Winners don't use drugs
Chi ha messo piede in una sala giochi tra fine anni’80 e metà anni ’90 ha quel cerchio scudato dell'FBI su sfondo blu (o grigio) impresso nella retina, come le Quattro Mosche di Velluto Grigio. Prima di farsi spillare l'ennesimo gettone da Teenage Mutant Ninja Turtles o da The Simpsons, appariva lui, il monito indottrinante: se si voleva essere "vincenti", bisognava stare lontani dalle bustine sospette. Con buona pace dei lanciatori del peso sovietici.
Me lo ricordo, quel logo. Lo vidi per la prima volta ad Alassio, nella sala giochi vicino a Piazza dei Partigiani, a due passi dai Bagni Sirena che frequentavo in quell’estate del 1989. Il cabinato era quello del violento Narc. Quale combinazione migliore.
Narc, un gioco nel quale si combattevano i trafficanti con metodi poco ortodossi. Era prima che Trump nuclearizzasse barche a caso.
Fino a quando non si è palesata la Cover Story del mese non ci avevo più pensato a Winners Don’t Use Drugs. In Outcast c’è questa consuetudine, che l’annunciazione del tema mensile venga accompagnata da un listone di suggerimenti ad opera (in genere) di quel martire di Andrea Peduzzi. Uno spataffio di caratteri che le lenzuolate di Bersani in confronto erano dei pizzini. Tra gli spunti legati al tema “droghe” c’era proprio quello slogan. Il mio cervello ha fatto improvvisamente clic: per quale cacchio di motivo in Europa fummo sottoposti a una campagna di sensibilizzazione organizzata da un ente federale statunitense? Come nacque in primis questa idea?
E che cacchio ne so io! Ora mi vado a informare…
Eccolo in versione sfondo grigio. Il nome di Sessions fu poi rimosso quando il testimone passò a un nuovo direttore negli anni ‘90.
Uno si immagina che una campagna che è arrivata a colonizzare la quasi totalità dei cabinati in USA e buona parte di quelli di Europa e America Latina sia nata in seguito a grandi riunioni segrete tipo Loggia del Leopardo, che sia stata cesellata a colpi di focus group organizzati scrupolosamente da costosissime società di marketing. Non esattamente. Fu deciso a tavola, in estrema informalità e pure un po’ per caso.
Tutto iniziò durante una cena tra vecchi amici a Washington. Da una parte c'era Bob Davenport (capo delle pubbliche relazioni dell'FBI), dall'altra Bob Fay, un ex agente dell'FBI diventato il pezzo grosso dell'American Amusement Machine Association (AAMA), l'associazione che riuniva i produttori di videogame arcade.
Gli USA stavano vivendo una preoccupante aumento nella dipendenza da crack. L'FBI stava provando in tutti i modi a dire a ragazze e ragazzi di non farsi di quel derivato della cocaina. Distribuivano opuscoli, tenevano conferenze, ma il messaggio faceva fatica a cementarsi. Fay, tra un boccone e l'altro, se ne uscì con un: "Ehi, ci sono migliaia di macchine da gioco sulle quali possiamo mettere un messaggio". Genio.
“Winners Don’t Use Drugs” LA MAGLIETTA! Manca solo il lanciafiamme
Ma come c'era finito un ex "G-man" a capo dell'industria dei videogame? Dando la caccia ai falsari.
Fay, infatti, si era fatto un nome smantellando un giro enorme di pirateria che faceva arrivare schede taroccate dalla Corea via Canada. “Il sistema funzionava così: i contraffattori andavano dalla Corea a Toronto e poi negli Stati Uniti. A quei tempi non c’erano controlli doganali dal Canada” raccontò Fay successivamente.
La principale preoccupazione del settore era la pirateria informatica; alla fine degli anni '80, le versioni contraffatte costituivano un quinto di tutti i videogiochi in circolazione (dei principianti al confronto di noi italiani, che le schede le clonavamo e reingegnerizzavamo direttamente). Uno degli ex compagni di università di Fay era il presidente della filiale statunitense di un importante sviluppatore di videogiochi e chiese a Fay se l’F.B.I. potesse intervenire. Fu dunque organizzata un’operazione sotto copertura che colpì duramente il contrabbando di schede e coin-op. I produttori di giochi furono così grati che offrirono a Fay la direzione dell’AAMA.
