizuguchi insegue dall’inizio della sua carriera. Il miglior puzzle game di sempre, minimal, intelligente, divertente, evergreen, reinventato attraverso musica e immagini che ne condizionano i ritmi, le forme, le sensazioni. Il cuore meccanico è quello del 1984, dogmatico, scolpito nella pietra, ma intorno cambia tutto, trasportando il classico per eccellenza in una nuova, definitiva, dimensione. In Effect, Tetris si trasforma in un linguaggio universale, utilizzato per raccontare la vita stessa, il mondo, la cultura, l’umanità e il suo rapporto con i rituali e col ritmo; impilare tetramini diventa una preghiera laica, il mezzo per intraprendere un viaggio ancestrale attraverso il quale indagare il nostro rapporto con gli stimoli audiovisivi, andando a toccare vette, oserei dire, spirituali. I suoni si confondono con le forme, le forme coi colori, i colori con i suoni. Tutto perde di definizione, sfuma, si fonde, sciogliendosi all’interno del cervello e diffondendosi in tutto il corpo, ormai preda dei ritmi che fluiscono dalle cuffie. L’interazione viene usata come innesco per far esplodere la visione artistica del designer, che spazia per generi musicali e immaginari variegatissimi, suggestivi, avvolgenti, dove le “skin” più astratte e prevalentemente estetiche di Lumines diventano, qui, dei minimalisti e psichedelici spaccati di vita, carichi di significati e ludicamente vivi; la velocità di caduta dei blocchi segue i battiti delle musiche, gli sfondi pulsano, si animano, evolvono e lentamente si sprofonda nell’opera stessa, diventandone parte.

È un’esperienza ipnotica che va oltre il concetto di punteggio; ogni mossa tattile, che sia spostare, ruotare, far cadere un blocco o eliminarne una riga, diventa suono e effetto visivo, rendendoci parte integrante dello spettacolo, forza centrale che alimenta il rituale, ormai scivolati, senza rendersene conto, in uno stato di semi-trance auto-indotto in cui il mondo esterno svanisce lentamente per lasciarci focalizzare esclusivamente sul gioco. Siamo la scintilla di vita che permette alle ambientazioni di muoversi, suonare, ordinando tetramini come se fossero pezzettini di un codice genetico condiviso. L’effetto Tetris, fenomeno psicologico collaterale al gameplay del capolavoro di Pajitnov, viene utilizzato con consapevolezza per andare a stimolare scientificamente le percezioni del giocatore. L’efficacia è stupefacente. Per me, Tetris Effect è un luogo di meditazione, una stanza sacra dove rifugiarsi quando devo mettere a posto i pensieri, quando ne sono oppresso, strattonato. In quei momenti l’ordine del gameplay mi permette di dissipare il caos, mentre il piacere sensoriale diventa un balsamo da applicare sull’umore. Permette di isolarsi totalmente, creare una bolla in cui ritirarsi per qualche minuto oppure ore, consapevoli che, una volta usciti, il mood sarà sicuramente migliore di quando ci si è entrati. Si percepisce qualcosa che va oltre il meramente videoludico e sconfina nello spirituale, sacro e profano, meccanica e sentimento; l’energia che emana e ne definisce l’essenza lo rende, a mio avviso, quasi insuperabile nel suo genere. Un gioco che parla all’anima, che batte al ritmo del cuore, un caleidoscopio interattivo e terapeutico che riesce miracolosamente a cristallizzare, in una manciata di gigabyte, tutto quello che c’è di unico nel videogioco; la capacità di estrarre emozioni reali da output virtuali.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a droghe e dipendenze, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

Ho bucato una scadenza per colpa di Hades!

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