Outcazzari

Addio, e grazie per tutto il Frechete!

Addio, e grazie per tutto il Frechete!

Amici ma soprattutto amiche, siamo qui riuniti oggi per piangere la morte dei tanto amati verdetti di Outcast. Fin dalla loro creazione, i verdetti di Outcast volevano sviare l’attenzione dal numero in calce, ultimo baluardo dei quattro cavalieri dell’apocalisse della critica assieme a Giocabilità, Longevità e Senso del gol. O forse era Grafica e Sonoro, ormai le riviste sono morte da un pezzo e la mia memoria fa cilecca.

Ad ogni modo, come avrete sicuramente letto nell’ultimo editoriale, per il decennale di Outcast abbiamo deciso di guardare in faccia la realtà e di sancire una volta per tutte che le recensioni, così come le conosciamo, non hanno più senso di esistere… non se vi offriamo tutta la chiacchiera di cui siamo capaci. Una scelta coraggiosa, oserei dire di rottura, che se da un lato ci proietta verso un futuro di consapevolezza e di valorizzazione della forma scritta, fin troppo vituperata là dove si inseguono ancora le anteprime e i sette e mezzo, dall’altra rende superflui i nostri deliziosi verdetti, che tanto ci hanno accompagnato nel corso degli anni.

Per celebrarli al meglio, ho deciso di raccogliere la decina che ho preferito realizzare o che, più semplicemente, mi fa ridere ancora oggi, dopo una ventina di Cover Story e svariate ore a pensare quale nuova scemata possa adattarsi al tema del mese.

Gli originali

Partiamo, chiaramente, dal trittico originale. Ideati per distinguere facilmente tra i giochi belli, mediocri e brutti, i tre tenori hanno ben presto assunto i connotati che conosciamo, pescando dal deep lore Outcastiano: il bello è fregno, quindi ti fa dire una tipica espressione di apprezzamento abruzzese; il brutto è RCM (i nostri legali ci hanno consigliato di non usare i volti dei rappresentanti di altri podcast per indicare un prodotto scadente, quindi abbiamo ripiegato per una famosa deiezione dei cartoni animati giapponesi che tanto ci piacciono); il mediocre, dopo un primo momento in cui l’iconografia sembrava puntare su Immortan Joe, ha trovato la sua rappresentazione perfetta nel simbolo del 7.5, che cortese indica la strada (o La strada coff visto che narrativamente non si è inventato nulla coff) per andare a sapere.

Menzione d’onore per il sottosfruttato bollino Madden, voluto e creato per tutti quei giochi senza concorrenza, molti dei quali escono ogni anno, condannando il povero recensore a battere sulla tastiera con ancora meno motivi del solito.

I verdetti motori

Come detto, il verdetto Vai a sapere ha da sempre diverse connotazioni e strati di lettura, non ultimo quello motorio. Per questo, tra i miei preferiti rientrano sicuramente i Vai a sapere più fisici e slapstick, come quelli dedicati a Spider-Man e a Ready Player One (ma anche quello di Devil May Cry), in cui l’ignaro protagonista di turno si ritrova spaesato e fa spallucce, incapace di dare un’indicazione al povero lettore. L’ultimo (è il caso di dirlo) Vai a sapere, invece, chiude idealmente il cerchio, e vede Sonic (protagonista dei tre verdetti in diverse versioni) intento ad andare a sapere, come avesse recepito le indicazioni di Joel.

Lo spirito del Frechete passato

In occasione della Cover Story a cavallo tra 2017 e 2018, a tema migliori anni del videogioco, terrorizzato dal pool potenzialmente infinito di possibilità, decisi di tagliare la testa al toro, puntando su una blandissima e paracula iconografia festiva. Del resto, il 2017 fu una festa per tutti i videogiocatori, regalandoci un sacco di giochi pazzeschi che, per l’appunto, hanno dato il la alla retrospettiva che ci ha accompagnato per due mesi.

Il carbone (Vai a sapere) fu poco più di un inevitabile ripiego, il Krampus (RCM) è stato un’idea di Maderna ma devo ammettere che, mentre sistemavo il Frechete sulla bottiglia più famosa del mondo, mi sentivo un po’ più vicino a Don Draper.

BOY cavallo del west

No, qua niente, sono semplicemente un cretino: quando qualcuno ha proposto Furia cavallo del west come uno dei possibili verdetti per la Cover Story su Red Dead Redemption 2, ho semplicemente preso, appiccicato il faccione di Mal e ghignato duro. Età mentale: due anni.

