Quaranta (o forse trenta) anni di Resident Evil
Allora. La prima cosa fantastica da raccontare è che questo articolo nasce con giopep che mi chiede: “Ue’, a marzo sono quarant’anni di Resident Evil, ci fai un Ospizio?”, dove per “Ospizio” ovviamente si intende un episodio di questa rubrica. Ed è bellissimo. Perché siamo talmente da “Ospizio” che l’anniversario di Resident Evil è il trentesimo, ma sia per me che per giopep quel quaranta era giusto. Nessuno ha avuto niente da ridire. E secondo me anche chi sta leggendo ha buone probabilità di ritrovarsi a dire: “Ah, sì, giusto, sono trenta, non quaranta, anche a me non sembrava affatto strano quel quaranta”.
Detto questo, sui trent’anni di Resident Evil (per i quaranta poi magari vediamo quando giopep mi dirà che ne sono passati cinquanta e per me sarà OK, quindi tipo tra cinque anni) pure ce ne sono tante, di cose da raccontare. Cercherò di buttarle giù in ordine cronologico.
Il mio primissimo ricordo di Resident Evil è molto curioso: stavo facendo il servizio militare (a proposito di ospizio e di decenni che passano, sì, a quei tempi c’era ancora l’obbligo della leva) e il mio caporale mi racconta di questo gioco fantastico, incredibile, bellissimo, che aveva avuto modo di provare durante l’ultima licenza. “Quando incontri il primo zombi è spettacolare, vedi proprio quella faccia che si gira e ti guarda, come in un film horror, mamma mia, troppo bello”. E in effetti, dai, era proprio una figata. Certo, è roba per certi versi invecchiata malissimo, penso soprattutto alla scomodità dei controlli “character relative”, ma all’epoca, nel 1996, l’impatto di Resident Evil sul mondo dei videogiochi fu devastante.
Era un gioco talmente figo che, pur essendo single player, funzionava benissimo anche per le serate in compagnia. Un altro dei miei ricordi preferiti, infatti (e finora sto riuscendo a mantenere l’ordine cronologico), è proprio quello delle serate, che spesso diventavano nottate, passate con gli amici a giocare a Resident Evil. Uno teneva in mano il controller, gli altri suggerivano cosa fare e tutti insieme si cercava di risolvere gli enigmi e si condivideva quella bellissima atmosfera da film/racconto horror, con il plus dell’interazione.
Che poi, a volerla dire tutta, non è che avessero inventato chissà che, Shinji Mikami e il suo team (che fino ad allora non erano neanche tra le persone più importanti in Capcom), visto che il tipo di gameplay, incluso il già citato sistema di controllo, e gran parte della struttura di gioco erano copiati (sì, dai, copiati, si può dire) da Alone in the Dark di Infogrames, uscito qualche anno prima (1992, con anche due seguiti diretti, anche questi precedenti al gioco Capcom, uno nel 1993 e uno nel 1995). Però, sapete com’è, è piena la storia dei videogiochi, e forse in generale anche quella dell’umanità, di robe copiate che riescono a essere anche meglio dell’originale, perché ci mettono quel qualcosa in più che le fa sfondare. E Resident Evil è esattamente una di queste.
Ecco, una cosa che vorrei ricordare, ma che non ricordo, è il momento in cui ho scoperto che in Giappone il franchise era conosciuto come Biohazard, mentre il nome Resident Evil era stato scelto per l’Occidente, se non ricordo male per ovviare a problemi di copyright, tipo che il marchio Biohazard in America era già registrato. Poi, per carità, stupendo il titolo Resident Evil, almeno per il primo capitolo della serie, interamente ambientato nella famosa Villa Spencer. Ora, però, dopo trent’anni (o forse quaranta) di esistenza del franchise, c’è da dire che Biohazard avrebbe funzionato molto meglio, visti i temi da fantascienza di serie B che caratterizzano la serie. Però, dai, bello “Resident Evil”, soprattutto pronunciato dall’indimenticabile voce fuori campo quando premevi start nel menu iniziale del gioco.
Altri ricordi dai trent’anni della serie.
