Goddess of Victory: Nikke. Oltre le chiappe c'è di più
Inizialmente avevo pensato di titolare questo articolo: Nikke è come la Fanta, non è buona ma è tanta in omaggio a un ritornello tanto in voga nella mia adolescenza (ah, l’adolescenza: quel periodo di cui si è nostalgici solo perchè dopo in media si peggiora).
Con l’accumularsi di ore ed ore di gioco, però, mi rendevo conto che sarebbe stato ingiusto: Goddess of Victory: Nikke - gatcha game che portò (e continua a portare) ai sud coreani di Shift Up abbastanza soldi da buttarsi nel mondo del tripla A con quel titolo leggerissimamente controverso che è stato Stellar Blade - è tanto ed è anche abbastanza buono.
Abbastanza buono…
Ma andiamo con ordine.
Periodicamente navigo nel mare magnum del Free-to-play-until-you-pay con un po’ lo stesso atteggiamento di chi nel secolo scorso bazzicava i locali dei quartieri meno tranquilli di New Orleans: con il desiderio di trovare buona musica e la speranza di non svegliarsi la mattina senza soldi e con una nuova malattia venerea.
Questa curiosità nacque grazie ad Honkai Impact 3rd che, nel tentativo di succhiarmi qualche soldo con un gameplay tutto sommato agevole e una carrettata di waifu, mi diede anche una trama appassionante e FMV stile anime che tutt’ora mi riguardo, fosse anche solo per i meri e inconcepibili valori produttivi.
Ah no?
Dopo HI3 rimasi per un certo periodo “vedovo”: i successori della Mihoyo non mi attirarono allo stesso modo e, sopratutto, il mio backlog di gaming “tradizionale” mi chiamava a gran voce con recuperi dovuti (già solo Remedy mi obbligava a saldare le fatture scadute di Alan Wake, Quantum Break e l’assolutamente abnorme Control).
Solo in mesi recenti, lasciato “a pancia vuota” dall’inconsistente Persona 3: Reloaded (perfetto se non si ha giocato a Persona 3: FES e provato sulla propria pelle il significato di “less is more”), ho pensato che per saziare la mia voglia di waifu narrativa in stile anime, potesse valere la pena riaddentrarmi “nei peggiori bar di Seul e dintorni”.
Gli inizi sono stati tutt’altro che incoraggianti: il celebratissimo Zenless Zone Zero era effettivamente all’altezza della sua fama ma ti chiedeva da subito di fare TROPPA roba, Persona: The Phantom X mi respinse immediatamente: non solo il protagonista aveva il carisma di un semaforo se paragonato a Joker, ma l’idea che il mio primo avversario - dopo aver affrontato molestatori scolastici, sfruttatori dei giovani, strozzini, Elon Musk imprenditori che vedevano i dipendenti come risorse sacrificabili, politici corrotti e lo stesso Dio del Perbenismo - fosse “lo spingitore seriale della metro”, mi fece roteare gli occhi talmente forte che ancora adesso integro lo stipendio come “Marty Feldman Impersonator”.
Gobba? Quale gobba?
Per qualche mese trovai in Silver and Blood un discreto passatempo - fino a che non urtai il suo fin troppo evidente “paywall” - di cui forse parlerò in un prossimo futuro
Care, potreste spostarvi ancora un po’ più a lato?
Per tutto questo tempo, relegato in un angolo dopo che mi era stato consigliato da quegli orribili weeb di Fandemonio, stava ignorato Goddess of Victory: Nikke, provato per pochi giorni e liquidato con uno sbuffo sarcastico all’ennesima esposizione di quello che sembrava il principale appeal del gioco.
Purtroppo o per fortuna, essere saldo e incrollabile nelle decisioni non è esattamente il mio principale pregio: vedendo che l’apprezzamento della comunità weeb non cessava mi sono convinto a dargli dopo mesi una seconda possibilità, cercando se non di ignorare, almeno di spostare un po’ a lato l’aspetto più immediatamente distraente.