E così ci sono i due Bob, un team composto in totale da quattro persone e l’idea di una campagna nazionale. Ci voleva uno slogan breve e che non suonasse troppo paternalistico. Ci voleva una frase a effetto. Una roba da eroe d’azione. Una frase che Schwarzenegger avrebbe potuto pronunciare seriamente mentre falcidiava un intero esercito di mercenari.
Visto che nei giochi conta vincere, il messaggio doveva essere: “Se usi droghe, sei uno sfigato sia nel gioco, sia nella vita”. Inoltre, doveva essere visibile a tutti e facilmente implementabile da un punto di vista informatico. Fu Davenport a uscirsene con lo slogan finale, che fu successivamente inserito come intermezzo durante le varie scene proposte dall’Attract Mode (quegli scampoli di giocato che la macchina mostrava quando nessuno era ai comandi per, appunto, attrarre il pubblico).
Fay usò la sua posizione di capo della AAMA per facilitare il lancio della campagna, coinvolgendo venti dei più importanti sviluppatori di videogiochi nazionali e internazionali. Accettarono diciassette di loro, tra cui Nintendo, Sega, Capcom, Williams, Namco, Midway, Konami e Taito.
All’annuncio nel gennaio 1989 erano presenti i coin-op di tre di queste case di sviluppo. “Ne feci una sorta di concorso”, ha raccontato Fay. “Dissi: ‘Sentite, il primo produttore che caricherà gli slogan nel software vedrà il proprio prodotto protagonista alla conferenza stampa dell'F.B.I.”. I “vincitori” furono Double Dragon, Tecmo Bowl e John Elway's Quarterback.
Negli anni, moltissimi cabinati vennero sottoposti al trattamento “Winners Don’t Use Drugs” ma i cambi di orientamento nelle politiche della lotta alla droga fecero sì che già nel 1995 l’operazione avesse esaurito la sua spinta. Solo due cabinati di quell’anno includevano il logo e l’ultimo fu pubblicato nel 1999.
Strilla più anni ‘80 questo poster che le tette di Sabrina Salerno.
Stando alle stesse parole dei protagonisti, citati dall’articolo di Inverse (sul quale questo scritto è fortemente basato), è difficile dire se l’operazione abbia funzionato. Quel che si sa è che, almeno nella sua fase iniziale, funse anche da inatteso aiuto nell’individuare le macchine contraffate, visto che la mancanza del logo FBI segnalava un probabile falso coreano.
Di sicuro lo slogan è entrato nella cultura popolare e nella nostra memoria collettiva. Pure in quella europea. La sua diffusione al di fuori dei confini statunitensi fu dovuta al fatto che quando l’AAMA negoziò l'iniziativa. i colossi del settore come Williams, Sega e Capcom si trovarono davanti a una scelta logistica: per ottimizzare i costi di produzione e semplificare la distribuzione, decisero di uniformare il software dei giochi. Creare una versione specifica per ogni regione sarebbe stato inutilmente costoso, così divenne molto più efficiente produrre un'unica versione dell"attract mode", valida sia per il mercato americano sia per quello internazionale. Mentre alcuni giochi prevedevano delle ROM specifiche per il mercato mondiale ("World" ROMs) che talvolta omettevano l'avviso, molti altri esistevano esclusivamente in versione giapponese o americana. Dato che la versione statunitense costituiva lo standard principale per la lingua inglese, divenne la scelta predefinita per l'esportazione globale.
A consolidare questa diffusione contribuì in modo determinante il mercato delle importazioni. Molte macchine presenti nelle sale giochi europee venivano acquistate e spedite anche direttamente dagli Stati Uniti; poiché il set di ROM all'interno del cabinato era la revisione dedicata al mercato USA, la schermata appariva automaticamente all'accensione, trasformando un'iniziativa governativa americana in un ricordo d'infanzia universale per i videogiocatori di tutto il mondo. Un’eredità così forte che ha riecheggiato negli anni. Non solo sulle magliette ma anche in versioni parodistiche incluse nei Simpson, in Futurama e in Scott Pilgrim, fino a fare il giro completo e ritornare ai videogiochi in Far Cry 3: Blood Dragon, non a caso un titolo così intriso di anni ’80 che Stranger Things levati.
““I swore an oath to a special lady... Lady Liberty. She taught me that winners... don’t use drugs””
Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a droghe e dipendenze, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.




