Outcast FOTY 2025
Ed eccoci al secondo giorno di OTY, dedicato ai FOTY. Ieri vi abbiamo parlato delle serie che assolutamente ci hanno più fatto provare piacere fisico nel 2025, oggi si passa ai film.
Buona lettura e buon 2026!
Alessandro De Luca
Il mio 2025 è stato un anno cinematografico strano: tanti bei film, ma nessuno mi ha davvero lasciato senza parole. Ce ne sono tre che si distinti da tutti gli altri, ma farò una scelta hipster e darò il mio FOTY a Bird di Andrea Arnold. Come in Fish Tank, la regista inglese racconta ancora una volta la storia di una ragazzina che deve crescere più in fretta di quanto sia giusto aspettarsi da una persona della sua età. È una vicenda che ci mostra la vita di persone ai margini della società, che vivono di espedienti e di egoismo, ma che hanno anche un forte senso di comunità. La Bailey dell’ottima Nykiya Adams è virgulto in balia del vento causato da forze e persone più grandi di lei ed è nel Bird di Franz Rogowski che la giovane trova una luce di speranza, un puntello su cui appoggiarsi. La prima impressione è che sia una storia di speranza, ma ho anche trovato che abbia un tono molto più pessimistico di quanto non possa sembrare. Temo che in Italia non se lo sia filato praticamente nessuno, purtroppo, ma se ne avete l’occasione, vi consiglio di darci un’occhiata, fosse solo anche per ascoltare l’ottima colonna sonora.
Fabio Gervasoni
Il mio film dell’anno è indubbiamente The Running Man di Edgard Wright, con un Glen Powell in una forma talmente smagliante da far vacillare la mia eterosessualità. È stato presentato come il remake de L’implacabile con Arnold Schwarzenegger del 1987, anche se a conti fatti ci troviamo davanti al riadattamento quasi pedissequo del romanzo di Stephen King L’uomo in fuga (che scrisse sotto lo pseudonimo di Richard Bachman), dato che la pellicola diretta da Glaser ne vedeva un rimaneggiamento abbastanza pesante. Perché m’è piaciuto così tanto nonostante a mio avviso ci siano stati film oggettivamente migliori? Forse perché abbiamo maledettamente bisogno di questo tipo di film. Mi spiego meglio: da quindici anni a questa parte, la maggior parte dei film d’avventura, soprattutto sci-fi, è stata ad appannaggio quasi esclusivo dei cinecomic, categoria che ho amato e amo tutt’ora, ma che vive palesemente un periodo di stanca e che imbriglia i propri personaggi in determinati stereotipi. Questo film invece mi ha riportato indietro a quelle grandi avventure con cui sono cresciuto, i classici action degli anni ‘80 e ‘90, quelli che ti tengono incollato alla poltrona e che vedono gente “comune” vivere avventure più grandi di loro, conditi con umorismo, caciara ed esplosioni gratuite… Per questo l’ho amato. Perché film così, ormai, non se ne fanno più.
Francesco Stella
I film mi piacciono da matti, ma il cinema è un'impresa: vivo a 45 km da uno decente, in una zona italiana dimenticata da Dio. A dicembre, il volo per il Giappone mi ha regalato Superman su uno schermo piccino picciò. Non amo i supereroi hollywoodiani, salvo eccezioni alla Gunn (Guardians, Peacemaker), e questo Superman, diretto da lui, è diverso: non per i poteri o le scazzottate, ma per l’umanità di Clark Kent. L'uomo d'acciaio affronta sconfitte morali e sociali che lo spezzano e risorge dimostrando che, sotto la tuta spaziale, è fragile come noi, uno che inciampa, dubita, ma sceglie l'empatia. In un 2025 che ci vede sempre più divisi, tra paure e preoccupazioni di ogni sorta, il film ci ricorda che non dobbiamo temere chi è diverso da noi, perché alla fine della fiera è sempre un essere umano.
Angelo Di Franco
Pensavo di trovarmi di fronte al solito, banale, film di genere, invece Heart Eyes è stato una piacevole sorpresa. Mescolare rom-com e slasher anni novanta mostra la voglia di cercare di fare qualcosa di diverso e non il solito filmetto da piattaforma streaming, e, anche se non tutto funziona bene e c’è qualche esagerazione qua e là, la pellicola si lascia guardare e diverte, soprattutto se piace quel tipo di horror un po' caciarone, con assassini mascherati e coppiette che devono sfuggire al massacro. La parte slasher, va detto, procede meglio rispetto a quella comedy, con delle morti creative e truculente. Confido in un sequel che sappia dosare meglio i generi.
