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Persona 5 mi ha salvato la vita in Antartide, eppure lo ricordo poco

Persona 5 mi ha salvato la vita in Antartide, eppure lo ricordo poco

Penso sia un po' il segreto di Pulcinella che tanti, troppi, tutti (?) quelli che scrivono di videogiochi non lo fanno come lavoro o comunque ci affiancano altro per arrivare a fine mese e avere quanto basta per poter mettere un piatto decente in tavola. Nel mio caso, quando smetto i panni del giornalista non indosso, ahimè, quelli di Superman, ma mi armo di camice e sostanze varie per provare a fare un po' di scienza come chimico e ricercatore (almeno, quelle sarebbero le intenzioni, ma questa è una storia per un'altra occasione). Nella mia carriera ho avuto la fortuna di vivere un'esperienza decisamente straordinaria, nel senso letterale del termine di “fuori dall'ordinario”, perché ho partecipato a una spedizione scientifica in Antartide e ho vissuto nel continente più freddo del mondo per oltre un anno. Ho raccontato un po' della mia esperienza nella rubrica Open World, pubblicata su IGN Italia, mentre qui mi concentrerò su un episodio specifico riguardante la parte iniziale della mia avventura. Tranquilli, cercherò di farvela breve, mi rendo conto che sentir parlare dei fatti di uno sconosciuto possa risultare noioso.

Penso non tutti sappiano che c'è Antartide e Antartide. La maggior parte delle basi scientifiche sono ubicate sulla costa, a livello del mare, dove il clima è più "mite" e si respira aria pura; i problemi e i pericoli da tenere bene in mente sono comunque tanti, ma diciamo che l'ambiente odia un po' meno gli esseri umani. C’è poi un manipolo ristretto di stazioni sulla parte interna del continente, e una di queste è la Stazione italo-francese Concordia , la mia casa temporanea del 2023, situata a 3233 metri sul livello del mare. Parliamo di un importante osservatorio scientifico attivo tutto l'anno grazie agli invernanti, delle persone temerarie (e forse un po' pazze) che decidono di passare anche l'inverno antartico lì, quando le temperature scendono a -80°C; gli esseri umani più vicini alla zona sono gli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale quando passa da quelle parti e non si può tornare a casa neanche volendo, perché fa talmente freddo che non c’è fisicamente modo per i mezzi di trasporto di raggiungere la base.

Le inconfondibili due torri della Stazione Concordia sullo sfondo, e tutto intorno un mare di ghiaccio infinito (Luca Rago, © PNRA/IPEV).

Io sono stato proprio uno di quegli invernanti, anche un pizzico più folle di tanti miei colleghi perché, essendo originario dell’Italia meridionale, a stento avevo visto un po' di neve, figuriamoci quel tipo di ghiaccio lì. Uno dei lati negativi, non l'unico, di vivere a Concordia è la carenza di ossigeno; in montagna a volte si compensa con le bombole ma, dovendoci fare i conti a lungo, non è una soluzione praticabile. Il nostro corpo è però una macchina davvero incredibile, perché è capace di adattarsi anche a queste condizioni: il livello di saturazione nel sangue scende a poco sopra l’80%, aumenta la concentrazione di emoglobina per sopperire e si riesce a vivere; col fiatone perenne quando si salgono le scale o quando si fa uno sforzo ma, insomma, visto il contesto, è grasso che cola.

L'adattamento non è però immediato e tempi e sintomi variano da persona a persona. Io l'ho patito forse più di altri, sono stato maluccio il giorno dell'arrivo e poi, soprattutto durante il primo mese, mi capitava nemmeno troppo raramente di svegliarmi con un forte mal di testa; a volte me lo spiegavo con attività un pochino troppo intense svolte il giorno prima, altre con un pasto pesante, ma la verità è che non c'era una vera e propria ragione. Ci vuole tempo, e non è nemmeno detto che certi sintomi passino del tutto. Ecco, immaginatevi questo tizio - il sottoscritto - catapultato in una stazione remota, addestrato ed esaminato sia a livello fisico che psicologico sì, ma con la prospettiva di vivere un anno e più svegliandosi stando male e dovendo comunque fare il proprio dovere. Non era proprio allettante, come orizzonte, e solo la forza di volontà mi ha impedito di vacillare e gettare la spugna. Quella, e Persona 5 Royal.

