La serie Hitman è (quasi tutta) dannatamente divertente
Vi è mai capitato di acquistare un gioco che vi intrigasse moltissimo, e dopo un paio d’ore pensare di aver buttato via dei soldi, salvo poi approcciarlo in maniera differente e innamorarvene perdutamente?
A me sì, due volte. Con il primo Outcast e poi con la prima trilogia di Hitman.
I titoli per così dire “classici” della serie IO Interactive, quelli della generazione PS2/XBox/GameCube, li ho vissuti solo tramite le riviste cartacee dell’epoca, senza però mai metterci mano. L’idea di impersonare un sicario professionista dedito all’eliminazione di specifici bersagli in maniera creativa, cercando di realizzare l’assassinio perfetto, mi elettrizzava, ma in quella generazione ero ancora uno studente con pochi fondi a disposizione e così, per un motivo o per l’altro, quando avevo la possibilità di acquistare un gioco, viravo sempre verso qualcosa di diverso.
La mia prima esperienza con Hitman risale quindi al 2013, quando acquistai la raccolta Hitman HD Trilogy, che comprendeva Hitman 2 – Silent Assassin, Hitman Contracts e Hitman Blood Money.
L’approccio con il calvo Agente 47 fu a dir poco disastroso: iniziai da Hitman 2 – Silent Assassin, ma non facevo in tempo ad introdurmi nell’abitazione del bersaglio che venivo subito scoperto, anche indossando uno dei travestimenti disponibili. Anche semplicemente camminando senza fare nulla, il livello di sospetto si alzava istantaneamente e il personaggio moriva sotto una pioggia di proiettili. Sembrava che le guardie si insospettissero troppo facilmente e senza apparente motivo, e il gameplay era a dir poco legnoso.
Insomma, dopo una decina di tentativi andati a vuoto, tolsi il disco dalla console e pensai amaramente di aver buttato via venticinque euro.
Prima di gettare completamente la spugna e lasciare il gioco a prendere polvere in maniera irreversibile sulla mensola, cercai in rete una guida o qualche trucco che potessero aiutarmi ad approcciare la questione in maniera diversa. Incappai nel thread di un forum dove l’argomento di discussione era proprio la raccolta rimasterizzata delle avventure dell’Agente 47 e un utente si lamentava appunto delle mie stesse difficoltà. Un altro utente, che conosceva bene la saga e aveva giocato a tutta la trilogia all’epoca, scrisse che il gioco era già al tempo eccessivamente punitivo e difficile in certe situazioni e che la cosa migliore per i neofiti era, paradossalmente, iniziare dal titolo più recente della raccolta, ovvero Hitman Blood Money.
Blood Money, rispetto agli altri due episodi della trilogia, offriva un approccio più morbido: la prima missione era in pratica un tutorial, che ti prendeva per mano e ti portava fino alla fine della stessa, e i livelli erano meno rigidi e lineari, con una struttura più sandbox e bersagli che potevano essere eliminati in maniera libera e creativa. E, in effetti, mai consiglio fu più azzeccato. Blood Money, in parole povere, mi aveva insegnato “come si gioca” a Hitman.
Giocare a Hitman significa, sostanzialmente, calarsi nella mentalità di un sicario. Devo eliminare quel bersaglio, che nella mappa ha il segnalino rosso. Per raggiungerlo devo infiltrarmi, cambiare pelle, camuffarmi, e stargli attaccato alle costole, impararne i pattern e sfruttare la giusta occasione per eliminarlo, possibilmente senza lasciare alcuna traccia, come se fosse un semplice incidente.
Una volta capito come affrontare in maniera corretta la serie, tutto è andato in discesa: una volta terminato Blood Money, ho ripreso in mano Silent Assassin, e nonostante i difetti di cui sopra, sono riuscito a dominarlo, divertendomici un sacco. Ogni tanto qualche missione poco bilanciata e qualche I.A. nemica non molto ben calibrata mi facevano disperare ma la serie ormai mi aveva preso così tanto che arrivai senza grandissimi problemi ai titoli di coda, con Padre Vittorio tornato sano e salvo al monastero (perché il nostro Agente 47, dopo gli eventi del primo episodio, Hitman: Codename 47, mai convertito su console, si è ritirato in solitudine in un monastero in Sicilia, lavorando come giardiniere).
Rimaneva solo Hitman Contracts, e me lo divorai in un weekend: iniziato un venerdì sera e terminato la domenica pomeriggio successiva, il gioco è considerato da molti quello meno riuscito della trilogia classica ma lo trovai assolutamente godibile, decisamente migliore di Silent Assassin, meno frustrante e punitivo, più rifinito e solido tecnicamente.
Mi ero innamorato della serie, tant’è che, una volta terminata la raccolta, acquistai subito Hitman Absolution, uscito proprio quell’anno, a ben sei anni di distanza da Contracts. Ma incappai in una mezza delusione.
Sì, perché Absolution è uno di quei giochi creati con la chiara intenzione di sradicare una serie dalla sua impostazione originale per renderla la più commerciale possibile, un po' come fecero Resident Evil 6 e Splinter Cell Conviction.
