Outcast SOTY 2025
E rieccoci qua, con la nostra pubblicazione “disallineata” di articoli e podcast in cui, dopo essercela presa largamente comoda e aver avuto il tempo di (recuperare due o tre cose e) metabolizzare per bene, chiacchieriamo dell’annata appena conclusa.
Le regole, come sempre, sono semplici, e infatti le copincollo (con lievi correzioni) da quelle degli anni passati: ciascuna delle persone partecipanti, selezionate in base al classico criterio "Chi c'ha voglia", integrato con "Chi si ricorda", "Chi mi manda la roba per tempo" e "Chi non ha la sfortuna di avermela mandata in una maniera che abbia fatto sì che poi io me la sia persa", deve indicare una serie, un film e un videogioco che ritiene svettino rispetto a tutto il resto e dare anche una minima motivazione. Ah, e deve essere roba uscita in Italia nel corso dell’anno solare (nel caso delle serie TV distribuite/trasmesse a cavallo fra un anno e l’altro, la maggior parte delle puntate deve essere arrivata in Italia nel corso dell’anno solare). Ovviamente, poi le regole vanno subito nel cesso e ogni singola persona fa quel che vuole, ma insomma, siamo fatti così.
Lo spirito non è quello di fornire indicazioni oggettive e completissimissime, è solo che ci piace dire la nostra e, magari, consigliarvi cosette interessanti che vi sono sfuggite. Tutto qui. Si comincia oggi con le serie TV, poi domani i film e infine mercoledì i videogiochi.
Buona lettura e buon 2026!
Francesco Tanzillo
La mia serie dell'anno è The Pitt, innanzitutto perché tendo a premiare le nuove serie rispetto alle seconde stagioni. The Pitt è una storia ruvidissima di malasanità e crisi, un concentrato di scrittura televisiva magistrale che mi arriva dal lato dove non mi potevo aspettare un colpo, non essendo mai stato un fan dei medical drama. Eppure, la straordinaria umanità di Noah Wyle e della sua squadra è un catalizzatore emotivo incredibile che fa sprofondare serenamente nel bingewatching quando il ritmo della narrazione arriva al suo apice. Bellissima.
Francesco Stella
Il 2025 è stato l’anno delle serie TV, per me. Ne ho guardate tantissime, molte di grande qualità e fin troppo note. Ma vorrei parlarvi di Chihayafuru: Full Circle, un dorama Netflix. In questa serie assistiamo alle avventure nel mondo del karuta di Megumi Aizawa, studentessa del secondo anno che frequenta il club di karuta competitivo soltanto per avere dei crediti aggiuntivi nella scuola. Megumi è una ragazzina completamente focalizzata sul futuro, non si concede uscite con gli amici, risparmia soldi e investe i suoi risparmi per ottenere un futuro agiato. Il problema? Si sta bruciando la gioventù e, si sa, il tempo è la cosa più preziosa a disposizione di un essere umano. Figura chiave del suo sviluppo è Kanada Oe, professoressa precaria che le farà comprendere che la vita non è solo dovere, ma anche trovare il piacere nel fare le cose che amiamo. Uno spokon interessante e con una struttura narrativa spiccatamente nipponica, in cui trova respiro anche un po' di approfondimento per quanto riguarda gli altri membri del cast. Non conosco né il karuta né Chihayafuru, che a quanto pare è una serie ben più grossa di questa ultima parte, Full Circle. Tuttavia, nonostante i chiari rimandi al passato (personaggi annunciati da temi musicali e che già conoscono Kanada, flashback della gioventù della professoressa), mi fanno presagire ci sia ben di più di una serie. Vorrei recuperare tutto, perché non solo il karuta è un gioco di carte tradizionale molto affascinante – poesia waka, riflessi ninja, tornei feroci come un deckbuilder competitivo – ma anche perché il plot, nella sua semplicità, mi ha un po' ricordato i manga spokon belli come Slam Dunk: magari con tematiche più moderne, senza teppisti e schiaffi, ma con un’attività sportiva che dà un senso alla vita di giovani ragazzi.
