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MIO: Memories in Orbit è una piccola Perla

MIO: Memories in Orbit è una piccola Perla

Il finire del 2025 e questo inizio del 2026 mi hanno fatto capire una di quelle cose di me che in fondo già sapevo, ma cui non credevo fino in fondo: potrei sfondarmi solo di metroidvania ed essere comunque contento.

Il mix di esplorazione, platform e combattimento mi ha sempre catturato, sin dai tempi di Castlevania: Symphony of the Night. Avere un nuovo potenziamento, illuminarsi al ricordo di quella zona (solitamente dall’altra parte della mappa) a cui non si poteva accedere, provare a tornarci combattendo tutto e tutti ha sempre avuto un fascino misterioso. Perché passare ore e ore a girare a vuoto, cercando di trovare una nuova via, un nuovo pertugio, una nuova speranza (citazioni a caso, alè), se basta seguire il flusso dei potenziamenti per poter andare avanti?

Probabilmente è questo mio background che mi ha portato a spendere ben UN credito nell’Asta videoludica di rinforzo dell’anno scorso per MIO: Memories In Orbit

Trovare Samsk vuoL dire una sola cosa: nuove abilità in arrivo!

Nei panni della protagonista MIO, un robot guardiano, dovremo avventurarci per le zone del Vascello, la nave spaziale su cui stiamo viaggiando, per scoprire che cosa abbia causato la Disconnessione. Le Perle, i cinque sistemi che si dividono il funzionamento del Vascello, si sono scollegate le une dalle altre, fermando il funzionamento e facendo impazzire i robot “inferiori” che saranno la maggior parte degli ostacoli che incontreremo lungo la nostra esplorazione.

Sin da subito l’atmosfera che ci accoglie è malinconica e con colori spenti, freddi, che ci fanno intuire le centinaia di anni che sono passati alla deriva nello spazio. Qui entra in gioco la componente più evidente del gioco: il suo stile artistico.

Colpisce da subito con l’art line sempre evidente, nera e vibrante, che si affievolisce fino a quasi diventare in negativo sullo sfondo, il tutto unito da tinte acquerello delicate e sfumate, interrotte da un tratteggio simil grafite che enfatizza tutte le geometrie del mondo. A lieve contrasto, la colonna sonora elettronica, ma al limite del lo-fi, rende ancor più sottolineata la delicatezza meccanica degli abitanti del Vascello.

Passare dai ghiacci della Metropoli al fiume di acquascura dell’Oasi, fino alla lava del Crogiolo e i pericoli meccanici del Deposito, porta con sé un viaggio tra colori, contrasti, grigiori che si saturano diventando gradienti quasi rilassanti: è indubbio che la potenza di MIO risieda proprio in questo lato, che lo rende chiaro, leggibile e intrigante come pochi giochi sul mercato sanno essere.

La Metropoli è una gioia per gli occhi.

La leggibilità dell’ambiente, d’altronde, è fondamentale in questo genere di giochi, proprio per la loro natura fortemente esplorativa. Laddove la navigazione durante la main quest è molto chiara e relativamente lineare, è nel suo svelare le parti più nascoste che il gioco fatica un po’ a dare indizi facilmente comprensibili. Se la mappa esplicita da subito i luoghi che è possibile esplorare da subito con un bordo lampeggiante, le interconnessioni tra le sue varie sezioni si trovano spesso per caso o con una vista da falco sommata a quella di un’aquila. Nelle mie scorribande post finale mi sono più volte ritrovato - per puro caso - in nuove parti (cosa che, lo ammetto, a volte mi ha dato gioia, altre un po’ di frustrazione).

In queste zone, infatti, troviamo le sezioni platform più complicate e ridicolmente lunghe, intervallate da piccole piattaforme inoffensive, utili per “tirare il fiato”, che però permettono un salvataggio intermedio nel caso si dovesse fallire. In particolare c’è una zona, il Crogiolo, che mi ha tenuto impegnato credo per un paio d’ore in ogni sua sezione (tranquilli, sono solo due): generalmente entro in panico quando si devono eseguire tante azioni velocemente,  ma ciononostante, quattro ore per superare una zona senza combattimenti o boss sembrano tantine anche per uno come me.

Un piccolo spoiler sul Crogiolo.

Potrei stare ancora per mille paragrafi a raccontarvi come, una volta sbloccato il primo finale, io sia rimasto per una ventina di ore a vagare per il Vascello, attirato dalle zone ancora a me precluse e voglioso di completare l’esplorazione. Soprattutto attirato dalla risoluzione di un mistero: ogni tanto, durante il gioco, viene tolto un contenitore di vita. Sembra qualcosa di scriptato e fa intuire che ci sia un modo rapido per recuperarlo velocemente.

Invece no: nonostante in giro si trovino i classici frammenti per aumentare la vita disponibile, dopo un po’ viene tolta permanentemente, aumentando la difficoltà in maniera artificiosa e non esattamente piacevole. Pur con alcuni moduli che danno espansioni temporanee della vita e alcuni aiuti dalle impostazioni del gioco, certi boss o sezioni platform sono una vera e propria spina nel fianco. Ricominciare ancora e ancora per andare un pochino più avanti o vedere una nuova fase del boss è estremamente frustrante, tanto che nelle ultime battute ho attivato l’opzione che indebolisce i boss ad ogni tentativo.

Al netto di questo, MIO: Memories in Orbit è un metroidvania ottimo, con un carattere e una identità propri pur essendo evidente la sua principale ispirazione, quell’Hollow Knight che ha conquistato tutti anni orsono.

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