Un nuovo videogioco
Quando avevo circa undici anni, mia madre portò a casa una cucciola di pastore tedesco che mi accompagnò più o meno fino alla fine dell’adolescenza o giù di lì. Poi passai a gatti, perché mi sembrava più sensato, vivendo in un appartamento al settimo piano di un palazzo milanese, ma l’amore per quei cosi che abbaiano mi si era ormai inculcato. Oggi vivo in un posto dove il verde abbonda, anche per questo m’è risalita la voglia e nell’ultimo paio d’anni io e Figlia abbiamo espresso con vigore crescente il desiderio di vedere entrare un cane in casa nostra. A un certo punto, Moglie ha commesso l’errore di capitolare e di farlo col carico da novanta, mettendosi addirittura lei a passare al pettine i siti dei rifugi di zona, fino a che, qualche settimana fa, non siamo capitati su un annuncio.
E insomma, mi piaceva l’idea di ripetere l’esperienza con un cucciolo, e di farla attraversare a Figlia, che ha più o meno l’età che avevo io (più o meno) quarant’anni fa, e quell’annuncio era per una cucciola, che ai rifugi capita ma non necessariamente con grande frequenza. Non era un pastore tedesco ma, insomma, un bel coso misto dalle dimensioni dignitose, e oltretutto l’avevano chiamata Nami, come il personaggio preferito del manga preferito di Figlia. E insomma, oh, pare destino.
La sua reazione quando le dico di scendere dal divano.
C’è solo un piccolo dettaglio: all’epoca mia madre spedì il cane in un campo d’addestramento che mi immagino gestito dal sergente Hartman e, dopo il suo ritorno in versione super ubbidiente, tutto il lato più gestionale, amministrativo e di rotture di scatole se lo puppò lei, con io che davo una mano (lato pappe e passeggiate) in maniera devo dire frequente ma non proprio fissa. E il resto del tempo lo passavo a giocarci assieme a caso facendo deflagrare il lavoro di addestramento. Oggi, mia madre sono io. E non c’è il sergente Hartman.
Il passaggio da “Ho un vago ricordo di mia madre che…” a “Ho in casa un cucciolo di quattro mesi che…” è stato abbastanza brutale e ha richiesto del lavoro di assestamento, che ha per altro incluso un colloquio di due ore con l’esperta addestratrice che mi ha spiegato tutto. E da qualche parte durante quel primo paio di giorni, il mio cervello ha capito, o comunque deciso un paio di cose, una delle quali costituisce il motivo per cui sto scrivendo di questa roba nell’editoriale di inizio mese su un sito in cui si parla di videogiochi e altre forme d’intrattenimento (ma soprattutto di videogiochi).
Questa era la cagnolina appena arrivata a casa del me undicenne quarant’anni (circa) fa.
La prima è uno dei miei paragoni arditi. Ricordo che quando Figlia era solo un bebè che ancora neanche sgattonava, scherzavo dicendo che era come avere un terzo gatto, seppur con la problematica che non sapeva usare la lettiera. Ecco, avere un cane di quattro mesi è come avere un secondo figlio di uno o due anni che corre libero per casa, ma con delle specificità. Per esempio, rendere la casa “baby proof” serve a proteggere il bambino (e al limite la tua collezione di riviste), mentre renderla “puppy proof” serve a proteggere anche la casa stessa. Là dove un bambino esplora tutto infilandoselo in bocca in un tentativo di suicidio, un cucciolo esplora tutto infilandoselo in bocca per distruggerlo a morsi. Là dove per un bambino gestire la dentizione significa nervosismo e pianti, per un cucciolo significa masticare CORNA DI BUFALO GROSSE COME LA SUA FACCIA, distruggere cose a caso, avere attacchi di isteria, masticarti amorevolmente le braccia. Ed entrambi devono imparare che si caga e piscia nei posti adatti, solo che al cane non metti il pannolino. E non lo porti all’asilo nido per respirare. Però, dai, fa più pisolini. Per ora.
Oltretutto, il modo di rapportarsi coi cuccioli è, mi sembra, molto cambiato rispetto a come veniva concepito quarant’anni fa, in una maniera se vogliamo non particolarmente dissimile da come è cambiata l’idea di rapporto con i figli. E a conti fatti le problematiche sono per certi versi molto simili: in entrambi i casi bisogna insegnare a gestire le emozioni più violente e lo scarico di tensione, il rapporto con gli altri esseri viventi (e non), la gestione della vescica e dello sfintere, come amministrare la frustrazione, le paure, come capire le regole della vita. E in entrambi i casi il modo in cui si prova a lavorare su questi aspetti finisce per avere un’influenza significativa sul funzionamento non solo dei rapporti in famiglia, ma in generale sull’attitudine della creatura nei confronti del mondo.
Un saluto dal mio polso destro.
Questo parallelo mi sorge spontaneo (e qui arriva il motivo di cui sopra) perché la chiacchierata con l’addestratrice mi ha fatto entrare in modalità videogioco. Io, sarà che sono cresciuto negli anni in cui per usare [inserire a piacere] bisognava leggere il manuale d’istruzioni, ma, beh... ho bisogno delle istruzioni. Posso improvvisare, intendiamoci, e sono anzi grande maestro ninja del fare cose a caso con incoscienza, ma quando percepisco qualcosa come “importante”, finisco tormentato dall’impressione di stare sbagliando qualcosa e dal terrore che ci saranno conseguenze. E invece, l’addestratrice mi ha fornito il manuale d’istruzioni o, se preferite, mi ha fatto il tutorial (tra l’altro una roba lunghissima, due ore, ed è solo il primo tutorial, ce ne saranno altri… Praticamente sono finito in un gioco Ubisoft, o della Nintendo degli anni di Wii U). E questo mi ha liberato. Ora so che tasti devo premere, so quanti frame contare prima di far scattare questa o quella reazione, so che atteggiamento tenere, so cosa aspettarmi, so che questo, questo e quest’altro sono accadimenti normali e soprattutto ho fiducia nel risultato finale. So (o, dai, sono convinto) che se seguo il manuale d’istruzioni arriverò al boss finale e lo sconfiggerò. Credo.
E improvvisamente ogni piccolo risultato, ogni piccolo passo avanti, ogni piccolo miglioramento mi appare davanti come un aumento di skill, di XP, una barretta che avanza e spinge verso il prossimo livello. Ogni nuovo pezzo d’equipaggiamento acquistato semplifica la gestione di quell’aspetto, rende più semplice risolvere quel puzzle o affrontare quel combattimento. Il mercante in centro con gli oggetti per potenziarmi e già diventato amico fidato. Il chierico, oggi incontrato per la prima volta, ha fornito la pozione magica per proteggere dalle malattie e i potenziamenti da utilizzare al momento giusto come buff contro le magie che generano infezioni. Ce la posso fare. Credo.
Mentre riflettete su quanto bisogna stare male nel cervello per continuare a immaginarsi la vita come se fosse un videogioco, vi segnalo che la Cover Story di questo mese sarà dedicata ai quarant’anni compiuti da Castlevania il mese scorso, al ritorno della serie previsto per questo mese, ai castelli, ai vampiri, alla qualunque. Si comincia lunedì.
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