Cristina Resa
The Studio è la mia serie dell’anno, perché sì, lo confesso vostro onore, mi piacciono i film. In un anno in cui scegliere è stato difficile, tra titoli più complessi, strutturati o tematicamente stratificati, alla fine ho scelto quella che mi ha fatto semplicemente stare bene. Una serie che parla, che ama, che prende in giro il cinema. Incredibilmente una comedy, per me, che prediligo sempre horror, fantascienza e cose che non fanno ridere per un cazzo. E The Studio fa ridere. Tanto. È la serie perfetta per chi ama i film non solo perché è ambientata nell’industria cinematografica, ma perché racconta con lucidità e affetto cosa succede quando quell’amore diventa un’ossessione sgraziata, tenera, spesso irritante per tutte le altre persone a cui del cinema interessa il giusto. Il Matt Remick di Seth Rogen incarna perfettamente questo modo distorto e appassionato di viverlo. È un dirigente intrappolato in una bolla in cui tutto è fuori scala e non sa come comportarsi nel mondo reale. Quando viene promosso a capo della Continental Studios, Remick tenta di bilanciare idealismo e carriera, arte e mercato, ma di fatto non ha idea di come fare, soprattutto perché è un vigliacco. È convinto di essere un visionario che lotta contro il sistema, quando in realtà ne è un ingranaggio. Non è un personaggio carismatico, ma uno che entra in riunione convinto di essere un genio e ne esce pieno di insicurezze, o che si trova a discutere a una serata di beneficenza con un gruppo di pediatri oncologi convinto che fare film sia più importante di quel che fanno loro. Lo guardi e ti vergogni per lui, a volte vorresti tirargli uno schiaffo, eppure non puoi fare a meno di volergli bene. Perché lui ci crede. Perché ama davvero i film, tantissimo. The Studio prende in giro Hollywood con affetto e frustrazione, come si guarda un vecchio amico pieno di difetti: non lo assolve, sia chiaro, ma vorrebbe crederci ancora anche se sa bene come stanno le cose. È una serie satirica che mette a nudo senza sconti le contraddizioni dell’industria cinematografica, capace di affondare il coltello nelle ipocrisie di quel mondo, ma non in modo cinico, e questa è la sua forza. Rogen, Evan Goldberg e le altre persone nella writing room, che conoscono il caos hollywoodiano come le loro tasche, smontano con chirurgia i meccanismi di un sistema che scambia denaro per valore. Il primo episodio è un piccolo manifesto: Remick riceve l’ordine, dal suo capo (un Bryan Cranston incredibile), di replicare il successo di Barbie con un film sul Kool-Aid. Da lì parte l’assurda impresa di trasformare la storia di brocca di succo parlante in un grande successo, che funziona da fil rouge e attraversa gli episodi, in una serie che mantiene però una struttura episodica vecchio stampo, da sitcom. E proprio grazie a questa linea narrativa, The Studio ci regala, tra i tanti camei, uno pazzesco di Martin Scorsese. Io il suo film “sul Kool-Aid” lo vorrei vedere tipo subito. Fatelo, vi prego, e ringrazierò anch’io Sal Saperstein.
Andrea Maderna
In un 2025 in cui non ho guardato molte serie, quelle che ho guardato erano quasi tutte valide ma non eccellenti e le cose migliori erano per lo più recuperi degli anni passati, c'è un diamante luminoso che spicca senza se e senza ma: la seconda stagione di Andor, un crescendo continuo di ritmo e ansia, in accelerazione lieve ma costante fino alle ultime cinque puntate, che sono clamorose. Lo sviluppo di temi e personaggi è stellare, il modo in cui porta a compimento ogni filo narrativo è impeccabile e la capacità di generare tensione emotiva aggirando i limiti di un prequel è fuori di testa. Riesce ad essere una fantascienza che ha qualcosa di importante e attuale da dire e sa come dirlo, senza per questo rinunciare a inserirsi nel mito su cui si appoggia, con una gran capacità nel fare da prequel che arricchisce, omaggia, riproduce sovvertendo (per esempio nell’uso che fa del classico montaggio alternato da Star Wars) ma non è mai molesto e invadente per il solo gusto di tirare di gomito. E ha un cast di attori e attrici dalla bravura insensata, tanto i volti noti quanto quelli che proprio nel primo anno di Andor avevamo scoperto. Una serie incredibile, che mi regala gioia al pensiero che sia possibile fare qualcosa di simile lavorando fra gli ingranaggi delle IP ma allo stesso tempo mi mette tristezza perché temo resterà caso unico e irripetibile.
