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Maledetto Castlevania!

Maledetto Castlevania!

Castlevania, l’originale per NES, fa parte di quella serie di giochi che bazzicavo da ragazzino a casa dell’amico che aveva le console Nintendo. Giocai a casa sua all’originale, intravidi a casa sua i due seguiti, giocai a casa sua l’episodio per Super Nintendo, mi portai a casa la serie solo quando uscì quella roba bellissima che fu Rondo of Blood per PC Engine. Nonostante quindi quella di Castlevania sia una saga che amo molto, non fa parte di quelle su cui posso vantare la sorta di imprint originale costituito dall’averci passato davanti ore e ore con gli occhi iniettati di sangue e un controller in mano, rinchiuso nella mia cameretta.

Oppure no, forse quell’imprint ce l’ho lo stesso, perché tutto sommato non posso fare a meno di considerare il Castlevania originale come un gioco della mia (tarda) infanzia e/o pre-adolescenza. Anche se ricordo pure che all’epoca ero un po’ confuso e non capivo cosa fosse arrivato prima, se Haunted Castle in sala giochi o Castlevania sul NES del mio amico. Quanto era bello, Haunted Castle, con quella grafica spettacolare? Mi sembrava troppo più bello di Castlevania. E ricordo che ci giocai, in sala giochi, e mi presi un sacco di scappellotti. Ricordo anche che a un certo punto mi resi conto che dietro alla bella grafica c’era un gioco un po’ più goffo e scassato rispetto a quello per NES, e il fascino finì lì.

Ricordo, infine, che pensavo che il gioco originale fosse Haunted Castle, e Castlevania una conversione. E come era normale all’epoca, la conversione era meno bella (perlomeno graficamente) rispetto al gioco originale, e questa cosa un po’ mi indisponeva. Del resto, oh, era così che funzionava ai quei tempi, no? Un gioco usciva in sala giochi e poi cercavano di convertirlo sulle console e sui computer spremendo sangue dalle rape. E invece no, Haunted Castle era la versione arcade di una roba nata su NES. Castlevania era il gioco originale. Ed era più bello. Ma sto divagando.

Quanto erano fuori di testa le musiche di Castlevania? Vogliamo dirlo che Castlevania ha alcune fra le colonne sonore più clamorose nella storia dei videogiochi e che si piazza là in cima sia per quanto riguarda l’epoca dei motivetti da sala giochi, sia per quanto riguarda le composizioni sinfoniche dell’era multimediale? Dai, diciamolo. Basterebbe anche solo Vampire Killer, uno fra i temi più famosi della serie, ma praticamente tutti gli episodi “classici” hanno perlomeno due o tre pezzi che quando li senti hai l’impressione che forse puoi anche tu prendere in mano una frusta e fare il culo ai maledetti succhiasangue. E le composizioni fuori di testa di Symphony of the Night? Roba incredibile, davvero, in un momento in cui quel modo di fare musica nei videogiochi, specie su console, era ancora una roba tutto sommato nuova. Che meraviglia.

Però, appunto, in Castlevania per NES c’erano i motivetti, e c’era questo gioco d’azione pazzesco, divertentissimo, super impegnativo, pure francamente abbastanza legnoso in come gestiva i salti, l’uso delle armi, gli spostamenti sulle scalinate, ma con un fascino pazzesco. Non ho, se devo essere onesto, grandi ricordi di lunghe sessioni a casa dell’amico, però nella mia probabilmente falsatissima memoria è una delle robe a cui giocammo di più assieme in quei pomeriggi appiccicati al NES. Ricordo il godimento dello sfondare un pezzo di muro per scoprire un pollo arrosto curativo, ricordo tutti quei vari nemici bizzarri, da Medusa ai cosi volanti (cosa erano i cosi volanti? Non lo so, non voglio controllare). Ricordo i boss, ricordo quel modo di costringerti a misurare ogni passo, ogni colpo, ogni pixel, per non rischiare una fine orribile. Ricordo il fastidio quando qualcosa ti colpiva mentre eri per aria e finivi in un fosso. E ricordo che, all’epoca, questo modo di costruire i giochi in maniera stronza, legnosa e punitiva ci sembrava normale. Oddio, non normale al cento per cento, alcune cose erano legnose e fastidiose punto e basta, anche per la mentalità di allora, ma c’era proprio questa forma mentis dell’accettarlo e tirare avanti.