Ho scoperto di avere una mente solida e difficile da scalfire, quando accompagnata dalla salute del fisico, ma capace di traballare se certe condizioni vengono meno: Mens sana in corpore sano, come dicevano gli antichi romani. In un ambiente chiuso come la Stazione Concordia non è che ci fosse la possibilità di svagarsi andando a farsi un giro; all’inizio non riuscivo nemmeno a passare del tempo in palestra come avrei poi fatto nei mesi successivi e, inevitabilmente, i pensieri negativi tornavano a fare capolino, specialmente la sera quando andavo a dormire. Che poi nemmeno il sonno portava ‘sto grande sollievo, vista anche la scarsa umidità in stile deserto che regalava un raffreddore perenne (mi rendo conto che sto descrivendo un inferno, ma vi assicuro che è stata una bella esperienza con tante cose positive).

Il kit di sopravvivenza antartico, il cassetto più prezioso della mia stanza.

L'unica cosa che è riuscita a distrarmi e farmi immergere in un altro mondo è stato Nintendo Switch con il santissimo port di Persona 5 Royal, pubblicato quasi al fotofinish nei giorni precedenti alla mia partenza, e che ho fatto in tempo a scaricare prima del blackout da internet obbligatorio in Antartide. Non sono certo il primo a tessere le lodi del capolavoro di Atlus ma non smetterò mai di ringraziarlo. Ci ho giocato praticamente in ogni momento libero, in quel periodo, accumulando oltre cento ore senza mai annoiarmi, rigorosamente in modalità facile perché non avevo una gran voglia di aggiungere difficoltà a quelle che già stavo vivendo, né volevo applicarmi per avere la meglio su boss e dungeon. Soprattutto, non mi andava di perdere tempo a liberare i Memento, per me forse unico tallone di Achille in un gioco in cui si fatica a trovare qualcosa che non vada.

Persona 5 è stato il gioco giusto al momento giusto, la sua routine così regolare e scandita mi ha aiutato a vivere meglio la mia, mentre la parte "social" con le lezioni a scuola, i minigiochi e i vari dialoghi mi ha fatto impazzire, e quasi avrei preferito se ci fosse stata solo quella. Mi ha fatto passeggiare tra quartieri e luoghi celebri di Tokyo sognando il giorno in cui lo avrei fatto in prima persona (ahimè, non è ancora arrivato, ma ci sto lavorando e spero succeda presto) e, soprattutto, mi ha permesso di scordare i miei mali. Insomma, giocando a Persona 5 Royal, il tempo è passato senza quasi che me ne accorgessi; l’ho iniziato a novembre e finito a Capodanno. Ben più di un mese dopo, quanto è bastato perché prendessi il ritmo, perché il mio corpo si facesse una ragione del fatto che non me ne sarei andato e l'abitudine creasse una comfort zone anche lì, in mezzo ai ghiacci.

Pochi giochi sanno catturare come Persona 5.

Dopo Persona 5 Royal non ne avevo ancora abbastanza, tant'è che ho insegnato come giocare a Magnate con le carte vere ad alcuni miei compagni di spedizione - a proposito, anche quello è una droga legalizzata - e avrei voluto subito passare a Persona 5 Strikers, se non fosse che è un seguito del titolo liscio, e non di Royal, con conseguente assenza di Yoshizawa - tra i miei personaggi preferiti - e piccole differenze a livello di trama dettate dagli epiloghi diversi. Non mi sembrava, insomma, un proseguimento del "mio" Persona 5.

E volete sapere la cosa più strana di tutta questa vicenda? A oggi, di Persona 5 Royal ricordo davvero poco! Come vi dicevo, a Concordia c'è scarsità di ossigeno e uno dei sintomi è che la memoria funziona leggermente peggio. Non parliamo di amnesie vere e proprie, ma può capitare di non rammentare tutti i dettagli di un film o, in questo caso, di un videogioco. Ma le sensazioni e le emozioni che ho provato giocandoci, e il contesto in cui ho indossato la maschera dei ladri fantasma con Joker e soci, quelle sì che sono indimenticabili.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ai dieci anni di Persona 5 e al rientro scolastico, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

Mi piace Persona 5 perché mi piaceva andare a scuola

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