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L’oblio di chi lavora (due volte) nell’ombra

L’oblio di chi lavora (due volte) nell’ombra

Quando si parla di videogiochi sui ninja tendono a uscire allo scoperto sempre i soliti nomi: Shinobi, Ninja Gaiden, The Ninja Warriors, Tenchu, The Last Ninja, Mark of the Ninja, Sekiro e compagnia bella. D’altra parte, si tratta di ottimi titoli che hanno lasciato un segno indelebile nella fantasia di chi li ha giocati e nell’immaginario collettivo, contribuendo a diffondere (o consolidare) la rappresentazione mitica delle spie giapponesi fin dagli anni ‘80.

Da appassionato di ninja e samurai, negli anni ho dedicato una fetta generosa del mio tempo alle esperienze legate a queste controverse figure storiche, concedendomi ben più di un “guilty pleasure”. Grazie alla curiosità morbosa di Andrea, ho buttato giù un articolo con quelle che, pur non essendo tra le migliori o le più note, hanno monopolizzato diverse ore della mia vita.

Alcune le conoscerete o le avrete sentite nominare, ma magari, anche solo per un problema di età, le avrete ignorate per dedicarvi a opere più attuali e coinvolgenti. Scelta assolutamente legittima, per carità! Non voglio costringervi a sperimentare, ma ricordarvi dell’esistenza di giochi poco celebrati, ma non necessariamente da buttare. Potrebbe nascere un nuovo amore inaspettato, vai a sapere!

Izuna: Legend of the Unemployed Ninja

Ricordo con affetto il periodo del Nintendo DS. Sulla console dal doppio schermo sono usciti giochi di tutti i tipi. Con un catalogo così monumentale è normale che qualcosa possa essere sfuggito agli appassionati, ma non è mai troppo tardi per gli immancabili recuperoni. Per me, la leggenda della ninja disoccupata è stata una piacevole sorpresa.

Attirato dalla copertina colorata ho deciso di dare fiducia a questo bizzarro dungeon crawler a tema ninja e yokai, trovando nella piccola cartuccia una quantità importante di sorprese e divertimento. Ho sempre avuto un rapporto piacevole con i dungeon crawler (con quelli onesti, se non altro) e ho adorato il fatto di poterne giocare uno con un’ambientazione sfiziosa, un character design in stile anime e un’ariosa visuale dall’alto.

Il gameplay di Izuna contiene un po’ di tutto. Si esplorano dungeon pieni di mostri alla ricerca di boss da sconfiggere e oggetti importanti da recuperare. Lungo il tragitto, si raccolgono collezionabili e armi di ogni tipo, da accumulare in un apposito magazzino al villaggio in caso di carenza di slot di trasporto. Le armi possono essere riparate dal fabbro e ci sono diversi personaggi con cui è possibile interagire per sbloccare missioni ed extra.

Le musiche orecchiabili e lo stile artistico gradevole hanno contribuito a tenermi incollato alla console portatile per un bel po’, facendomi perdere la cognizione del tempo durante le sedute sul trono di porcellana, con frequenti casi di “effetto ranocchia” (volgarmente detto “morbo delle gambe intorpidite”). Di questo gioco esiste anche un seguito, che purtroppo non ho mai giocato. Sarà uno dei prossimi recuperi dal backlog!

Spesso su DS uscivano titoli con una grafica low poly particolarmente grezza. Ho apprezzato Izuna anche per la scelta, non scontata, di puntare sulla pixel art.

Shinobido 2: Revenge of Zen

Il mio legame con Shinobido 2 è stato rafforzato principalmente dalla natura portatile del gioco. Ho sempre amato PlayStation Vita e il fatto di poter giocare ovunque un gioco di Acquire, gli stessi sviluppatori di Tenchu, era un sogno diventato realtà.

