Quando muore uno pelato
Giovedì sera eravamo in auto, stavamo tornando dalla pizzeria. A proposito, se passate da Levanto, in Liguria, La Picea è molto buona, e in particolare mi piace molto la pizza Gola, gli ingredienti sono spettacolari. Anche se devo dire che forse come impasto preferisco Peppe a Parigi. E consigliando una pizzeria ligure e una francese ho probabilmente perso metà dei lettori, quindi abbandoniamo la divagazione e passiamo al dunque. Dicevo: eravamo in auto, si chiacchierava, e per qualche motivo che francamente non ricordo siamo finiti a parlare di Patrick Stewart. Davvero, non ricordo quale fosse il punto, ricordo però che abbiamo spiegato a Figlia che aveva interpretato il ruolo di Jean-Luc Picard, capitano dell’Enterprise, un po’ come Kirk nello Star Trek che conosce lei (abbiamo guardato assieme il primo di J.J. Abrams).
Più tardi quella sera, mentre stavo aspettando che Figlia si addormentasse, è saltata fuori la notizia della morte di Stewart, e m’ha colpito come un cazzotto, volendo anche per la buffa coincidenza di averne chiacchierato un paio d’ore prima. Come mai succede che quando muore una persona famosa ti colpisce come un cazzotto? Vai a sapere. A volte, anche se è gente a cui sono affezionato, mi scivola addosso come una secchiata d’acqua. Gelida, magari, ma comunque scivola. Altre volte mi dispiace un po’ ma insomma. Altre volte ancora, invece, ci rimango proprio male male male. Mi commuovo, quasi. Come mai? Eh, beh, suppongo dipenda da tanti fattori, dall’affetto che per qualche motivo hai nei confronti di quella persona che non conosci e dai motivi per cui l’hai sviluppato.
Quando ero un bimbetto, Star Trek era una cosa che ogni tanto mi capitava di guardare in TV, con qualche difficoltà perché lo passavano in tarda serata. Ricordo che mi affascinava ma, forse, lo trovavo un po’ noioso. Eppure aveva un cast e un immaginario talmente iconici che, complici magari anche i film e le apparizioni dei personaggi in altre serie, mi ci sono nel tempo comunque affezionato un sacco. Ma l’amore vero è arrivato dopo. Da adolescente, mi trovai davanti Star Trek: The Next Generation e ci andai quasi subito in fissa, nonostante ricordi chiaramente che la prima stagione era un po’ debole. È la prima serie TV “adulta” che ho seguito davvero, mano nella mano con X-Files, ed è anche la prima che ho seguito assiduamente dall’inizio alla fine, contrariamente a X-Files che a un certo punto ho mandato a quel paese (per poi recuperare da adulto quella palla infinita delle ultime stagioni). A dirla tutta, mi sa che è la prima e ultima serie TV che ho seguito a quella maniera, con quell’assiduità, nell’epoca della televisione tradizionale.
Ricordo quella prima puntata con Q e l’accenno di Borg, l’affetto progressivo nei confronti di tutti i personaggi, lo scoprire mano a mano la complessità dell’universo che stavano esplorando, l’amore sempre più forte nei confronti di Picard. Ricordo quanto fu divertente quella volta che io e i miei amici ci sparammo in fila tutte le puntate coi Borg prima di andare a vedere al cinema Primo contatto e ricordo la bellezza incredibile dell’ultima puntata, il modo malinconico e caldo con cui Picard ci salutò sedendosi per la prima volta a giocare a carte con gli altri. Star Trek: The Next Generation è senza ombra di dubbio il mio Star Trek, è la serie che mi ha fatto innamorare non solo di quell’universo ma in fondo anche di un certo tipo di serialità televisiva. E Picard è il mio capitano.