I due dischi di Resident Evil 2, uno per la campagna di Claire Redfield, uno per quella di Leon Kennedy. Il primo episodio aveva già due personaggi giocabili (Chris Redfield e Jill Valentine), ma Resident Evil 2 introdusse il cosiddetto sistema zapping, che incrociava gli avvenimenti delle due campagne (con le cose che cambiavano a seconda di quale personaggio venisse usato prima e quale dopo). Figata. Giuro che mi è venuto un brividino di nostalgia/emozione esattamente in questo momento, mentre ripensavo alla cosa dei due dischi. Avete presente quei ricordi di quando proprio senti l’odore delle cose e la grafica dei giochi vecchi ti sembra incredibile come la vedevi all’epoca, non come ti risulterebbe oggi? Ecco, quello.
Ho un ricordo anche per Resident Evil 3, il primo episodio giocato quando già mi ero trasferito a Milano (forse nei mesi in cui ero proprio in casa con giopep, quindi una quarantina d’anni fa, direi), ed è il mio pensiero che “ah, ma qua quindi vogliono fare proprio lo sparatutto in terza persona”. E in effetti di esperimenti su quell’impianto di gioco se ne sono fatti tanti, in Capcom, sia internamente che esternamente alla serie Biohazard. Dino Crisis, ve lo ricordate, no? Anche lì, per esempio, il secondo capitolo era una sorta di sparatutto. E Onimusha? Tecnicamente un “Resident Evil” (sfondi prerenderizzati su cui si muovevano, sempre con controlli tank, personaggi poligonali), ma di fatto era un gioco d’azione con le spade. Lo stesso Devil May Cry nasce come un Resident Evil 4 venuto male, decisamente troppo action. Tanto da diventare un gioco diverso, appunto. Era tutta roba costruita sull’impianto ludico di Resident Evil.
Altri ricordi ancora.
La grafica di Resident Evil Code: Veronica su Dreamcast. Mamma mia, che bellezza. Ah, aspetta. Una roba bellissima che ricorderemo in pochi. Le versioni, sempre per Dreamcast, di Resident Evil 2 e 3. Mi sono venute in mente esattamente adesso, mentre scrivo. Erano tipo delle remaster, solo che all’epoca non le si chiamava così, e mi gasavano un sacco. Non ci ho mai giocato per davvero (avendo già dato sulle versioni originali per PlayStation), ma il solo possederle mi rendeva felice.
E a proposito di grafica, arriviamo a quello che forse è il momento più alto della serie, da questo punto di vista. Ovviamente in relazione al periodo. Resident Evil Rebirth. Il remake del primo Resident Evil, esclusivo per GameCube (poi nel tempo disponibile per svariate altre piattaforme). Ho goduto nel recensirlo su NRU, una delle robe più belle mai viste in vita mia (sempre in rapporto al momento). Sì, per me meglio di Resident Evil 4, uscito qualche anno dopo, sempre per GameCube. Perché, certo, Resident Evil 4 era tecnologicamente avantissimo, con la sua grafica interamente poligonale, mentre Rebirth aveva ancora i fondali prerenderizzati, ma proprio per questo, secondo me, l’effetto complessivo era superiore, ovviamente solo a livello visivo, nel remake. E poi, vabbe’, visto che stiamo un po’ ripercorrendo tutta la serie, forse è il caso di dirvelo: io sono emotivamente molto legato al primo capitolo. So che là fuori è pieno di fan di Resident Evil 2 e 4, e sono giochi bellissimi, anche a me piacciono tanto, ma io sono innamorato di Villa Spencer, ve lo volevo dire. E Rebirth l’ho sempre trovato un remake meraviglioso. Dai, i cani che non saltano quando te lo aspetti, ma… Dai, bellissimo.
Ah, invece, parlando di Resident Evil 4, il mio ricordo su quest’episodio è della chiacchiera in redazione sul sistema di controllo del gioco. Con me che dico: “Oh, ma perché dite che è cambiato tutto? È uguale ai precedenti episodi, solo che ha la telecamera fissa dietro”. Perché è vero (lo confermerà più avanti anche giopep, ve lo dico perché vi fidate più di lui, e fate bene, solo che quando esplose la discussione lui non ci aveva ancora giocato), il controllo era ancora quello “tank”, cambiava solo la posizione della telecamera.