Seguendo la tradizione di questi sviluppatori nipponici, Shinobido 2 è un gioco imperfetto, con una grafica datata, meccaniche non pulitissime e una ripetitività di fondo molto simile al menu di una dieta proteica. Eppure, si tratta della mia comfort zone, una coccola ludica che ho sempre amato concedermi dopo le giornate particolarmente faticose.

Non sono mai stato un giocatore ossessionato dai trofei e dagli obiettivi. Quando Microsoft ha introdotto gli Achievement, per un po’ mi sono fatto prendere dalle sfide con gli amici per vedere chi ne avrebbe sbloccati di più, ma nel momento in cui gli sviluppatori hanno smesso di usarli per consigliare approcci particolari ai giochi, trasformandoli in subdole trappole per allungare artificialmente la longevità, mi sono disamorato all’istante.

Gli obiettivi di Shinobido 2 appartenevano già alla seconda categoria, ma mi sono comunque impegnato per completarli tutti, compresi quelli più tediosi legati ai collezionabili. Ero rimasto talmente avvinghiato nella rete di questo titolo, da affrontare le missioni giocando di ruolo, inventando le storie delle guardie e dei vari personaggi presenti nelle mappe. Grazie a questo approccio, non mi è pesato affatto ripetere più volte alcune missioni.

Se non avete una PlayStation Vita, potete provare il primo capitolo della serie, sviluppato per PlayStation 2. Personalmente l’ho trovato meno appassionante, ma le mie impressioni potrebbero essere legate a mille fattori differenti, come l’impossibilità di giocare in bagno.

Durante le mie innumerevoli ore di gioco ero arrivato al punto in cui, per alzare il livello della sfida, mi ponevo da solo delle limitazioni. Solo uccisioni aeree, nessuna uccisione, solo uccisioni dalle sporgenze e cose simili.

Ninja Baseball Bat Man

Il mondo dei giochi arcade è pieno di titoli di cui, vuoi perché sono stati poco diffusi in Italia, vuoi perché sono usciti quando le sale giochi erano già nella loro parabola discendente, molte persone ignorano l’esistenza. Non smetterò mai di ringraziare il sacro MAME per avermi permesso di scoprire (o riscoprire, nel caso dei titoli che magari all’epoca non avevo compreso del tutto) esperienze completamente folli.

Tra queste c’è Ninja Baseball Bat Man. OK, mi rendo conto che inserirlo in un articolo dedicato ai giochi sui ninja potrebbe essere eccessivo, ma alla fine si tratta di una contaminazione legittima tra le misteriose spie mascherate e lo sport più amato da americani e giapponesi, quindi… perché no? Parliamo di un picchiaduro a scorrimento sviluppato da Irem America, che pesca a piene mani dalle tartarughe ninja e dai sentai in stile Power Rangers.

All’epoca non era raro imbattersi in polpettoni di questo tipo, studiati a tavolino per attirare un pubblico variegato a cui spillare una manciata abbondante di gettoni. In un’atmosfera colorata, con una pixel-art curata e animazioni fluide, fino a quattro giocatori possono divertirsi a picchiare centinaia di nemici lungo una serie di livelli fuori di testa.

Come da tradizione, ogni personaggio può contare su una vasta gamma di attacchi a mani nude e mosse speciali che mischiano le giocate del baseball alle tecniche ninja più famose, approfittando anche degli oggetti più disparati recuperati sul campo di battaglia.

Ninja Baseball Bat Man è uno di quei giochi che amo mostrare agli amici quando voglio sorprenderli. La prossima volta che invitate qualcuno a casa per qualche partita defaticante, invece dei soliti Vendetta, Final Fight e soci, proponetegli questo. Gli farete scoprire un nuovo tassello del fantastico mosaico della follia arcade.

Se non avete modo (o voglia) di provarlo, ecco un video di questa piccola perla poco conosciuta.

Saboteur

Il mio incontro con Saboteur è stato surreale e, come accade spesso quando si parla di home computer negli anni ’80/’90, è strettamente legato alla pirateria. La prima volta che lo provai, rimanendo affascinato dalla sua atmosfera, fu grazie a una cassetta comprata in edicola. Mi riferisco a quelle raccolte di dubbia provenienza che includevano scampoli di giochi a cui venivano dati nomi improbabili.

