Impossible Mission sposerà Simon Le Bon
Siamo nel 1984. Alla Casa Bianca Ronald Reagan sembra stia giocando a scacchi con l’apocalisse in modalità WarGames, mentre a New York un giovane Donald Trump inaugura la sua Tower come se fosse il livello tutorial del capitalismo anni ’80. Nel frattempo, i Van Halen fanno esplodere le classifiche mondiali con Jump. E poi c’è l’Italia, dove infuria un conflitto molto più urgente: quello del look. Le strade sono divise tra paninari corazzati con piumini Moncler e Timberland, indossati con orgoglio anche quando fuori c’è un sole che spacca le pietre (in pieno stile Chattanooga, per intenderci!), metallari strizzati in pantaloni di pelle che sfidano le leggi della biologia e della circolazione sanguigna, e dark avvolti in cappotti neri e chili di lacca, con lo sguardo perso nel vuoto di chi ha appena finito di leggere Nietzsche… anche se probabilmente era “solo” il retro della confezione delle merendine del Mulino Bianco.
E mentre fuori imperversa la guerra del “mamma fidati, è moda...”, nelle camerette degli adolescenti italiani si consuma un dramma peggiore di una cassetta masticata dallo stereo sul più bello (altro che buffering dello streaming... ). Da una parte c’è chi fissa il poster di Samantha Fox con la concentrazione di un monaco zen, aspettando che le sue leggendarie “grazie” diano anche solo un micro-segno di vita (chi scrive lo ha fatto per anni!); dall’altra, ci sono quelle che hanno già pianificato ogni millimetro della loro esistenza con Simon Le Bon: matrimonio, ricevimento, lista invitati e probabilmente pure il viaggio di nozze su uno yacht alle Bahamas. L’unico piccolo dettaglio ancora in sospeso? Avvisare lui.
Che bon!
Ma in quelle stesse camerette esplode anche un’altra mania collettiva che risponde al nome di Commodore 64. Quel “biscotto” beige diventa il terzo incomodo in ogni tresca adolescenziale, un social network ante litteram: niente like, niente follower, solo cassette capricciose e amicizie sospese perché “sta finendo il caricamento, non toccare niente o salta tutto”. E quando il nastro decide di tradirti al 99%, resti lì, immobile, a negoziare con il destino e con il solito cacciavite in mano, regolando l’azimut come un chirurgo d’urgenza con zero anestesia. Il tutto, ovviamente, mentre simuli di essere “impegnatissimo a studiare” per la gioia di mamma e papà al grido di “mi aiuta con le disequazioni!” con una faccia tosta che oggi meriterebbe un premio. In realtà stai solo fissando le bande colorate sullo schermo, aspettando il miracolo. Poi, all’improvviso, il silenzio si spezza: una voce metallica, gracchiante e deliziosamente malvagia emerge dagli altoparlanti di un tubo catodico da una ventina di pollici - nel mio caso, rigorosamente in bianco e nero - e capisci subito che non è un gioco. “Stay a while… stay forever!” è una dichiarazione di guerra.
In quel momento, Elvin Atombender non sta solo accogliendo l’Agente 412 nella sua base segreta: sta alzando l’asticella del sadismo digitale. Programmato da Dennis Caswell per Epyx, Impossible Mission non è un semplice platform: è un simulatore di ansia da Guerra Fredda travestito da videogioco, un titolo che in soli 64KB di RAM del C64 infila un urlo umano straziante ogni volta che il protagonista precipita nel vuoto. Un suono così viscerale da far scattare l’allarme genitori in tempo zero: mamme che irrompono in stanza convinte che il computer stia per detonare, che siano entrati i fantasmi o - nella versione più anni ’80 possibile - che si sia materializzato un ectoplasma direttamente da Ghostbusters.
Il Commodore 64 diventava il teatro della Guerra Fredda.
A differenza dei platform lineari dell’epoca - vai a destra, salta, non morire, ripeti — la base di Atombender è un piccolo capolavoro di ingegneria sadica. Trentadue stanze collegate da ascensori, layout che cambia a ogni partita: una bastardata procedurale antesignana che ti guarda negli occhi e ti dice “la memoria non ti salverà”. Qui impari solo una cosa: sopravvivere. L’Agente 412 corre, salta, fa quella capriola iconica che sembra dirti “tranquillo, è tutto sotto controllo”… e invece no. Perché quando stacchi da terra, la traiettoria è scolpita nella pietra. Hai sbagliato di un millimetro? Finisci su un robot o nel vuoto. Fine. Nessun margine, nessuna pietà. Intorno, il silenzio: niente musica, solo il ronzio dei robot killer - dei Roomba con istinti omicidi - il sibilo degli ascensori e il suono dei tuoi passi che sembrano contare alla rovescia. Minimalismo? Sì. Ma con cattiveria. Dire che fosse “difficile” è un eufemismo: era un'esperienza punitiva, progettata per farti sentire inadeguato a ogni pixel.
L’obiettivo è una caccia al tesoro travestita da esaurimento nervoso: trentasei tasselli nascosti dentro scrivanie e distributori, da ricomporre nel centro di controllo come un puzzle infernale fatto di rotazioni, incastri e colori che non collaborano mai quando serve. Il tutto mentre Atombender ti “trolla” e il timer scorre. Sei ore “reali”, che sembrano tante finché non capisci il trucco: ogni morte ti costa dieci minuti. Sei errori e hai già buttato un’ora nel cestino. E i robot? Alcuni fanno i lenti per illuderti, altri scattano appena ti azzardi a respirare sulla piattaforma. C’è chi spara scariche elettriche a bruciapelo, chi resetta gli ascensori nel momento esatto in cui stai per scappare...
E poi c’è quel dettaglio che oggi sembra leggenda metropolitana ma allora ti faceva gelare il sangue: l’urlo. Non un suono qualsiasi, ma un vero campionamento vocale, roba pionieristica, per l’epoca. Si dice fosse la voce di qualcuno in casa Epyx che ci ha lasciato le corde vocali e, onestamente, ci credi, perché quando lo senti capisci subito che non è finzione. È un avvertimento. Quarant’anni dopo, siamo ancora lì dentro. Perché Atombender non mentiva: una volta entrati, non si esce davvero. Soprattutto se quei maledetti pezzi del puzzle continuano a non combaciare...
Tutto questo porta la firma di Epyx, che negli anni ’80 è sinonimo di qualità… e joystick portati al limite della rottura. Erano quelli dei Games, delle Olimpiadi in pixel, del sole e delle spiagge californiane. Qui, invece, cambiano disco e tirano fuori il loro Dark Side of the Moon. Nel 1988 ci riprovano con Impossible Mission II: più grande, più rumoroso, più roba - il classico sequel che entra in scena come un blockbuster - ma senza quell’aura crudele che rende l’originale un qualcosa di epico. Perché “Stay a while… stay forever!” non era una battuta. Era una promessa.
Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a 007 e in generale alle spy story, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.