Così facendo ho cominciato ad apprezzare un po’ meglio il consistente investimento di Shift Up - Third Nikke Studio e vederne anche le astuzie commerciali e, direi quasi, artigianali.
Visto che ho già svelato l’elefante nella stanza, comincerei a confermare quello che è il difetto peggiore di GoV: Nikke: se vi appassionate del soggetto di questo gioco senza ironizzarci sopra, vorrei tanto dire “non vi giudico”, ma starei mentendo.
Senza girarci troppo intorno, il soggetto di Nikke è punto per punto la fantasia media dell’incel medio. Punto per Punto, pudico rossore per pudico rossore, stacco di coscia per stacco di coscia. Non è solo il fatto che, nel rappresentare questo mondo distopico in cui la razza umana ha dovuto barricarsi nel sottosuolo per sfuggire all’invasione delle armi biomeccaniche denominate “rapture” e per difendersi e in futuro contrattaccare ha sviluppato degli androidi da combattimento con anima umana in forma di bellissime ragazze, il gioco di fatto mette a disposizione del giocatore il grande catalogo di tutti i fetish dei maschi eterosessuali. Anche Honkai Impact 3rd più o meno aveva lo stesso soggetto, semplicemente senza gli umani assediati sotto terra.
No: Nikke cala l’asso e in questa situazione in cui l’umanità combatte per la sua sopravvivenza usando armi umanoidi che tratta con un misto di disprezzo e diffidenza affidandole a inetti appena diplomati ad un’accademia militare di sfigati, l’unico che non è un incompetente misogino guarda caso è proprio il protagonista/avatar senza volto del giocatore.
Non c’è una riga di dialogo tra le opzioni disponibili al giocatore che non sia incoraggiante, rispettosa o galantemente insinuante nei confronti delle nostre adorabili modelle da combattimento. Principe azzurro senza macchia con le eroine pure, adorabile tombeur de femmes con le sciantose e le “mommies”, fratello-maggiore-non-consanguineo con le giovani confuse e insicure, quando poi si confronta con megalomani egotiche, killer professioniste, yandere, e persino una deviata che conduce esperimenti di vivisezione sulle sue simili e che a tutti gli effetti meriterebbe di essere “sparata in faccia”, il massimo di opposizione scriptata che il nostro avatar potrà esercitare è di offrirsi cavia al posto delle miserelle. Eroe!
Vi presento Waifu-Mengele.
È abbastanza ovvio che questo depotenzi parecchio anche la pretesa drammaticità della narrazione, visto che, fin dall’introduzione che si conclude con l’assolutamente inattesa (spoiler: sono sarcastico) morte di un personaggio che hai conosciuto due minuti prima, le dinamiche protagoniste - comprimarie sono totalmente asservite al creare dei livelli di rispetto ed affezione che hanno apparentemente come unica giustificazione: “questo maschio non ci tratta come ciabatte lise”.
La power fantasy di tutti quelli che credono che le donne non cadano ai loro piedi “solo perché non vedono quanto sono una bella persona, dentro”.
Il fatto è che questo elefante nella stanza è talmente massivo ed esagerato che è facile prendergli le misure e spostarlo con un mezzo sorriso sarcastico e vedere cos’altro offra il prodotto. E quello che offre non sarà chissà cosa ma è un prodotto artigianale ben curato.
Non sono abbastanza addentro alla storia del Gatcha gaming ma se esiste uno standard del gatcha “auto-battler”, credo che Nikke abbia tutte le certificazioni ISO possibili e immaginabili.
Le missioni sono gestite tramite la navigazione su una mappa 3D in cui si affrontano scontri nella forma di un cover shooter in cui il giocatore, posizionato convenientemente dietro le loro chiappe spalle, guida una squadra di 5 Nikke scelte dal rooster che ha “pullato” nel corso del tempo.