All’epoca era una cosa assolutamente normale e per me, un ragazzino alle prime armi con il suo fido Commodore 64, andare alla scoperta di nuovi mondi virtuali era sempre una grande avventura. Nella cassetta delle meraviglie che mio padre aveva comprato quella domenica era incluso un gioco chiamato “Indagine”. Dopo aver completato il caricamento mi trovai di fronte a una grafica un po’ strana, con scelte cromatiche acide che ricordavano i titoli ZX Spectrum (a cui giocavo spesso dal mio vicino di casa).

Sono venuto a sapere il vero titolo del gioco solo diversi anni dopo, scoprendo anche che il comparto grafico “fattissimo” dipendeva dal fatto che, in origine, Saboteur era stato effettivamente sviluppato per Spectrum, una macchina ben più limitata rispetto al biscottone.

Ricordo ancora che, nel vano tentativo di portarlo a termine (“vano”, perché la versione nella cassetta era incompleta), avevo realizzato una mappa rudimentale dell’ambientazione con la posizione degli oggetti e dei nemici. L’approccio “realistico” mi aveva profondamente colpito, così come l’assenza della musica durante le partite (dettaglio che contribuiva a rendere il tutto ancor più “reale”).

Nel caso vi fosse venuta voglia di provare questo pezzo di storia dei giochi stealth, potete trovarlo in mille varianti differenti (seguito incluso), tra cui le conversioni per browser e smartphone realizzate dallo stesso Clive Townsend, creatore del gioco originale (ma NON della versione C64).

Il gioco aveva alcune scelte di design davvero interessanti, come la rigenerazione della salute a discapito del tempo. La musica del menu iniziale, poi, era una bomba!

Ninja JaJaMaru-kun

Pur avendo registrato numeri piuttosto alti nel corso degli anni, quando si parla di ninja la saga di JaJaMaru viene troppo spesso dimenticata. Sono molto legato alla piccola spia assassina di Jaleco, complice anche le innumerevoli partite con Ninja JaJaMaru-kun su MSX, a casa dell’amico “M” del terzo piano (sì, ho avuto la fortuna di crescere in un condominio dove avevamo tutti macchine diverse. C’era l’imbarazzo della scelta!).

Probabilmente non si tratta del capitolo migliore, ma per me e i miei amici questo buffo platform pieno d’azione è stato una specie di droga, al punto da monopolizzare l’MSX collegato alla TV piccola della cucina, creando non pochi disagi ai genitori di “M” (un dettaglio che mi strappa un sorriso ancora oggi).

All’epoca in Italia non erano ancora arrivati i manga, e i miei contatti con la cultura nipponica erano piuttosto limitati (c’erano gli anime, ma parliamo comunque di un panorama molto meno vario rispetto a quello attuale). Ecco perché rimasi profondamente colpito dall’ambientazione del gioco, con quel trionfo di tombe bizzarre, alberi sinuosi e demoni dalle forme più assurde. Se oggi sono ancora così affascinato dagli yokai e dai giochi in cui compaiono, in parte dipende dall’imprinting garantito da questo gioiellino.

Qualche mese fa, su Nintendo Switch e PlayStation 4, è uscita la raccolta Ninja JaJaMaru: The Great Yokai Battle +Hell Deluxe Edition, che include sei giochi della serie. Non ho avuto modo di giocarla, ma potrebbe essere un buon modo per provare, senza troppo sbattimento, alcune delle vecchie esperienze “ninjose” e pucciose che porto ancora oggi nel cuore.

Come tutti i migliori giochi dell’era arcade, Ninja JaJaMaru-kun è accompagnato da una musica ossessiva, orecchiabile e tremendamente monotona, che faticherete a togliervi dalla testa. NA-NA-NA-NAA-NA-NANNAAAAAA…

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ai ninja, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

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