Poi seguii qualche anno di Deep Space Nine e l’avvio di Voyager, ma li abbandonai perché in quel periodo, boh, forse mi ero stufato di seguire la roba in TV a quella maniera. Sarei ritornato sulle serie TV grazie ai DVD prima (ciao Buffy) e allo streaming poi, ma Star Trek, film a parte, non l’ho mai più seguito, principalmente perché sono uno psicopatico e non posso guardare, che ne so, Picard o Strange New Worlds senza prima aver recuperato le serie che mi sono perso per strada. Sigh.
E insomma, per me Patrick Stewart è soprattutto quella cosa lì, quel tizio in tutina rossonera che esplorava lo spazio, suonava, coltivava vino e seduceva donne in giro per la galassia, accompagnato dal suo adorabile numero uno, dall’androide irresistibile e da tutti gli altri. E sì, certo, era anche Charles Xavier: perfetto per il ruolo, ovviamente sul piano estetico ma anche per il senso di calore umano e rigore morale che si portava dietro. E sì, certo: è stato un attore dalla carriera cinematografica e teatrale infinita, piena di successi e riconoscimenti. E sì, certo: qualche anno fa è stato un nazista cattivissimo e di recente ha doppiato un pecora in un film delizioso. Ma per me è e sarà sempre Jean-Luc Picard, non ci posso fare nulla.
E quindi? Perché la sua morte mi ha commosso? Mah, da un lato credo che sia una testimonianza del potere della serialità, del fatto che l’arma più forte a disposizione di una serie TV (o anche di libri, fumetti, che ne so) siano i personaggi, le relazioni fra di loro, la crescita a cui vanno incontro e il modo in cui ti fanno affezionare e desiderare di passarci del tempo assieme. Dall’altro, forse, testimonia anche la forza positiva che, tutto sommato, Internet riesce ancora ad avere. Perché senza Internet non avrei avuto tante occasioni di vedere sue interviste e apparizioni televisive in cui s’è fatto adorare anche come persona, per il suo spirito, il suo umorismo, le sue posizioni politiche. Perché senza Internet non avrei visto questo matto che durante la pandemia interpretava online i sonetti di Shakespeare per i suoi follower. E perché senza Internet non avrei visto la valanga di cordoglio e affetto che è esplosa da ogni direzione alla notizia della sua morte, con in particolare Marina “Deanna Troi” Sirtis veramente straziante nel ricordare, a distanza di qualche giorno, Walter Koenig e lui.
Poi, certo, sono anche consapevole che quella di conoscerlo è una strana illusione data dalla sua presenza pubblica e non ho davvero idea di che persona fosse. Ma in qualche modo gli volevo bene e mi dispiace davvero che non ci sia più. Tra l’altro, appunto, relativamente pochi giorni prima è morto Walter Koenig, il Chekov dello Star Trek originale, del cui equipaggio rimangono in vita solo Kirk e Sulu. Una morte fastidiosa anche perché in qualche modo fa tornare in mente quella di Anton Yelchin, il giovane Chekov dello Star Trek di Abrams. E insomma, è normale, è tutta gente di una certa età (a parte Yelchin, s’intende), ma spiace lo stesso. E mi fa pensare al fatto che nel settore dei videogiochi i veterani di una certa età sono ancora tutto sommato relativamente pochi, e infatti non ci sono state moltissime morti di alto profilo. Ma ce ne sono state, ce ne saranno sempre di più, e mi toccheranno sempre di più, come per esempio mi ha toccato un sacco quella di Archer MacLean. Ma del resto, oh, vado per i cinquanta, è normale che gli idoli con cui sono cresciuto stiano cadendo uno dopo l’altro. Sigh
Vabbuò, comunque questo mese dedichiamo la Cover Story a The Legend of Zelda e al piacere dell’esplorazione. Uno dei due Outcast Popcorn “retro”, però, sarà dedicato proprio a Patrick Stewart, con Star Trek: Primo contatto. Quando è uscita la notizia eravamo ancora incastrati nel decidere il film per novembre e, insomma, questa cosa ha un po’ spostato gli equilibri. Ho pure proposto un sondaggio nel gruppo su Facebook e l’esito è stato chiaro. Make it so.
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