Ne ho viste cose…

La Cover Story su Alita, tra tutte quelle che partono da un singolo personaggio/film, mi ha lasciato un po’ così, a livello creativo, ché affidarti troppo a un singolo personaggio e ai soliti quattro asset che lo accompagnano può essere un boomerang notevole. Per fortuna, il pool comprendeva anche la fantascienza un po’ tout court (più o meno), e chi meglio di un Roy Batty con gli occhi fuori dalle orbite può indicare che una roba fa schifo? Ciao, Rutger, mi manchi di brutto.

Memetastic

Quando non sai cosa dire, ricordati sempre che nell’era di internet c’è un meme che l’ha già detto per te. Non a caso, per la Cover Story di Avengers: Endgame, Iron Man che urla RCM non è altro che un brutale riciclo di questo meme, che a sua volta proviene dalla ben più famosa foca che urla GAAAAAAAAAY. Perché Iron Man debba urlare GAAAAAAAAAY a qualcuno non lo sapremo mai, ma in fondo non era questo il punto.

Invece, il RCM per la Cover Story di Spider-Man è mutuato dall’ormai leggendario meme That post gave me cancer, tornato recentemente agli onori della cronaca per essere la risposta automatica ai numerosi post dei politici di quest’ultimo periodo.

Hello sunshine, goodbye rain

A proposito della monotonia dei verdetti che si affidano ai soliti quattro asset: il problema di Dark Souls è che è tutto grigio, stantio e ricoperto di armature. Difficile trovare una linea comica, una chiave di lettura più leggera… per fortuna, nel grigiore generale, puoi sempre contare su Solaire (e, in qualche modo, sui meme).

Intervallo

Prima di dirvi qual è stato il mio trittico di verdetti preferito, vorrei portarvi per un attimo a spasso nella mia mente, facendovi notare quanto ho picchiato sull’acceleratore nel momento in cui giopep ha chiesto delle immagini per gli editoriali “che lasciassero intuire molto vagamente l’argomento della cover story”. Mi saprete dire se ne avete mai azzeccata una (ditemelo!).

Il primo, probabilmente più oscuro, è in realtà un dittico clamoroso: per la Cover Story su Jurassic World, la prima scelta è ricaduta sul miglior post non-pornografico nella storia di Tumblr (grazie Zampa), nonché una fra le prime immagini che io sia riuscito a sentire, e ritrae la bizzarra statua di un triceratopo presente vicino a Glendive, nel Montana. La seconda, non utilizzata, si rifà alla gag di Billy e il clonesauro, in ottemperanza alla mia malattia per i Simpson.

Se volessi sembrare normale, potrei dire che non tutte le gag volte a mantenere l’oscurità del tema della Cover Story sono così astruse. Per esempio, per introdurre la Cover Story sui Pokémon, ho ripescato dal cimitero dei ricordi il wrestler Tajiri. Capito, no? Tajiri, come Satoshi Tajiri, il creatore dei Pokémon. Niente? Vabbuò.

Questa è facile: se la Cover Story è su Spider-Man, uomo copertina dell’editoriale non poteva che essere zio… ehm, Uncle Ben.

Una scelta dura, per quanto facile, che mi ha impedito di seguire il cuore. Una chiamata alla quale, tuttavia, ho risposto qualche mese dopo, in occasione della Cover Story su Endgame. Possibile che tutti i supereroi si riuniscano, e lascino a casa il più grande di tutti?

My love is in (Gold)blum

Capite con che razza di mente contorta mi tocca convivere? Una mente in cui, appena dici Jurassic Qualcosa, viene in mente quel matto di Jeff Goldblum. Perché okay, sì, i dinosauri, ma anche sticazzi: Goldblum è una figura che se ne frega della leggibilità e si staglia fiera su un Frechete ad alto tasso testosteronico, a suggellare un trionfo del bello.

Ma Goldblum sa anche essere misterioso, nel suo elegante grigio mezz’età, e non se la sente di consigliarci qualcosa, mentre attendiamo l’uscita di Jurassic World - Il regno distrutto (col senno di poi, il consiglio migliore sarebbe stato “vai da un bravo gastroenterologo”).

Ma anche, inevitabilmente, un Goldblum che guarda sconsolato una montagna di episodi di Ringcast, immagine che sintetizza e conclude perfettamente una recensione deludente. Per fortuna, Jeff è anche un saggio consolante, la cui elegante spavalderia ci ricorda che, anche se la recensione di turno è andata male, per fortuna siamo sempre sul sito giusto.

Il mese dei fantasmi (e di Luigi)

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Basta con le recensioni!

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