Ossessioni e dipendenze
Mi è venuto in mente qualche anno fa, che probabilmente c’è un motivo se non ho mai fumato una sigaretta in vita mia, se sono in grado di sentire l’odore di fumo a distanze enormi e mi fa devastantemente schifo, se provo disagio anche solo a tenere una sigaretta spenta in mano, se la donna più bella del mondo, con una sigaretta in mano, mi perde completamente di fascino. Cioè, è ovvio che un motivo c’è ed è il disgusto ma, insomma, vai a sapere, qualche anno fa ho pensato che magari la morte di mio padre per cancro ai polmoni quando avevo (quasi) nove anni abbia giocato un ruolo in questa cosa. O magari no. Vai a sapere. “Vai in terapia”, gridano dal fondo della sala.
Tipo.
Di certo, ogni tanto penso che non aver mai provato a fumare e, in seconda battuta, non aver mai pastrugnato nel mondo della DROGA sia una bella fortuna, perché considerando quanto sono terribile nel gestire altre, boh, chiamiamole ossessioni, dipendenze, droghe, o magari “droghe”, sarei forse finito male. O forse no. In fondo, in quella fascia d’età che va approssimativamente dai 14 ai 24 anni e che mi sentirei di definire “da ragazzetto”, ho trangugiato quantità enormi di alcool, eppure non mi sembra di averne sviluppato dipendenza. Anzi, ormai, col fatto che sono anziano e la digestione non è più quella di una volta, praticamente non ne bevo più. Vai a sapere.
In compenso, non riesco a togliermi ‘sta cosa che se resto sveglio oltre a una certa ora ho bisogno quasi fisico, insopprimibile, ingestibile, di spararmi una tazza di latte freddo con gli Abbracci. Che uno dice, cosa vuoi che sia, mica è un’iniezione di eroina, e c’avrebbe pure ragione, però poi magari vai a dormire poco dopo e ti risvegli con la pancia appesantita e l’alito che ha quell’antico sapore di ratto morto e ti tasti la panza e ti dici che non dovresti farlo e stavolta smetto. Ma d’altro canto qualche mese fa ho ripensato a quando mia madre mi diceva che un giorno le ho chiesto “Mamma, perché non smetti di fumare?” e lei così, da un giorno all’alto ha smesso, e ho pensato che io non devo smettere di fumare ma qualche cosa potrò pur smettere di farla e ho deciso di smettere di usare lo zucchero e così, da un giorno all’altro, non ho mai più messo lo zucchero nel tè o nel caffè.
Il tè e il caffè, a proposito di cose che non chiamiamo “droghe” e certamente non chiamiamo “DROGHE” ma in fondo che cosa sono, se non cose che non hai mai praticamente bevuto per i primi vent’anni abbondanti della tua vita e poi la tua ragazza ti introduce al mondo del Nescafé e inizi a berne ettolitri e vent’anni abbondati dopo sei lì con la bilancia e la V60 a macinare chicchi e pesare tazze.
Ryan Coogler uno di noi.
Tra l’altro, da qualche tempo, ho smesso anche con la Coca-Cola. Il cochino con la pizza, il cochino al cinema, il cochino quando sei assonnato e sai che ti tiene sveglio molto più del caffè. Il cochino per darti quella botta di forza quando c’è da lavorare. Il cochino che tirava l’altro cochino che tirava l’altro cochino e ai bei (?) tempi in cui lavoravo in ufficio, quando c’era da chiudere il numero di PSM, o quando stavo invischiato nelle fasi critiche di un progetto di localizzazione, arrivavo a fine giornata con una dozzina di lattine vuote sulla scrivania. Il cochino. Ho completamente smesso da un paio di mesi. Non è vero, ho fatto un’eccezione quando sono andato allo spettacolo di mezzanotte di (quella cacata infame di) Scream 7, ma insomma, eh, ho smesso.
Però il doomscrolling e i reel mi fottono sempre. Me lo dico, che non vorrei, che non dovrei, che non voglio perdere tempo, che oggi voglio essere produttivo, che c’ho centomila cose da fare o che comunque, se proprio voglio cazzeggiare e rilassarmi, potrei leggere, giocare, guardare una cosa, eppure quello che succede sempre è che mi siedo al PC, apro un social senza manco pensarci, magari per controllare una roba che devo effettivamente controllare, e improvvisamente è passata mezz’ora, e poi qualcuno mi manda un messaggio e improvvisamente son passate due ore e io mi piglio a pugni in testa ma come si fa.
