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Mi piace Persona 5 perché mi piaceva andare a scuola

Mi piace Persona 5 perché mi piaceva andare a scuola

Oh, a me andare a scuola piaceva. Davvero!

Non sempre e non da subito, eh. Le elementari sono state un po’ una palla, andavo dalle suore, ero anch’io una palla per cui aspettavo che suonasse l’ultima campanella per tornare a casa a mangiare e diventare ancora più una palla. E le medie? Le medie credo siano state una merda per chiunque, nessuno è mai stato felice alle scuole medie, forse giusto i protobulli che cominciavano a sperimentare la loro arte menatoria, ma in generale i tredici anni sono un’età infame, di passaggio nell’accezione peggiore del termine. Chiunque abbia fatto le medie ricorda bene che ogni notte andava a dormire sognando che finissero le medie.

Anch’io andavo nella sezione F! Ah no.

Ma il liceo? Uh il liceo! Che ricordi. Lì sì che mi piaceva andare a scuola. Cinque anni trasformativi dei quali porto i segni ancora oggi, l’uscita dal guscio, il preside che mi convoca perché mi vestivo con camicie di flanella, borchie e spilloni e questo non concordava con la mia immagine di studente modello. Al liceo ero quello che veniva definito “un secchione”, e questo sicuramente mi ha aiutato a godermi quegli anni: mi piaceva imparare cose, mi piaceva tornare a casa il pomeriggio sapendo di aver appreso informazioni che la mattina ancora mi mancavano, e mi faceva godere prendere i votoni. Ma mi piaceva anche, soprattutto, tutto quello che ruotava attorno e appresso alle lezioni vere e proprie: le assemblee di istituto, l’elezione alla consulta regionale degli studenti, il giornalino scolastico del quale divenni direttore in quarta, occupare anzi okkupare, i carabinieri che ci sgomberano, discutere dell’occupazione di Gaza con il mio compagno sionista, pure l’autogestione che era la versione socialmente accettabile dell’occupazione, vedere la mia fidanzata, le ore di arte passate in luoghi bui insieme alla mia fidanzata invece che in classe, quante robe facevo al liceo che non c’entravano davvero con il fatto di essere al liceo!

Ogni tanto mi sogno ancora persino la maturità, mi è successo per esempio stanotte: mi chiedevo oniricamente come avrei fatto a passare lo scritto di matematica visto che non mi ricordavo come si risolvessero le equazioni, poi mi sono svegliato, mi sono ricordato di non doverlo più fare in vita mia e ho tirato un sospiro di sollievo, accarezzandomi la barba ormai bianca (al liceo non avevo la barba). Fino a un anno fa, quando ancora abitavo nella città che mi ha dato i natali, le pasque e i ferragosti, ogni volta che passavo davanti all’orrido complesso simil-sovietico che era la mia scuola superiore mi saliva la madeleine, financo un po’ di nostalgia dei panini crudo rucola e brie e degli intervalli in quelli che chiamavamo semplicemente “gli Spazi”. Che a pensarci ora è una roba super-liminale, no?

Insomma quel periodo mi è rimasto nel cuore e questa roba si riflette anche su quello che mi piace oggi. Perché Persona 5 è il mio JRPG preferito? Perché si va a scuola. Perché Buffy è la mia serie preferita? Perché andavano a scuola. Perché nonostante abbia passato i quaranta continuo ad amare i teen movie, gli slasher con gli adolescenti, perché ho mollato Fire Emblem: Three Kingdoms dopo il timeskip di metà gioco? La scuola, la scuola, la scuola. Anni fa mi sono persino appassionato a Harry Potter, e indovinate quali sono i capitoli che amo di meno?

Ma perché vi mettete a girare per il mondo in cerca di robe quando avete una scuola così tutta per voi?!

