Il Magnifico Steiner non lo sentirete arrivare
“Nonostante tutto alla fine non siamo riusciti a scoprire neanche il suo vero nome”.
Con queste parole, la perfetta macchina della giustizia tedesca, L’ispettore Lunge, l’avvocato difensore dei diritti umani Wardemann e il giovane ispettore della polizia ungherese Jan Suk portano i loro rispetti alla tomba di Wolfgang Grimmer, giornalista d’inchiesta nato nell’ex DDR (per quelli nati dopo la caduta del Muro di Berlino, la Repubblica Democratica Tedesca o “Germania Est”).
Wolfgang Grimmer in realtà non è mai esistito.
Un nome dato dai servizi segreti delle Repubbliche Socialiste Sovietiche a un ragazzone nato e cresciuto in un orfanatrofio in cui venivano mandati i bambini di cui nessuno aveva bisogno. Cresciuto per eseguire gli ordini, sposato per non destare sospetti, ripudiato dalla moglie dopo la morte del figlio e rimasto alla fine senza patria: allampanato e anonimo con un sorriso bonario perennemente stampato sul viso.
Ma con una ossessione: scoprire cosa succedesse negli orfanatrofi come quello in cui venne cresciuto e di cui non ricorda praticamente niente tranne una singola cosa.
Il Magnifico Steiner.
Un muscoloso eroe che appariva quando ce n’era bisogno e a suon di cazzotti sbaragliava i cattivi e riparava i torti, ergendosi forte carismatico e solare in vista a tutti.
Il Magnifico Steiner in realtà non è mai esistito.
Un cartone animato programmato oltrecortina e unico svago della giovane cavia che poi avrebbe avuto “Wolfgang Grimmer” stampato sul documento d’identità e il Magnifico Steiner impresso non nel cuore ma nella parte più oscura della sua mente.
Monster esiste.
Nella mia personale opinione è il miglior manga partorito dalla mente di Naoki Urasawa, il mangaka per cui “show, don’t tell” (o, in italiano “lo famo, non lo dimo”) è più di ogni altro regola aurea.
Monster è stato il manga in cui Naoki Urasawa ha portato ai livelli più alti la sua capacità incredibile di far capire al lettore tutto di un personaggio in cinque, massimo sei, vignette.
Fosse il protagonista, fosse la signora delle pulizie a cui un personaggio secondario chiede un’informazione.
Monster è una collezione incredibile di persone, non personaggi, che non sono mai esistite ma che abbiamo probabilmente incontrato (o vorremmo davvero incontrare) con un mostro dentro, una identità di cui non sono coscienti, sono coscienti e ci sono venuti a patti, sono coscienti e ci combattono ogni giorno, sono coscienti e se ne sono fatti gioiosamente dominare.
Solo due personaggi non hanno questo mostro: il nostro protagonista, il Dottor Kenzo Tenma, giovane chirurgo giapponese dal talento unico trapiantato in Germania, e il già citato giovane ispettore Suk, entrambi accomunati dal fatto di essere stati incastrati da colui che ha per nascita, talento ed educazione il carisma ed il destino di riunire intorno a sè ogni mostro: l’inafferrabile Johan.
Per sconfiggere il mostro, Tenma inizierà la strada per diventare mostro a sua volta ma, per sua fortuna, incontrerà sulla propria strada sia persone che non cedono ai mostri che persone diventate “mostri” (nel senso epico del termine) per combattere il male: il già citato Ispettore Lunge e il Magnifico Steiner, la personificazione della rabbia pura che risponde alla violenza con la violenza.
Questa narrazione dell’invisibile perfetto, della spia che non è mai stata presa e che ancora adesso “bagna il naso” ai vari residuati bellici della guerra fredda che vogliono che la smetta di impicciarsi dei crimini che hanno commesso quando erano al potere, ma che quando messo alle strette e portato oltre la soglia di sopportazione, senza lacerare i vestiti e senza diventare verde, di fatto si trasforma nell’incredibile Hulk e massacra a mani nude i suoi aguzzini (Urasawa, da narratore astuto, di questa cosa mostra sempre e solo le conseguenze, lasciandoci ancora più atterriti), è quello che ha reso il nasuto spilungone dal sorriso finto il mio personaggio preferito in un’opera che ha praticamente solo personaggi di prima fascia.
Il momento che prelude al finale, in cui le due “macchine perfette” create dalle due Germanie procedono a salvare una cittadina di provincia in cui la violenza senza senso si è innescata solo perchè il “mostro”, senza neanche scomodarsi di persona, ha voluto così, è contemporaneamente un climax “western”, “supereroistico” e “hard-boiled” o, in altre parole, un climax di quel genere spionistico “positivista” che da James Bond è arrivato ai moderni Mission: Impossible, Bourne e The Kingsman passando per Robert Redford e Michael Caine.
Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a 007 e in generale alle spy story, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.




