La 25ª ora è la malinconia fatta film
Nella vita, le cose brutte accadono. Spesso ti vengono addosso improvvisamente come un’auto guidata da un ubriaco, e tu nemmeno te ne accorgi. Ma ci sono due tipi di cose brutte: quelle che accadono come conseguenza delle proprie azioni, e quelle che accadono e basta, anche se sei la persona migliore al mondo, e lì non ci puoi fare proprio nulla.
La 25ª ora le racconta tutte e due.
Il film di Spike Lee, nello specifico, ha due protagonisti. Il primo, Montgomery “Monty” Brogan, paga le proprie scelte di vita sbagliate. Il secondo, la citta di New York, paga la follia di un pazzo terrorista.
Monty Brogan, orfano di madre e con un padre assente, ha iniziato a vendere erba ai figli dei ricchi quand’era al liceo, e ora, ormai trentenne, è uno degli spacciatori più noti della città. Monty ha tutto: si è arricchito rapidamente grazie alla sua attività, ha un bell’appartamento in centro, una giovane e bellissima ragazza e un’auto da collezione. Un giorno, però, la vita che ha scelto gli presenta il conto, e un blitz della polizia lo incastra, con conseguente condanna a sette anni di prigione. Monty lavora per la criminalità russa e decide di non collaborare, per paura che il boss Nikolaj possa vendicarsi contro il padre anziano. Il film racconta le ultime ventiquattr’ore dell’uomo prima di andare in prigione. L’ultimo giorno di libertà, un giorno che sembra più corto degli altri, in cui cerca di fare ammenda per le proprie colpe e capire chi l’abbia incastrato.
Monty inizia la sua ultima giornata seduto su una panchina, lungo il fiume. Osserva qualcosa che forse non vedrà mai più. La calma e il silenzio che lo avvolgono vengono spezzate dall’arrivo di un tossico, suo vecchio cliente, che sta attraversando una crisi d’astinenza ed è in cerca di una dose. Monty lo manda via perché con quella vita ha ormai chiuso, e semmai dovesse sopravvivere alla condanna, non riprenderà le vecchie abitudini. Torna a casa e, seduto sul divano, ricorda il giorno del blitz della polizia, che sapeva esattamente che proprio in quel divano erano occultati soldi e droga. Monty è convinto che sia stata Naturelle a denunciarlo, ed è divorato dal dubbio di una verità che forse non saprà mai e dal non voler credere che la donna che ama possa averlo tradito. Monty pranza per l’ultima volta con il vecchio padre, un ex pompiere con cui ha sempre avuto un rapporto complicato. Il padre ricorda malinconicamente la moglie, scomparsa da molti anni, e riprende Monty per le sue scelte di vita sbagliate, nonostante voglia molto bene al figlio.
Monty ha il primo crollo emotivo, in una scena che è diventata cult: lui che inveisce allo specchio contro sé stesso e contro la città di New York. Un fiume in piena che travolge tutti, dalle varie comunità ed etnie, passando per i politici e la chiesa, menzionando anche gli unici affetti che gli sono rimasti: il padre, i due vecchi amici d’infanzia e la donna che ama e che forse l’ha tradito. Conclude con la persona che odia di più al mondo. Sé stesso, appunto, che aveva tutto e l’ha gettato via.
Monty si prepara a vivere l’ultima sera da uomo libero insieme ai suoi più cari amici, che conosce da sempre: Jacob Elinsky, professore di letteratura, e Frank Slaughtery, brillante e cinico broker di Wall Street. Sono l’uno l’opposto dell’altro: se Jacob è un uomo timido e pacato, innamorato di una sua studentessa minorenne, Frank è estroverso e sicuro di sé. Tutti e due sono però accomunati dal sincero affetto per Monty, seppur in maniera diversa: se Jacob non giudica le scelte di vita di Monty e sembra quello più distaccato, Frank condanna l’amico per le sue attività criminali ma anche sé stesso per non averlo convinto a cambiare vita, inveendo anche contro Naturelle. Frank promette a Monty di non abbandonarlo e di aiutarlo una volta fuori, magari aprendo insieme un bar come da tradizione irlandese, loro patria d’origine.
L’ex spacciatore cerca di chiudere in maniera definitiva anche con il boss Nikolaj, promettendo di non venderlo mai alla polizia per evitare il carcere o avere sconti di pena e rifiutando di uccidere Kostya, uno degli scagnozzi russi con cui ha lavorato, colui che lo ha denunciato e condannato alla prigione. Monty va via dal locale di Nikolaj, che gli ha offerto una festa d’addio per il suo ultimo giorno di libertà, con la consapevolezza che la donna che ama non l’ha tradito, anche se probabilmente la perderà per sempre a causa della sua condanna.
Monty affida a Jacob l’adorato cane Doyle, che aveva adottato dopo averlo raccolto dalla strada e salvato da morte certa, e chiede a Jacob di malmenarlo, perché sa che a causa del suo bell’aspetto subirebbe certamente degli abusi in prigione. Monty sembra un duro ma è un uomo profondamente fragile. Non c’è malvagità in lui, è stato solo attratto dal denaro facile e condanna duramente sé stesso per le proprie colpe. Compie, durante il suo ultimo giorno, un viaggio introspettivo da cui non si salva e non si vuole salvare. Sa che l’unico colpevole della situazione è sé stesso, non cerca redenzione, è un uomo che ha tremendamente paura di ciò che l’aspetta, un destino inevitabile da cui potrebbe salvarsi solo uccidendosi oppure scappando, cosa che metterebbe nei guai il padre, a cui toglierebbero il bar e che perderebbe tutto.
Prima di affrontare il suo destino, Monty cerca, inconsciamente, di riconciliarsi con la sua città, New York, che nella scena precedente aveva demolito senza pietà, augurandogli addirittura la distruzione. New York è l’altra anima ferita di questo film. Una città colpita al cuore dopo l’undici settembre, con Ground Zero come una cicatrice ancora sanguinante che farà sempre male. Una città piena di contraddizioni ma con uno spirito ancora forte e che cerca di andare avanti. Una città multietnica ma ormai profondamente divisa dopo l’attentato, una divisione che, se guardiamo ai tempi attuali, sembra ormai completamente insanabile (ironia della sorte, nel film viene citato anche Donald Trump, molti anni prima della sua discussa e discutibile presidenza).
Il film si conclude con una sequenza emozionante, commovente e lunghissima, in cui Monty, ora malconcio dopo le botte prese, si reca verso il carcere accompagnato dal padre, il quale tenta per l’ultima volta di convincerlo a scappare, senza badare alle conseguenze. Monty potrebbe rifugiarsi in una piccola cittadina di provincia e rifarsi una vita sotto falso nome, magari ricongiungendosi con Naturelle e mettendo su famiglia. Un viaggio struggente che sembra solo onirico, in quanto Monty probabilmente accetterà la sua condanna.
La 25ª ora è un film a cui sono molto legato, al punto di andare a leggere anche il romanzo da cui è tratto. Un film malinconico, duro e difficile, nel quale sembra non esserci speranza, tutto sembra condannato verso qualcosa di inevitabilmente negativo. Un film che, visto adesso, con i tempi tremendi che stiamo vivendo, sembrava solo aver previsto una parte di quello che sarebbe arrivato. Confesso che la parte finale, quella del futuro “alternativo” sognato da Monty, trova sempre il modo di commuovermi amaramente, da un lato per quel tentativo di riconciliazione con il padre, dall’altro per quella speranza soffocata di avere una possibilità di salvarsi, nonostante colpe ed errori.
"C’è mancato poco che non succedesse mai."
Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a droghe e dipendenze, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.




