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Voglio vivere come Jeffrey Lebowski

Voglio vivere come Jeffrey Lebowski

È lunedì mattina.

Fuori piove e fa freddo. Ma tu devi alzarti, infilarti la giacca e quella cravatta che ormai ti sembra un cappio. Devi farti un lungo tragitto in macchina o peggio ancora in treno per arrivare al lavoro. Un lavoro che odi ma che ti serve, perché mica sei milionario o hai vinto alla lotteria. Passi otto ore a fare call e riunioni quasi sempre inutili, pianificazioni, report in excel che nessuno guarda mai e magari devi pure annuire sorridendo davanti all’ultima idea senza senso del Mega Direttore Galattico di fantozziana memoria. E quando torni a casa, litighi pure con la moglie perché tu vorresti vederti la partita di Champions League e lei ti costringe a guardare qualche tremenda soap opera turca.

È lunedì mattina.

Jeffrey Lebowski si sveglia, non certo presto, immagino. Si veste infilando i suoi pantaloncini a scacchi, una maglietta che trovi ai grandi magazzini a quattro dollari e novantanove, una felpa con cappuccio e sandali di plastica. Vive in affitto in una casa dove le pulizie sono state fatte l’ultima volta sei mesi fa. Fuma marijuana in continuazione e beve grandi quantità di White Russian. Non lavora. L’unica cosa che fa e che gli interessa è giocare a Bowling.

Jeffrey Lebowski, che ama farsi chiamare “Drugo”, è un hippie pacifista, pigro e fannullone, che ha deciso sostanzialmente di godersi la vita. Passa le sue giornate al bowling insieme a due amici tanto strani ed emarginati quanto lui. Walter Sobchak, veterano del Vietnam, è un omaccione burbero e iracondo, uno capace – letteralmente – di spararti un colpo di pistola per un’inezia, un individuo grottesco e comico allo stesso tempo. L’altro amico, Donnie, è un bonaccione ingenuo che fa da spalla agli altri due, e, al contrario di Walter, sembra la calma fatta persona.

Drugo è, sostanzialmente, uno che ama farsi i fatti suoi. Un filosofo della vita, uno di quelli per cui il mantra principale è “io lascio in pace voi e voi lasciate in pace me”. Poi, come spesso accade nella vita, le seccature arrivano anche se tu sei sempre stato intento a farti i fatti tuoi.

C’è un altro Jeffrey Lebowski, che è l’opposto del Drugo. Un miliardario borioso che si spaccia per filantropo, che ha una giovane moglie che lo ha sposato per ovvi motivi e un segretario leccapiedi chiaramente ispirato a Waylon Smithers de I Simpson.

La moglie del Lebowski ricco ha un grosso debito con un magnate del porno, Jackie Treehorn, per cui lavorava, e per cercare di saldare il debito finge il suo rapimento con la complicità di un gruppo di suoi bizzarri amici, noti come “I Nichilisti”, un ex gruppo techno di origine tedesca, di cui uno dei membri è stato anche suo partner in uno dei film per adulti in cui ha recitato (l’onnipresente e sempre bravissimo Peter Stormare). Drugo ci si ritrova in mezzo suo malgrado, prima malmenato dagli scagnozzi di Treehorn, che gli urinano su quel tappeto che “dava un tono all’ambiente” e poi ingaggiato come corriere dal suo ricco omonimo per consegnare il riscatto per liberare la moglie Bunny.

La faccenda, già intricata di per sé, si complica quando Walter si mette in mezzo e propone di scambiare la valigetta con i soldi con un’altra contenente biancheria sporca, per tenersi il malloppo. Come se non bastasse, Drugo intreccia una sorta di bizzarra relazione con Maude Lebowski, figlia del milionario, che vuole un figlio da lui, e che gli rivela che il padre non ha un soldo e che l’intero patrimonio di famiglia è gestito da lei. Una bizzarra commedia degli equivoci in cui non mancano inseguimenti, sparatorie, risse e situazioni grottesche al limite del surreale.

Alla fine Drugo torna alla sua pigra e pacifica vita, con un figlio in arrivo.

Il Grande Lebowski è un film molto particolare, una commedia noir con qualche spruzzata di poliziesco, una storia che nella sua assurdità serve soprattutto e prima di tutto a raccontare il personaggio di Jeffrey Lebowski e la sua filosofia di vita, basata sul discostarsi completamente dal famoso “sogno americano”, che impone la realizzazione personale e il guadagno al centro di tutto. Lebowski sceglie semplicemente di godersi la vita senza stress e senza pensieri, senza l’ansia di fare carriera o di avere dei beni materiali. Una vita dedicata al minimalismo e a ciò che ama, la semplicità delle giornate passate al bowling.

Una sorta di anticapitalista e antisistema che “combatte” ciò in cui non crede semplicemente esistendo come un mediocre uomo comune senza virtù e senza obiettivi. L’esatto opposto dell’altro Lebowski, un uomo apparentemente ricco e realizzato, ma che di fatto è un bluff. Da un lato abbiamo quello che si potrebbe meschinamente definire un fallito, ma di fatto un uomo libero. Dall’altro abbiamo un uomo apparentemente vincente e di successo, ma che in realtà è una menzogna. Chi dei due è il vero perdente?

Drugo è un uomo lucido che non affronta gli eventi, semplicemente li subisce. Alla fine del film non compie nessun processo evolutivo, non cambia, non gli interessa nemmeno arrivare alla risoluzione della vicenda, se non per un facile guadagno monetario e il ritorno alla propria pigra e semplice quotidianità. Un uomo sempre calmo e rilassato, mai competitivo, che vive gli eventi caotici con un distacco e una passività invidiabile.

L’altro rovescio della medaglia per Drugo, oltre al suo omonimo, è Walter: un uomo collerico, instabile, ossessionato dalle regole e dal controllo, in perenne conflitto con il mondo. Un uomo che non subisce gli eventi ma li combatte. Pur essendo completamente diversi, si completano a vicenda.

“Questo non è il Vietnam, è bowling. Qui ci sono delle regole.”

Sotto la coltre della commedia noir, c’è un film ricco di sottotesti, fra cui la disillusione verso il sogno americano e la critica verso un certo tipo di società di fine anni novanta.

Scoprii Il Grande Lebowski un po' per caso, quando la mai troppo rimpianta Super Console aveva inaugurato al suo interno una rubrica sulle uscite in DVD più interessanti del mese (perché PS2 fu per molti, me compreso, il primo lettore DVD), anche se il film lo vidi molti anni dopo in TV e me ne innamorai subito, in prima battuta per la trama assurda e surreale. Visione dopo visione, ho imparato sempre di più ad apprezzare il protagonista, magistralmente interpretato da Jeff Bridges, che è diventato, soprattutto in età adulta, il mio idolo personale.

Sì, vorrei vivere almeno per un periodo una vita come quella di Jeffrey Lebowski. Non gioco a bowling ma grazie a lui ho imparato ad apprezzare il White Russian. Forse, prima o poi, parteciperò anche a uno dei Lebowski Fest. Ma devo trovare un maglione uguale al suo.

p.s. però anche una sbroccata alla Walter, ogni tanto, sarebbe liberatoria.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a droghe e dipendenze, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

Winners don't use drugs

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