Le spalle… volevo dire le spalle!!
Le combattenti sono divise secondo i classici ruoli (attacco, supporto, difesa), afferiscono ad un “elemento” (ancora adesso non capisco esattamente cosa significhi in un’ambientazione fantascientifica) e sono ciascuna associata ad un arma che va dalle mitragliette fino alle minigun, passando per fucili d’assalto, shotgun, fucili di precisione e lanciarazzi (ci sono alcune reinterpretazioni tipo railgun e vere e proprie “armi magiche” ma alla fine i concetti sono quelli). Infine, ciascuna di esse appartiene ad una fazione che in questo caso è rappresentata da uno dei tre mercanti di morte produttori di sistemi di difesa rimasti a gestire le risorse dell’umanità assediata, più una sorta di “rogue nation” di Nikke superpotenziate che sono alleate o implacabili nemiche (fino a che, chiaramente, non entrano in contatto con il fascinoso protagonista-giocatore).
Oltre allo story mode, ci sono le classiche attività “giornaliere” che anche in questo caso sono talmente classiche che le ho ritrovate pari-pari nel già citato Silver and Blood. Allocazione di unità su missioni a tempo, scontri asincroni in arene PvP, combattimenti a “scalata” con unità appartenenti ad una singola fazione, raid contro boss guidati dal computer in singolo o in squadre decise dal matchmaking.
Infine, a fianco della main story, gli “eventi” che introducono nuove unità e che, dopo tre anni e mezzo di produzione, forse stanno un pelino mostrando la corda, visto che oltre al prevedibile “swimsuit issue”, abbiamo avuto la romcom scolastica e, di recente, la “Idol success story” che non con lo sputo, ma direttamente con chiodi e martello, stava attaccata allo sfondo narrativo apocalittico.
Che è? Non avete mai visto una idol?
OK, alla fine ci sto ricascando e sembra che Nikke sia un gatcha solo da perculare. Se così fosse, però, non si spiegherebbero le mie ore di connessione, che ormai superano il centinaio. La realtà è che Nikke ha davvero dei lati positivi.
Il primo è che è letteralmente STRABORDANTE di cose da fare: più che coloro che non hanno il controllo dei propri risparmi, Nikke è assolutamente da sconsigliare a coloro che soffrono di FOMO acuta. La quantità di attività e sotto-giochi assolutamente gratuiti disponibili è semplicemente aberrante: i mini-giochi ed eventi di qualsiasi “banner” passato sono disponibili in delle gallerie dedicate ad accesso praticamente libero. Sospetto che un giocatore potrebbe impiegare otto ore giornaliere cinque giorni alla settimana semplicemente a portare avanti tutti le routine disponibili.
Come molti gatcha moderni, il modello di guadagno di Nikke non sembra essere più il pay-per-longplay come poteva essere ai tempi di Honkai Impact, ma più un pay-per-time che ti pone di fronte alla scelta tra ottenere le risorse espletando tutti i giornalieri, oppure velocizzando il processo con i vari abbonamenti mensili. E, ovviamente, spingendo il giocatore “target” già citato a rincorrere i costumi alternativi - sempre più sexy di quello “vanilla”.
Ma se nella routine “gestionale” vi trovate comodi, allora è possibile giocare per decine e decine di ore - pullando generosamente SSR - senza pagare un euro.
Il secondo è che gli autori conoscono e sono probabilmente fan accaniti dell’immaginario di riferimento. Fatta appunto la tara delle “distrazioni”, un otaku di vecchia data come il sottoscritto, non può non apprezzare la cura quasi certosina con cui quasi ogni archetipo “waifu” è stato identificato, ricostruito e, a volte, quasi “coccolato”. La squadra dello story mode propone la yamato nadesiko inflessibile e modesta, la veterana cinica ma dal grande cuore, la sventata maniaca della potenza di fuoco - praticamente la versione femminile del personaggio di Judge Reinhold in Beverly Hills Cop.
