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Wolfenstein: Youngblood - Le gemelline di papà

Wolfenstein: Youngblood - Le gemelline di papà

Le graziose gemelle Soph e Jess, figlie del nerboruto B.J. Blazkowicz, si fanno strada a colpi di fucile con malcelata goduria, nella Parigi degli anni '80 occupata dai nazisti. Quando hai per le mani un universo come quello di Wolfenstein è normale che gli sviluppatori vi attingano voracemente per dar vita a carnosi e viscerali spin-off. Anzi, a voler essere puntigliosi è sminuente catalogare il titolo dei MachineGames come mera espansione. Qui abbiamo uno sparatutto in co-op che si regge perfettamente sulle proprie gambe e - a dispetto delle premesse - offre un’esperienza completa anche per il giocatore singolo. Certo, c’è un po’ da penare con la sorellina gestita dall’IA, ma niente che pregiudichi la bontà del tutto.

“A noi!”

Wolfenstein: Youngblood è quindi una poderosa miscela tra uno spin-off con gli attributi e un titolo a sé stante; un ibrido dal piglio sperimentale, che punta come sempre sul combattimento istintivo e devastante, ma cerca di elaborare il gameplay con invettive da action RPG e una discreta importanza sulla verticalità delle ambientazioni. Il profumo di Dishonored che si avverte tra le insenature dei palazzoni più alti è dovuto alla collaborazione con i ragazzi di Arkane Studios.

Tuttavia, oltre qualche timida analogia artistica e un pizzico di suggestioni regalate dalle location più elevate, il titolo rimane ben ancorato agli stilemi della saga principale, ed è bene metterlo in chiaro. In Youngblood si spara come forsennati e l’euforia trasmessa dalle bocche di fuoco non deve spingere i più spavaldi ad alzare subito il livello di difficoltà. Proprio per l’impalcatura di gioco, fatta di infinite ondate di nemici e un importante backtracking, complicare le cose con nemici in grado di assorbire centinaia di proiettili prima di tirare le cuoia (altro marchio della serie) non è esattamente una scelta felice.

Le doppie armi: uno degli elementi distintivi della saga.

A tale riguardo, il titolo è decisamente pregno di avvertimenti subliminali, dai checkpoint terribilmente distanti alla necessità di fare incetta di avversari per salire di livello e potenziare le protagoniste. Tutte attività che già a “normal” non sono proprio una passeggiata. Che lo si voglia o no, Youngblood sembra quasi spingere il giocatore a utilizzare la campagna in singolo come gigantesco tutorial, per prendere le misure degli spazi a volte interminabili, della necessità di livellare e capire l’importanza di combinare gli attacchi da più lati. In quest’ottica, un secondo giro in co-op è naturalmente orientato verso un livello di difficoltà più alto, non solo per l’ovvio supporto di un altro giocatore umano, ma proprio per aver assimilato appieno i meccanismi del gameplay.

Personalmente, pur amandone la deriva ruolistica (che si limita a punti esperienza e skill lasciando intatta l’ossatura sparacchina), ho patito l’impossibilità di utilizzare da subito l’arsenale e le abilità tipiche dei protagonisti della saga. Il gioco, inoltre, non riesce a regalare scorci sempre nuovi, suscitando - soprattutto negli interni - quella sindrome da copincolla tipica delle produzioni a basso budget, che fanno ampio riciclaggio degli asset. Tecnicamente, l’Xbox One fa gli straordinari, tra risoluzione dinamica e gestione dell’aliasing, per offrire un’azione ancorata ai 60 fps. Il risultato non è sempre perfetto, ma la visione d’insieme rimane notevole.

Gli elementi architettonici riflettono sapientemente l’ucronia dell’ambientazione.

Wolfenstein: Youngblood è quindi un gioco muscolare, guizzante, dal gunplay possente e una struttura che ben si presta ad approcci assortiti, anche se quelli stealth si sono un po’ persi nel marasma generale. E a ben vedere è proprio questo il punto debole più evidente del gioco: nonostante l’innegabile bontà del prodotto finito, ho avuto l’impressione che ampliare lo scheletro di base abbia sottratto anziché aggiungere, diluendo le dinamiche più peculiari (level design sopraffino e azione silenziosa) sacrificandole sull’altare del mondo esplorabile, i level up compulsivo e il backtracking. Il materiale ludico rimane di primissimo livello, anche se non sempre distribuito con equilibrio e senso del ritmo. C’è così tanta carne sul fuoco che una grossa porzione è finita per bruciare, e altrettanta è rimasta fin troppo al sangue, ma per i più fedeli estimatori della saga, il sapore è comunque delizioso.

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Ho giocato a Wolfenstein: Youngblood su Xbox One grazie a un codice review fornitomi gentilmente dal distributore. Ho completato la campagna in 18 ore, prendendomela con calma come al solito, comprendendo qualche invettiva co-op con perfetti sconosciuti. Per i completisti, c’e almeno il doppio da giocare. Il gioco è disponibile anche su PC, Nintendo Switch e PlayStation 4.

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