Andrea Peduzzi
Uffa, quest'anno ho giocato un sacco ma visto pochissimi film e serie TV o, meglio, meno film e serie TV di quanto un perditempo nella mia posizione dovrebbe accumulare per minimo sindacale. In ogni caso, ce l'ho: il mio meglio filmino del 2025, recuperato colpevolmente nel 2026, è Weapons, che, restando nel bacino horror, ho trovato persino superiore alla precedente opera di Zach Cregger, Barbarian, pure quella recuperata solo di recente dopo che per anni ho creduto avesse a che fare col fantasy e col Commodore 64. I motivi della mia preferenza li lego a una messa in scena pazzesca, a un cast davvero in bolla, alla stregoneria, al folclore ma, soprattutto, alla capacità, da parte del film, di prendermi veramente di sorpresa.
Stanlio Kubrick
Talk to Me mi aveva dato l’impressione di annusarsi un po’ troppo le scorregge e di sprecare un’idea tutto sommato divertente trasformandola in un metaforone scritto con il pennarello grosso così. Non che Bring Her Back sia per forza più sottile: è che tutto il resto è venuto meglio. È un film che parla di ossessione e solitudine ed elaborazione del lutto, è indiscutibilmente più elevated di Talk to Me e miracolosamente ne beneficia: è tutta una roba di disagio e di slow burn, ma senza spiegoni, un film che si mostra invece di raccontarsi, e come si mostra! Ci sono almeno due scene che entrano di diritto nell’Olimpo del Disturbo: in una ho distorto lo sguardo, nell’altra ho anche tolto l’audio. È uno degli horror che più ti stanno addosso dell’ultimo lustro almeno, e il mio film dell’anno.
Giuseppe Giordano
La prima volta che ho visto Una battaglia dopo l'altra, non ho afferrato completamente la sua grandezza, perché è soprattutto nelle sfumature. Un giorno, mi sono imbattuto in un reel di Instagram con la scena di Di Caprio che tenta di parlare in spagnolo ai messicani. L'ho guardata e riguardata e in circa dieci secondi ho notato sfumature di recitazione impercettibili a una prima visione. Dopo una seconda visione al cinema e una terza in streaming, il film ha acquistato per me una dimensione più ampia. Come quel reel, ma su una scala di quasi tre ore. Raggiunge quella pienezza artistica per cui nessuna scena è realizzata in maniera ordinaria, per cui quasi ti appassioni, più che alla trama, alle soluzioni di regia. Temo si sia parlato un po' troppo della dimensione politica. Una battaglia dopo l'altra è soprattutto la coming-of-age story del personaggio di Chase Infiniti. Non a caso, si svolge a ridosso del ballo della scuola. È raro (e un po' commovente) vedere il cinema operare a livelli simili.
Andrea Maderna
Il mio film dell'anno è eleggibile per questione di giorni, dato che nel mondo è uscito sotto Natale e io stesso l'ho guardato lì attorno ma in Italia ci è arrivato subito dopo capodanno. Ed è Nosferatu, la clamorosa reinterpretazione di un pilastro storico dell'horror che Robert Eggers ha desiderato girare con tutte le sue forze fin da ragazzino e finalmente è riuscito a concretizzare in una maniera clamorosa. So che ha diviso, ma a me è entrato direttamente in vena, mandandomi in overdose totale. Mi ha ipnotizzato, sedotto e angosciato dal primo all’ultimo istante nonostante fosse lo spettacolo in seconda serata del venerdì al termine di una settimana in cui avevo dormito tre ore a notte. Temevo di rovinarmelo #einvece non ho tirato mezzo sbadiglio nonostante avessi passato la giornata a sbadigliare, non mi sono mai distratto, ero locked-in in maniera totalizzante. Anzi, forse l’essere fisicamente a pezzi m’ha fatto entrare ancora più in sintonia col disagio che esprime il film, certo è che mi sono sentito fisicamente oppresso per quasi tutto il tempo. In pratica ero diventato Renfield. Comunque, film splendido per interpretazioni, regia, scrittura, fotografia, scenografie, costumi. Moderno e inventivo anche nel suo essere antico e fedele. Rilegge il testo sacro con reverenza ma lo ribalta alla sua maniera. E penso davvero che guardarlo sullo schermo gigante che t’avvolge faccia una differenza enorme.