E poi ricordo lei, la mietitrice implacabile.

Questa cosa l’ho già menzionata altrove e raccontata chissà in quanti podcast, ma insomma, non posso esimermi. Nel manuale di Castlevania per NES, il penultimo boss si chiamava “Mietitrice implacabile” e non c’erano disegni che ne mostrassero le fattezze. Ora, quel boss era la morte, nella tradizionale veste da scheletro incappucciato armato di falce, che usa per “mietere”, appunto, le anime della gente moribonda. È uno fra i boss storici della serie, che torna poi in tutti gli episodi o quasi. Io, all’epoca, conoscevo questa raffigurazione della morte? Penso di sì, in fondo l’horror mi piaceva fin da bambino e di fumetti/libri/film ne consumavo, ma vai a sapere.

Una cosa certa, però, è che leggendo il manuale non avevo tracciato il collegamento e, di fronte al nome “Mietitrice implacabile”, non avevo dubbio alcuno: mi aspettavo che il penultimo boss del gioco fosse una mietitrebbiatrice. Me lo immaginavo proprio, questo grosso trattore che sarebbe entrato dal lato destro dello schermo e avrei dovuto affrontare. Come avrei potuto affrontarlo? Che gli fai, con una frusta, a un trattore gigantesco che occupa mezzo schermo? Forse bisognava tirargli le bocce d’acqua santa per farlo arrugginire? Boh?

Fatto sta che a un certo punto arrivai a vederla, questa mietitrice implacabile, e quando la vidi apparire, mi sorse spontaneo un “Aaah, in quel senso!”. E seguirono risate con Amico.

Tra l’altro, quanto è bella la musichetta dei boss di Castlevania? E la musichetta che parte quando li sconfiggi? Sigh…

Non l’ho mai finito, Castlevania per NES. Ricordo chiaramente il livello di frustrazione assurdo: ero arrivato a conoscerlo a memoria, giungevo allo scontro finale con Dracula, ci provavo e riprovavo e poi lui mi deflagrava dopo la trasformazione. Game Over, prendi in [censura] e porta a casa. Bisognava ripartire da capo e rifarsi tutto il gioco. E insomma, certo, come il longplay là sopra ci dimostra, se sei una macchina, a quel boss finale di Castlevania ci arrivi in venti minuti, ma non è così semplice. Nei miei ricordi, quella sconfitta atroce arrivava dopo una sessione di gioco che pareva durare un’eternità. E ogni volta arrivavo in fondo e mi prendeva a calci sulle gengive.

Non so quante volte ho provato ad affrontare Dracula, potrebbero anche essere solo due o tre, in fondo il gioco mica ce l’avevo a casa. Ma nei miei ricordi accadde molte volte e, soprattutto, me la ricordo come una grande sconfitta dell’epoca, un’epoca in cui di roba veramente tosta (e oggi per me improponibile) ne finivo. Però, appunto, era roba che avevo a casa e su cui potevo sprecare ore e ore della mia giovinezza. Tra l’altro, decenni dopo avrei letto da qualche parte che la difficoltà era anche figlia del fatto che in Giappone il gioco era uscito su Famicom Disk System e permetteva quindi i salvataggi, con ripartenza dall’inizio dell’ultimo livello raggiunto, funzionalità poi scomparsa nella riedizione occidentale su cartuccia. E questo mi fece sentire un pochino meglio. O forse un pochino preso per il culo. Ci devo pensare.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ai quarant’anni di Castlevania, al ritorno della serie, ai castelli, ai vampiri, alla qualunque. Però la facciamo a ottobre, quindi per il momento niente link.

Settembre 2016: Un paio di giochi italiani e circa centottanta altre cose

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