Absolution abbandona la struttura sandbox del predecessore Blood Money, abbracciandone una più rigida e lineare, in cui lo stealth risulta così eccessivo da risultare fastidioso. Viene dato maggior risalto alla trama e all’azione, ed è proprio qui che casca il proverbiale asino: Hitman è sempre stata una serie in cui l’obiettivo principale è quello di compiere l’omicidio perfetto, senza farsi scoprire, senza lasciare corpi in giro, svolgendo l’incarico nella maniera più pulita possibile.
In Absolution, invece, potevi anche optare per un approccio più diretto. Certo, non si era trasformato in uno shooter puro ma potevi anche affrontarlo così, pur rendendo il completamento delle missioni molto più difficoltoso.
Vogliamo poi parlare di alcune trovate esageratamente sopra le righe, volutamente trash, come quella delle suore assassine? Una roba che sembrava provenire da un film di Quentin Tarantino.
Altre novità poco funzionali e lontano dallo spirito del gioco originale furono il sistema “Istinto”, una barra che permetteva al protagonista di rallentare il tempo ed evidenziare i nemici, i checkpoint a metà livello e persino il sistema di travestimenti diventato più rigido, a volte quasi inutile, poiché se ti travestivi, ad esempio, da operaio, molti degli NPC vestiti da operai ti avrebbero scoperto.
In buona sostanza, Hitman Absolution era complessivamente un gioco valido, ma un mediocre Hitman. Non da buttare, per carità, ma dimenticabile.
Nonostante il mezzo passo falso di Absolution, passarono “solo” tre anni prima di rivedere l’Agente 47 nuovamente in azione. Nel 2016, infatti, uscì quello che sarebbe stato il primo episodio di una nuova trilogia, intitolato semplicemente Hitman.
Il nuovo Hitman uscì originariamente in forma episodica in formato digitale (un po' come fece ai tempi Resident Evil: Revelations), per poi uscire in versione fisica con tutti i sei episodi pubblicatik digitalmente, DLC compresi, e ovviamente aspettai il pacchetto completo per poter rivestire i panni del calvo agente 47.
Il nuovo corso della serie fu, a mio avviso, semplicemente memorabile.
IO interactive tornò alle origini, riprendendo la filosofia di Blood Money: ogni livello aveva una struttura sandbox, aree vaste ma non sconfinate, ricchissime di dettagli e segreti da scoprire. Ogni bersaglio poteva essere eliminato in molteplici modi, con approcci diversi, vennero anche introdotte le “Storie della missione” che prendono per mano il giocatore fino a condurlo davanti alla vittima designata, eliminandola però in maniera sempre bizzarra e divertentissima. L’agente 47 ha ora a disposizione un arsenale vasto e variegato: armi da fuoco, da taglio, esplosivi, veleni, sedativi, strambi gadget, il caro vecchio cavo di fibra e una miriade di travestimenti. Ovviamente il mantra è sempre quello di compiere l’assassinio perfetto, e a fine missione si riceve sempre un punteggio, che permette al giocatore di salire di livello e sbloccare nuovi e simpatici aggeggi da usare. Punto forte della nuova incarnazione è senz’altro la rigiocabilità: ogni livello – realizzato magnificamente, come quello in Italia, a Sapienza, o quello ad Hokkaido, in Giappone – incentiva un’esplorazione fitta e minuziosa, i DLC sono veramente ottimi e non un mero riempitivo per allungare il brodo. Inoltre, ci sono dei veri e propri eventi a tempo, come i bersagli elusivi, che possono essere eliminati solo al primo tentativo (in alcuni casi hanno prestato il volto attori celebri come Sean Bean – che non poteva non morire fittiziamente anche qui, come nella maggior parte dei film che ha interpretato – e più recentemente Milla Jovovich).
Due anni dopo uscì Hitman 2, con formula praticamente invariata, e andava benissimo così.
Perché i fan della serie non volevano nient’altro che questo: nuove location, nuovi bersagli, nuovi equipaggiamenti, ed eliminazioni sempre più folli. Un bellissimo more of the same.
A tre anni di distanza, Hitman 3 concluse la trilogia, con un episodio ancora impostato strutturalmente come i precedenti ma con un maggior risalto alla trama (di cui, in verità, non mi è mai importato molto) e con alcuni cambiamenti nelle missioni. Per esempio, Morte in famiglia, ambientato nel Dartmoor, in Inghilterra, vedeva 47 investigare su un delitto come investigatore privato, un’indagine stile Cluedo, e la missione finale, Untouchable, era molto più action rispetto allo spirito della serie. Pur avendolo apprezzato, il capitolo finale della trilogia è quello che ho gradito meno, infatti ci ho rigiocato poco rispetto agli altri due, che rimangono per me fra i migliori giochi della generazione passata (ovviamente tutta la trilogia è disponibile anche sulle console attuali, in una raccolta unica nota come World of Assassination).
E, ne sono sicuro, dopo 007: First Light, rivedremo, speriamo senza aspettare troppo, ancora all’opera l’Agente 47.
Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a 007 e in generale alle spy story, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.