L’ho adorato.
Alessandro Martini
Aspettavo F1 sperando che fosse il Top Gun delle auto, ma si è rivelato soltanto l'ennesimo riciclo della stessa formula (gioco di parole voluto). Eppure ricordo ancora le sequenze in auto, quelle sì spettacolari, e la buona interpretazione di Brad Pitt. Il resto è da buttare, ma nel complesso è stata una pellicola che mi ha infastidito meno di altre. La presenza tra i migliori del 2025 si deve alla regia "hardcore" di Joseph Kosinski, che ci fa sentire davvero parte dell'azione.
Stefano Calzati
Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, nel 2022, per esorcizzare il terrore della guerra mi sono appassionato di geopolitica, ascoltando podcast (soprattutto), leggendo, informandomi anche in maniera compulsiva e ossessiva, talvolta. Forse è per questo che A House of Dynamite, l’ultima pellicola firmata Kathryn Bigelow, mi ha colpito così forte, facendomi passare le più angoscianti, coinvolgenti e intense due ore cinematografiche di quest’anno. Venti minuti circa, quelli che impiega un missile balistico intercontinentale per compiere la sua letale traiettoria dal Pacifico agli Stati Uniti, vissuti da diverse prospettive all’interno delle varie “stanze dei bottoni” dell’apparato militare e amministrativo statunitense. La calma marziale che maschera il panico, l’emotività che esplode quando la pressione diventa insostenibile, la responsabilità di una reazione che potrebbe porre fine al mondo per come lo conosciamo, la consapevolezza di perdere milioni di vite umane a causa di un attacco che si credeva nessuno avrebbe mai osato lanciare. L’occhio clinico e l’estremo realismo con cui Bigelow racconta la vicenda sono agghiaccianti; è quasi un documentario all’alba dell’apocalisse, non c’è romanzo, non ci sono eroi solitari pronti a salvare la Terra, solo esseri umani che, nonostante l’addestramento e lo status, si scoprono impotenti davanti a qualcosa di così
terrificante. Ed è un racconto così “vero” da far tremare i polsi, soprattutto se lo si inserisce nel caotico e drammatico contesto storico che stiamo vivendo. Miglior horror dell’anno.
Cristina Resa
Per me il 2025 è stato davvero l’anno dei vampiri. Anche perché è cominciato, proprio il primo giorno, con Nosferatu, che ho molto amato, e non mi viene in mente un modo migliore per iniziare. Ma qui non parlerò del film di Eggers, e questo sarà uno shock almeno per chi mi conosce un po’, bensì dell’altro GROSSO film di vampiri uscito quest’anno. Grosso, nonostante in Italia sia arrivato un po’ in sordina. Grosso perché, pur avendo i mezzi di un film mainstream, conserva il sapore artigianale di certo cinema indipendente di genere degli anni Ottanta e Novanta. Sto ovviamente parlando de I peccatori di Ryan Coogler. Un film che diverte pazzamente ma che comincia lento, come un racconto ambientato nel Mississippi degli anni ’30, prendendosi il tempo di costruire l’atmosfera, i legami tra i personaggi, lo spazio. Poi, a un certo punto, accelera. Non si tratta di un cambiamento improvviso alla Dal tramonto all’alba, nonostante il collegamento con il film di Robert Rodriguez sia pressoché immediato. No, I peccatori non presenta un ribaltamento di genere o tono ma procede progressivamente, anche perché fin dall’inizio sappiamo cosa stiamo vedendo - lo dice nell’incipit che succederà qualcosa di terribile - anche se nella prima mezz’ora, o forse più, ce lo fa quasi dimenticare, mentre seguiamo il ritorno dei fratelli Smoke e Stack, veterani della prima guerra mondiale. Poi, quando le cose si mettono male, rivela la sua vera natura: un action horror puramente carpenteriano. Non solo perché costruito come un film d’assedio, ma perché ne abbraccia lo spirito di frontiera, il tono e quel tipo d’eroismo reticente da cui nascono i personaggi migliori di Carpenter. Dunque, questa mi sembra una ragione più che sufficiente per me, che amo il cinema del Baffo più di ogni altra cosa, per fare de I peccatori il mio film dell’anno. Ma in realtà non è la sola, né la principale. Perché I peccatori è un film ricco e stratificato, anche complesso, se si scava un po’ sotto la superficie, che comunque va benissimo anche da sola. Un film