Che poi, non è tanto la scuola in sé, cioè il sedersi al banco e imparare: quello l’ho fatto anche all’università ma non ho ricordi altrettanto vividi di quel periodo. Credo fosse più una questione di neonata indipendenza e conquista di spazi di espressione anche non del tutto legittimi, che è poi il motivo per cui, di nuovo, Persona 5 è anche il mio gioco di andare a scuola preferito. Anche lì passi del tempo in classe ad ascoltare lezioni e svolgere esami, ma non è quello il cuore dell’esperienza: è scoprire la geografia dell’edificio e usarla a tuo vantaggio, è usare il tetto come luogo di riunione della cumpa, è sentirti, a torto o a ragione, padrone di un luogo che dovrebbe essere un tempio del sapere ma che in realtà nasconde molto altro; noi per esempio avevamo la Palestra dei Pompini, il retro dove si spacciava (mi dicevano eh, io ho ovviamente detto “no” alla droga quando avevo tre anni e non sono mai tornato indietro), l’aula inutilizzata per motivi mai chiariti nella quale ci riunivamo a discutere della linea editoriale del giornalino e a bere birrette. Quando ero in quarta, ricordo che scoprirono che metà del piano di sopra era da bonificare dall’amianto: spostarono l’intero liceo classico in un altro edificio dall’altra parte della strada, e io ero uno di quei privilegiati che potevano uscire dal cancello per andare a comunicare robe importantissime a questo o quel professore.

C’è poi un’altra faccenda che valeva per l’andare a scuola IRL e vale anche nei giochini dell’andare a scuola: una gestione del tempo calata dall’alto, che molti vivevano come una costrizione ma che a me serviva per avere un ordine mentale e non dover scegliere ogni secondo che cosa fare della mia giornata. Ero, e se oggi sono migliorato lo sono comunque solo in parte, un gran casinista, e avere la giornata scandita in ore, pause, momenti precisi e sempre uguali mi aiutava a tenere il controllo. Come in Persona 5, appunto: fosse per me, tutti i giochi avrebbero un calendario interno e la scelta di come riempire ogni giorno scegliendo tra diverse attività. Non è un gioco di andare a scuola, ma di recente ho giocato e amato Dungeons of Hinterberg anche perché ti costringe a organizzarti persino le vacanze e a decidere cosa fare in ogni segmento di giornata. È un regime di semilibertà, che proprio in quanto tale mi avvolge come una calda e rassicurante copertina che associo automaticamente a quei cinque anni.

Che bomba le scuole liminali.

Ho già scritto “liminale” sopra ma a ripensarci mentre scrivo questo pezzo non c’è dubbio che la scuola sia un non-luogo, il primo con il quale ci scontriamo nella nostra vita. La tua classe non è davvero la TUA classe, è UNA classe che ti viene temporaneamente assegnata; il tuo banco non è il tuo, la tua sedia non è la tua, anche i professori, agli occhi di un liceale almeno, non sono i TUOI professori ma entità che infestano l’edificio e si materializzano al suono di una campanella. Il giochino quindi era prendere questo non-luogo e farlo tuo, mascherarlo almeno temporaneamente da casa; era costruirsi una familiarità e anche un senso di possesso con un edificio pensato per essere di tutti ma che per qualche anno almeno era solo tuo e dei tuoi amici. I succitati Spazi erano di fatto un enorme salone pieno di colonne bianche e blu: una di quelle colonne era nostra, e quando suonava la campanella di fine lezioni mi dirigevo verso quel pezzo di cemento sapendo chi ci avrei trovato, sapendo che nessun altro si sarebbe sognato di rubarcelo. Che è poi quello che era la biblioteca del liceo di Sunnydale per Buffy e il resto della Scooby Gang (purtroppo la nostra biblioteca non era occupabile allo stesso modo, anche perché il bibliotecario non era un esperto di mostri e demoni ma la bidella Stella).

Non so come funzioni per le c.d. “giovini generazioni”, ma so che per molti miei coetanei il liceo è molto spesso una sorta di incubo nel quale nessuno vorrebbe ripiombare neanche sotto tortura. A me invece quella roba di andare a scuola piaceva proprio, mi faceva sentire vivo e “dentro” qualcosa più di ogni attività extrascolastica, che fossero gli allenamenti di basket o boh, qualsiasi cosa facessi a quell’età che ho ormai rimosso. E questo senso di conquista e controllo credo sia il motivo per cui ancora oggi mi piacciono le robe che c’entrano con l’andare a scuola: giochini, film, libri, serie TV, puzzle, parole crociate senza schema, quello che volete voi. Datemi un gioco di andare a scuola e tornerò sedicenne, con i baffetti appena accennati e le magliette con il sangue e i morti squartati; datemi un non-luogo di studio e cultura e lo trasformerò in casa mia. Datemi una leva e vi solleverò il mondo: quando mi dissero questa cosa a scuola non ci capii granché, ma il mio piccolo mondo lo sollevavo comunque, una giornata dopo l’altra, un’ora dopo l’altra, una campanella dopo l’altra.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ai dieci anni di Persona 5 e al rientro scolastico, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

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