Neon of Nikke approves this content!
Praticamente subito incontri una coppia yuri sado-maso che è inizialmente irritante quanto inquietante e poi toccante nell’essere sostanzialmente due paria trattate come scarti di fabbricazione. Poi maid da combattimento, una “lolibaba” che è sostanzialmente “Gianni Lumarell da Vergate sul Membro” in un corpo preadolescente, l’algida regina delle nevi che ha un cuore quasi infinito e tiene con sè una compagna a tal punto traumatizzata dal conflitto da essersi rifugiata nella fantasia di Alice nel Paese delle Meraviglie (ed è, incidentalmente, una delle SSR più sbroccate del gioco, capace di tirare giù un boss quasi da sola), una bambina a cui ogni giorno viene cancellata la memoria (personaggio i cui dialoghi sono fatti apposta per stracciarti il cuore), una carrellata quasi infinita di “mommy” morbide quanto devastanti in combattimento e altrettante “monster child” in grado di utilizzare giganteschi sistemi d’arma come fossero pistole ad acqua. Tutte dotate di un senso dell’ironia e dell’autoironia sospetto.
Fatta apposta per stracciarti il cuore
Quello che ne risulta è che mentre quasi ogni interazione tra le Nikke e il - chiamiamolo così - protagonista ha normalmente un range limitato tra “lo spiegone”, “i motivi di trama” e il dimenticabile cringe (con rarissimi dialoghi sensati), le interazioni tra le Nikke o a proposito delle Nikke sono quasi sempre almeno divertenti, se non in alcuni casi toccanti, nell’andare a creare uno sguardo “interno” che è molto spesso in totale antitesi con il male gaze che, l’ho detto e lo ripeterò, domina questo gioco. I litigi, le battute, le amicizie, gli antagonismi e le vere e proprie relazioni omoerotiche suggerite o proprio palesate sono sicuramente scritte per intrigare lo spettatore ma… beh… non sono scritte male.
Anche la trama orizzontale che persiste parallela ai vari “banner” può essere depotenziata dall’avere un protagonista tanto perfetto quanto sostanzialmente superfluo e risibile, ma nella sua prevedibilità è strutturata con una certa capacità e con qualche inaspettato colpo di scena o disvelamento di lati della personalità che non avresti mai attribuito ad alleati o antagonisti.
Altra dimostrazione di un investimento tutt’altro che banale la ormai mostruosa OST affidata a diversi compositori che si destreggiano tra funk, electro, J e K pop, e veri e pezzi metallari ‘nioranti, per un totale di centinaia di brani divisi tra i canonici e brevi loop innestati sul gameplay e very e propri temi dei personaggi o degli eventi.
Se invece devo tornare a parlare di un aspetto negativo… io davvero non so chi sia ad aver trattato la traduzione in inglese, ma è oggettivamente imbarazzante. Il punto più basso di una mancanza di professionalità giustificabile solo con un taglio dei costi o un “lo famo fare all’IA” è il fatto che in tutti i dialoghi in cui si parla del protagonista, questi è indicato con la terza persona PLURALE. Vorrei pensare che sia coerentemente con il fatto che assurge a livelli quasi divini di perfezione, ma temo che sia solo incompetenza.
Al netto di un peccato dopotutto veniale per un gioco che ha fin troppo evidentemente il suo mercato di riferimento “ad Est di Paperino”, si conferma che chiunque sia alla scrittura di questo gatcha conosce il suo pubblico, probabilmente coincide con esso in gran parte o nella totalità, ed ha tutte le intenzioni di rifilargli il prodotto e farsi pagare per questo, ma a quanto sembra aver piacere che sia un buon prodotto.
Quasi raffinato…
Maledetto me!! Ce l’avevo quasi fatta!! Perchè non sono riuscito a trattenermi??