che parla di tante cose, sicuramente mette al centro la tematica del razzismo sistemico, mai così attuale, ma si spinge oltre, portando avanti una riflessione sull’oppressione coloniale molto a fuoco, senza mai però forzare i confini della grammatica del cinema di genere. Ed è qui che, come chiunque parli di questo film, anche io devo menzionare la musica, che diventa un elemento centrale: non solo di accompagnamento alle immagini, ma elemento con un ruolo spiccatamente narrativo, fondamentale per sviluppare il nucleo tematico di un film che, in un modo esteso e poco canonico, io considero un po’ un musical sotto mentite spoglie, cioè una storia in cui la performance musicale ha proprio la funzione di raccontare e dare la chiave di lettura delle immagini che stiamo guardando. Ma non solo: la musica diventa strumento di sopravvivenza e di resistenza alla violenza coloniale, il linguaggio con cui la comunità elabora i propri traumi. È qui che il film apre una riflessione sorprendente sulla musica come ponte, stabilendo un parallelo tra l’Africa occidentale e l’Irlanda, due terre segnate da storie di oppressione. Il blues, qui, non è solo colonna sonora: è rito, memoria viva, modo di ricordare e tramandare elementi identitari. Questa costruzione intreccia il folklore afroamericano e il Southern Gothic con una consapevolezza rara, richiamando film come Eve’s Bayou o Ganja & Hess, che in passato hanno unito in maniera diversa il fantastico al politico. I peccatori entra in questa linea del black horror, che ovviamente passa dai film di Jordan Peele, rimanendo coerente con se stesso. Rimane un film d'assedio, sporco, viscerale. Eppure sorprendentemente tenero verso i suoi personaggi. Interessante anche per come rappresenta il vampirismo in modo sfaccettato, mai binario, con i personaggi che lo affrontano attraverso la propria umanità ed esperienza. È sempre bello trovare un film capace di dire tutto questo e, allo stesso tempo, essere puro e gioioso intrattenimento cinematografico.
Alex Camilleri
Decisamente 28 anni dopo. Sarà che sono legato in modo nostalgico a 28 giorni dopo e che ero gasato all’idea di vederlo tornare in mano a Boyle... Sarà forse che è stata la prima volta da quando è nata mia figlia che sono riuscito finalmente ad andare al cinema a godermi un film, un terribile digiuno durato 342 giorni (l'ultimo fu Alien: Romulus, visto con moglie quattro giorni prima del parto in un'esperienza sicuramente per lei terapeutica) che finalmente è andato interrotto e mi ha fatto uscire dalla sala con il sorrisone spalmato in faccia. L'amico con cui sono andato l'ha trovato una mezza merda, ma io ho proprio goduto tantissimo, non solo perché l'ho trovato super bello e con un'identità molto forte, ma anche perché dentro ci ho trovato una dolcezza molto profonda su vita, morte e vita dopo la morte.
Francesco Tanzillo
Il film più bello dell’anno è, a mani basse, Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson. Stiamo parlando di cinema totale che riesce a unire, attraverso l’uso magistrale del linguaggio cinematografico, impegno politico, storia famigliare e grande intrattenimento. Una battaglia dopo l’altra propone una grandissima quantità di momenti iconici perfetti e una caratterizzazione dei personaggi impeccabile, ognuno con il proprio arco e la propria dimensione, per tratteggiare un affresco ricchissimo e vivace, animato anche da uno spiccato ottimismo nei confronti delle generazioni future che è invidiabile e riesce a riempire il cuore nonostante il momento storico. Voto: VIVA LA REVOLUTION!
Davide Moretto
Rispetto agli anni precedenti, il 2025 mi ha visto poco in sala. Tra il fatto che non ci sono stati grandi blockbuster (che sono solitamente il motivo per cui esco di casa e vado al’Arcadia) e che i film che volevo vedere sono ancora lì fermi nel backlog, voto come mio film dell’anno A House of Dynamite della mia dea dietro la macchina da presa Kathryn Bigelow. Quasi per caso, il giorno prima avevo rivisto War Games e devo dire che l'accoppiata crea uno strano mix di sollievo e di disperazione totale. Mai avrei pensato che il mio miglior film potesse essere uno prodotto da Netflix.