Angelo Di Franco
Giuro che non avrei scommesso nemmeno un euro sulla buona riuscita del progetto, eppure, con mia grande soddisfazione, Dexter: Resurrection ha centrato quello che era il suo intento, ovvero riportare in vita (letteralmente) l’iconico serial killer televisivo, in quella che è, a tutti gli effetti, una decima stagione della serie. Lungi dall’essere perfetta e non priva dei difetti storici che si porta dietro, come forzature esagerate e qualche scivolone narrativo a volte fin troppo evidente, Resurrection funziona bene. Dexter, calato nella nuova cornice che lo vede tornare in attività in una New York fredda e oscura quanto lui, ha ancora qualcosa da dire e più di un motivo per essere in scena, nonostante il personaggio esista ormai da quasi vent’anni. Tornare ai fasti delle prime stagioni è impresa praticamente impossibile, ma le basi per questo “terzo atto” del personaggio – con un Michael C. Hall impeccabile come sempre nel rendere il protagonista gretto e meschino quanto basta – sono solide e fanno presagire un futuro roseo per la serie.
Fabio Gervasoni
Lo dico senza vergogna, per me Stranger Things 5 è stata la serie dell’anno, punto. Potevo citare altre cose che ho amato, ma non posso fare finta di nulla davanti alla stagione finale della serie di punta di Netflix. È decisamente qualcosa con un sacco di difetti, piena di situazioni da o “stacce” o niente, con soluzioni semplicistiche, ma nonostante tutto, non ho potuto che guardarla con un trasporto che poche cose ultimamente sono state in grado di darmi. Ho trovato la chiusura del cerchio, magari per qualcuno fin troppo facilona, quasi coraggiosa, perché finali così “scontati” ormai non li trovi più da nessuna parte, perché l’effetto “shock” ha talmente abituato gli spettatori da trovare un finale alla “volemmose bene” controtendenza. Voglio ringraziare vivamente i fratelli Duffer, perché mi hanno donato una conclusione che mi ha trasmesso semplicità, entusiasmo e gioia. Finalmente.
Andrea Peduzzi
Scelgo The Pitt: praticamente una nuova stagione di E.R. tutta scritta come le migliori puntate del celebre medical drama ma girata meglio, con i mezzi di oggi, la visione televisiva di oggi e, soprattutto, un ritmo inarrestabile. In pratica, la rivincita del dottor Carter.
Stanlio Kubrick
Come al solito, ho guardato pochissime serie TV, forse addirittura nessuna, a parte la seconda parte dell’ultima stagione di Cobra Kai. Che sì, è carina, e io ho voluto un gran bene alla serie in generale, per cui boh, è lei la mia serie dell’anno? Che commento inutile.
Luca Cerutti
Solo due strade si ponevano di fronte a Kojima Wants to be a Kamen Rider: farmi piangere sangue o diventare la mia serie dell'anno. È riuscito in entrambe.
La storia di questo quarantaquattrenne disagiato che fin dall'infanzia si allena come un Cavaliere dello Zodiaco menandosi con gli orsi per diventare Kamen Rider e si incontra e scontra con altri disagiati suoi pari tutti toccati (in più di un senso) fin dall'infanzia da quello che dal 1971 è considerato IL franchise Tokusatsu supereroistico per poi scoprire che la malvagia organizzazione Shocker con i suoi umani minions potenziati e i suoi generali-mostri esiste davvero, riesce a fare qualcosa che non credevo fosse possibile.
Riesce a tenere in equilibrio il cringe estremo di vedere adulti che fanno dichiarazioni roboanti ed enfatiche, si sparano le pose e si mettono le mascherine da cosplayer più o meno sfigati e il fomento assurdo di vedere questi stessi adulti schiantare umani potenziati in tutina sadomaso con un campionario di mosse che include raffinatissime proiezioni di Aikido, calci volanti roteati da lucha libre, brutali attacchi e prese MMA-stile e l'ignorantissimo "cazzottone da un quintale" (cit. Lupo Alberto).
Tutte le volte, in tutte le puntate, in cui i protagonisti accennano ad aprire bocca i miei occhi e le mie orecchie cominciano a sanguinare sapendo che, coerentemente con i loro personaggi, diranno qualcosa che non vorresti mai sentire dire dalla bocca di un adulto. Ed è una sensazione strana e bellissima.