Eppoi ci sono i videogiochi-droga, quelli sì, quelli per davvero, quelli che non mi capita più come un tempo, fosse anche solo perché fra una cosa e l’altra gioco sempre meno e fatico a trovare momenti in cui finire davvero sotto per ore e ore. E infatti, se penso a videogiochi drogosi più o meno recenti, mi viene in mente forse solo Marvel Snap, sul quale è magari capitata una qualche sessione in cui “mi ci metto un attimo” e improvvisamente erano le tre di notte, ma la droga s’è configurata più che altro con l’infilare una partitina in ogni momento libero della giornata e forse anche in qualche momento meno libero. Ne avevo parlato qui. Per fortuna poi ne sono uscito.
E poi c’è la dipendenza da liste, da elenchi, dal dovermi dare programmi, direzioni, scadenze, dal non potermi quasi mai focalizzare sull’immediato (e godermelo) perché ho sempre la testa proiettata in avanti e in preda all’ansia del dover fare questo e quello, del temere di non riuscire a fare quell’altro e quell’altro ancora, del sapere che non ce la farò mai e del non essere in grado di fare in maniera efficiente (quasi) nulla che il mio cervello non identifichi come “urgente” o “con una scadenza”. Un saluto a chi mi affida lavori dicendomi “Senza fretta, quando riesci” e poi non ha mie notizie per mesi. È forse la mia ansia più grande degli ultimi anni, per altro mandata in overload double whammy dall’avere una figlia che cresce a rapidità ingestibile e dall’avere un’età nella quale inizi a fare i conti con la mortalità e col fatto che son finiti gli anni in cui ti sentivi immortale e son cominciati quelli in cui potresti spegnerti da un momento all’altro. E poco importa se sai che immortale non lo sei mai stato, non è mica una questione di sapere, è una questione di sentire.
E alla fine è l’ansia del perdere tempo, del non aver fatto abbastanza, del non aver sfruttato questa o quella occasione, del dovermi sempre fermare a respirare un attimo e ricordarmi che va tutto bene, che stai facendo bene, che non c’è problema e che sticazzi se non hai ancora, che ne so, guardato The Pitt o giocato a The Last of Us. Che poi a The Last of Us non ci ho ancora giocato perché c’ho quell’altra ossessione, quella che non vale sempre e non vale per tutto ma vale spesso e riguarda quel mio voler in qualche modo seguire il percorso delle saghe, o degli autori, e non poter giocare a The Last of Us prima di aver giocato ai tre Uncharted perché comunque mi interessava giocarci e a quel punto mi piace seguire l’evoluzione dello studio e del resto quando ho deciso che volevo giocare a Control ho giocato a Quantum Break e quando ho deciso che volevo giocare ad Alan Wake 2 ho giocato a Control e non ho ancora giocato ad Alan Wake 2. Però adesso sto giocando a The Last of Us, dato che nel 2024 ho giocato ad Uncharted 3. Che poi ad Uncharted 2 ci ho giocato perché volevo guardarmi i video da una vecchia GDC sullo sviluppo del gioco. Ma prima di poterli guardare dovevo giocarci. E prima di giocarci dovevo giocare a Uncharted. Che tra l’altro mi sta pure piacendo, The Last of Us, anche se devo dire che capisco e non disapprovo molte delle critiche espresse in quella fatal recensione di quasi tredici anni fa.
Ma di che sto parlando? Dove voglio arrivare? Non lo so, so che volevo scrivere l’editoriale di inizio mese infilandoci dentro il mio contributo alla Cover Story su droga e dipendenze, che va avanti da inizio febbraio e che chiudiamo qua. Eran due mesi che volevo scriverlo, ‘sto contributo, e fin dal primo istante sapevo che sarei finito a parlare di queste cose ma non sapevo come. Ed è andata così. Comunque, come detto, la Cover Story si conclude qui. Per il mese di aprile non ne abbiamo previste ma ne avremo una a maggio. Cià.
Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a droghe e dipendenze, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.
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