Mi sa che ho bisogno di una vacanza
Scrivo queste righe mentre viaggio cullato da una lieve aria condizionata su un treno diretto in città (vivo poco fuori dalla metropoli) e intorno a me il mondo è entrato ormai da qualche giorno in modalità inferno. Mi dicono che il paese in cui vivo (1) sta affrontando le temperature più alte della sua storia, (2) sta affrontando temperature che il catastrofismo climatico si aspettava fra trenta o quarant’anni e (3) ha picchi di temperatura superiori ai picchi del 98,5 del pianeta. Ed è solo l’ultimo dei simpatici segnali di avvicinamento dell’apocalisse che s’affastellano attorno a noi ormai da un bel po’ di anni, fra continue minacce di nuove pandemie micidiali, capitalismi ormai privi di qualsiasi senso della vergogna, guerre che continuano a scoppiare e calmarsi e riprendere e a uscire di soppiatto dalla conversazione pubblica quando ormai sono diventate tragica routine, intelligenze artificiali che hanno il diritto di precedenza sulle riserve d’acqua, copie fisiche di Grand Theft Auto VI con dentro un codice per il download e negozi virtuali del gioco bloccati per chi non compra la versione a cento euro (con dentro l’online a rinnovo automatico). Ci si preoccupava di stare lasciando un mondo orribile e invivibile ai nostri figli ma a questo punto mi sembra di capire che abbiamo deciso di accelerare e godercelo assieme a loro.
E quindi, che dobbiamo fare? Eh, bella domanda. Quella del “Ma ha senso continuare a scrivere e chiacchierare di queste cose mentre il mondo là fuori brucia?” è una domanda che ogni tanto mi passa per la testa, specie in questi giorni in cui il mondo là fuori sta bruciando in maniera quasi letterale, e una risposta concreta non ce l’ho. Mi piace pensare che nel nostro piccolo, con quelli che sono i nostri mezzi, qualcosa di buono lo facciamo, tenendo compagnia alle persone che ci seguono, consigliando cose interessanti con cui passare il tempo e, chissà, magari arricchirsi anche un po’ il cuore e la mente, affrontando alla nostra maniera argomenti talvolta anche piuttosto pesanti e cercando di spargere un po’ di ottimismo, di pensiero positivo, di voglia di vedere il buono nelle cose. Lo penso anche quando arriva qualche commento che ringrazia per quel che facciamo, o magari qualche apprezzamento specifico nei confronti di ragionamenti fatti o concetti espressi nei nostri podcast.
Perché in fondo vale sempre il mio pensiero secondo cui se, nel nostro piccolo, piccolissimo, riusciamo effettivamente a raggiungere persone sparse in giro per il pianeta, a spingerle a scoprire qualcosa che non conoscevano, a comunicare loro delle emozioni, a farle riflettere su questo o quel tema, a generare piccole scintille, stiamo facendo qualcosa di bello e di significativo. E ogni volta che leggo un commento di quel tenore là, un apprezzamento, ma guarda anche una correzione o un ammonimento per un errore, mi scatta il sorriso, mi sparisce lo smarronamento e mi ricordo che alla fine vale la pena di farmi tutti gli sbattimenti che mi faccio dietro a ‘sto cacchio di sito nato quasi per caso e ancora in piedi dopo tutti questi anni. Un giorno di Outcast non resterà più nulla, ma finché Outcast resta e continua a raggiungere anche solo una, due, tre persone di qua e di là, oh, io sono contento. Sono una persona semplice, che vi devo dire?
Per altro, mi rendo conto oggi che è passata una settimana e sto scrivendo queste righe mentre qui a casa le temperature sono scene di una decina di gradi e posso finalmente respirare, queste questioni me le ponevo a grandi linee pure da qualche parte nell’editoriale di febbraio, anche se con molta meno punteggiatura. Non so bene cosa questo debba dire di me e di come sto messo, a parte che magari ho bisogno perlomeno di dormire, se non proprio di andare in vacanza.
Ah, la Cover Story sul Nintendo 64 andrà avanti per un po’ anche a luglio, dato che abbiamo ancora qualche contenuto da pubblicare e il caldo c’ha rallentato i movimenti. Non ci saranno però altre Cover Story fino (perlomeno) a settembre.
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