Tutte le volte, in tutte le puntate, in cui i protagonisti flettono i muscoli, il mio cuoricino comincia ad accelerare sapendo che, coerentemente con la loro dedizione fanatica, faranno qualcosa di assurdamente epico. Ed è una sensazione normale e bellissima.
E penso che in un mondo ridotto male come il nostro, forse ci vorrebbero più Tojima e meno "adulti seri e responsabili".
Alessandro Martini
Vent'anni dopo l'esordio del personaggio, in Dexter: Resurrection Michael C. Hall dimostra ancora di avere la stoffa per interpretare il serial killer moderno come nessun'altro. Le espressioni del viso, i comportamenti a metà tra sfigato e psicopatico, l'introspezione dei monologhi: tutto rende il suo alter ego unico nel suo genere. Si possono criticare le trame non proprio realistiche, i comprimari (e dialoghi) poco credibili, ma il carisma del personaggio principale vale da solo il prezzo del biglietto.
Davide Moretto
Non c’è niente da fare, anche a questo giro le migliori serie TV sono quasi tutte su AppleTV (che ha perso il + nel nome). Su tutte, vince Pluribus, a cui mi sono avvicinato con molto sospetto perchè temevo che sta cosa de “la nuova serie del creatore di Breaking Bad” fosse più una condanna che una qualità. E invece mi è piaciuta tantissimo e quindi vince il premio SOTY 2025 per il sottoscritto. L’unica vera cosa negativa della serialità contemporanea è che ci vorranno anni per sapere come vanno avanti le cose, ma vabbè, per me andrebbe bene anche finirla così.
Stefano Calzati
Partiamo da un presupposto: quando Hirokazu Kore-Eda fa qualcosa, quella è probabilmente la mia cosa preferita dell’anno. Quest’anno è andata proprio così ed è capitato alla sua nuova serie per Netflix (dopo la splendida Makanai); Asura è un dramma familiare di fine anni ’70, con protagoniste quattro sorelle, tutte estremamente diverse tra loro, per stile di vita, personalità e risposta emotiva agli eventi che le travolgono, che si trovano loro malgrado a fronteggiare una realtà che sconvolge la loro apparente tranquillità, la scoperta della relazione extra-coniugale del padre. Lo sguardo del regista giapponese indugia nei loro pensieri più profondi, si prende il tempo necessario per raccontare la loro intimità, tessendo e intrecciando rapporti forti e conflittuali tra le protagoniste, la cui emotività esplode e riempie lo schermo con scene potentissime. Kore-Eda si conferma un maestro nel raccontare la vita delle persone comuni, la loro quotidianità, i loro drammi e sogni, facendoci vivere il Giappone un pezzettino alla volta. Delicata nei modi, elegante nella messinscena, potente nei temi trattati e con un interessante focus sul ruolo delle donne nella società giapponese dell’epoca, che mette in evidenza le differenze generazionali tra madri e figlie.
Una serie avvolgente, coinvolgente, intensa ma anche rilassante, calda, con un senso dell’umorismo che lenisce i tormenti; quelli dei personaggi e pure i nostri.
Alessandro De Luca
Se non sbaglio, quest’anno ho guardato solo due serie televisive, ma è probabile che la seconda stagione di Andor avrebbe vinto comunque anche se ne avessi viste di più. Il finale della prima stagione è ancora una fra le cose più belle che ricordi di aver visto a schermo in tempi recenti e le aspettative per questa nuova e ultima serie erano altissime, ma ancora una volta, Tony Gilroy e gli altri autori sono riusciti a non deludere. L’universo di Guerre Stellari fa da sfondo perfetto per una storia fortemente politica e quanto mai attuale di autoritarismo e resistenza, di conflitti politici, bellici e personali sempre d’impatto e mai banali. I sacrifici che i personaggi sono costretti a fare in nome di una causa superiore, della libertà collettiva, sono raccontati con una forza e un impatto emotivo che però non scadono mai nel melenso o scontato. Anche se è ovvio chi siano i buoni e chi siano i cattivi, tutto è dipinto in gradazioni di grigio e non c’è mai una netta contrapposizione tra bianco e nero narrativo. Tutti i personaggi devono sempre scendere a patti con le conseguenze delle proprie azioni, anche quando sembra che ogni scelta sia quella sbagliata. Andor è una storia che ci ricorda quanto siano importanti gli individui, le persone, anche quando in ballo c’è la libertà di un intero universo.