Infatti, e qui arriviamo a un altro ricordo, il sistema di controllo nella serie cambia per davvero solo con Resident Evil 5, uno dei capitoli più disprezzati, ma che invece a me è piaciuto un sacco, anche perché è uscito in un periodo in cui ero in fissa con obiettivi e gamerscore e fare per la prima volta 1000 punti con la rigiocabilità tipica dei Resident Evil è stato molto divertente. Ah, giusto, perché poi era giocabile anche tutto in co-op. Ua’, sì, bellissimo Resident Evil 5. Ahahahah, c’era anche il trucchetto della duplicazione degli oggetti, vero! Che si faceva proprio sfruttando il fatto di essere in due, online, e ingannando i salvataggi. No, dai, ma che volete da Resident Evil 5? Era fantastico! (Mai più toccato da allora, oggi potrebbe risultarmi ingiocabile, ma tant’è, stiamo parlando di ricordi).
Resident Evil 6 l’ho saltato. E mi dispiace un sacco, perché se prima ho detto che il quinto è uno dei capitoli più disprezzati della serie, il sesto sicuramente ha il primato in questa particolare classifica. Lo odiano pressoché tutti. Tranne Zave, che gli ha messo 9 su IGN, diventando a sua volta odiato pressoché da tutti. Poi più avanti, però, anche giopep (lui parla sempre dopo, avete notato? Vuole l’ultima parola) mi dice che non è affatto male. E io alla fine ho questo rammarico di non aver partecipato a questa discussione con il resto del mondo. Ora potrei anche recuperarlo, però mi sa che oggi potrebbe risultare vecchiotto, mentre vorrei proprio giocarlo magicamente nel suo periodo d’uscita.
È l’unico capitolo principale a cui non ho giocato, tra l’altro. Il VII pure ha rischiato, eh. Non ci ho giocato per anni, perché, banalmente, mi faceva troppa paura. Allora, io sono storicamente un cagasotto, però con Resident Evil non ho mai avuto chissà che problemi. I giochi più spaventosi che ho finito sono stati Silent Hill 2 e Dead Space. Fino a Resident Evil VII. Che nella sua parte iniziale, complice l’introduzione nella serie della visuale in soggettiva (secondo me ottima, in quel contesto) era proprio insostenibile, per me. E infatti dopo un paio di tentativi ho desistito e l’ho tenuto fermo lì. Quando poi è uscito Village, mi sono buttato su quest’ultimo e sono riuscito a finirlo. Nonostante un paio di parti davvero brutalmente horror. Sono riuscito a finirlo giocandoci da solo in casa e andando poi a dormire da solo. No, lo specifico, perché altrimenti sono buoni tutti, eh. C’è la parte di Casa Beneviento che è potente, in Village.
E comunque, questa cosa mi ha dato coraggio e mi ha convinto a riprovarci con il VII. E dopo quattro anni sono riuscito a “esorcizzarlo” e a finire anche quello. Intendo sempre da solo in casa e dovendo poi andare a dormire da solo. Sia chiaro! Poi, piccola parentesi, sempre galvanizzato da questi risultati, in quel periodo ho visto il film The Witch, quello con Anya Taylor-Joy, quello che graficamente è scritto The VVitch. Sempre da solo. E sempre dovendo poi andare a dormire da solo. E lì mi sono veramente cagato addosso. Fine parentesi.
E insomma, questi sono un po’ i miei ricordi (dall’ospizio) su Resident Evil. Ah, sì, ho giocato in questi giorni anche a Requiem, il nuovissimo capitolo. Figo. Bella l’idea dei due stili di gameplay, survival horror con Grace Ashcroft e action horror con Leon Kennedy. Ho preferito le parti horror con Grace, perché quelle con Leon soffrono secondo me di ambientazioni un po’ bruttine e soluzioni un po’ più cheap, ma l’idea secondo me rimane molto figa.
Ah, e anche i remake recenti sono proprio belli. Infatti non vedo l’ora che rifacciano in questo modo anche il primo. Perché il primo è sempre il più bello, per me.
Bello, Resident Evil. Trent’anni talmente fighi che sembrano quasi quaranta.




