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Nosferatu e il dramma delle copertine anonime

Nosferatu e il dramma delle copertine anonime

Quante volte vi è capitato di comprare un gioco perché attratti dalla sua copertina? Nell’era dei 16 bit mi è capitato spesso, con esiti altalenanti. Tutti noi anziani cresciuti a pane e videogiochi abbiamo acquistato almeno una volta un gioco basandoci sull’illustrazione di copertina e sulle poche immagini sul retro della confezione. All’epoca, in fin dei conti, non potevamo sfilare dalla tasca il cellulare per controllare al volo eventuali recensioni, video e opinioni sul titolo sconosciuto in cui ci imbattevamo, quindi il salto della fede era l’unica opzione.

In un periodo in cui si compravano pochi giochi l’anno (le risorse economiche dei ragazzini erano limitate), ogni acquisto doveva essere valutato con cura, studiando le riviste e confrontandosi con gli amici dai gusti simili ai nostri. Cosa succedeva, però, quando ci si imbatteva in un gioco mai visto sulle riviste e che nessun amico aveva già provato/acquistato? In un’epoca in cui la pirateria era una rarità (a differenza di quando giocavo su Amiga 500, ai tempi del Super Nintendo nel mio giro nessuno aveva il leggendario “copiatore” che trasferiva su disco le cartucce originali), in cui la diffusione dei giochi importati era limitata a una manciata di negozi, a volte capitava di trovarsi di fronte a titoli misteriosi di cui magari era disponibile una sola copia.

In piena frenesia da SEGA Saturn, secondo voi potevo lasciarmi incuriosire da un’immagine simile? Da un Prince of Persia con Michael J. Fox?

In quei casi, l’approccio era più o meno sempre lo stesso: si guardava la copertina, si studiavano con attenzione le immagini sul retro, cercando di captare qualsiasi indizio sulle possibili qualità del gioco e, ovviamente, si chiedevano informazioni agli amici e ai gestori del negozio. Il passo successivo era strettamente legato al coraggio e all’intraprendenza di chi doveva tirar fuori i soldi, in un precario equilibrio tra la paura di non trovare più quel titolo al negozio, e quella di sprecare il budget a disposizione per l’acquisto dei videogiochi nei mesi a seguire. Il mio primo incontro con Nosferatu andò esattamente in questo modo. All’epoca ero già proiettato verso il SEGA Saturn e il mio interesse per i titoli del Super Nintendo era calato drasticamente. Nonostante questo, però, durante le visite al negozio di fiducia studiavo ancora con piacere la parete dedicata alla console che per anni aveva nutrito con amore la mia passione per i videogiochi.

Dovete sapere che il mio rapporto con i vampiri non è mai stato idilliaco e sono davvero poche le opere sui leggendari “succhiasangue” ad aver fatto breccia nel mio cuore di pietra. All’epoca avevo giocato a diversi capitoli di Castlevania ed ero pieno d’amore per Darkstalkers: The Night Warriors (di cui ignoravo regolarmente il povero protagonista, Demitri Maximoff). Avevo anche fatto qualche partita al GDR Vampire: The Masquerade, preferendogli comunque Il richiamo di Cthulhu in quanto ad atmosfere horror. Quando presi in mano la scatola della versione americana di Nosferatu, venni respinto quasi subito dalla noiosissima copertina, tanto che nemmeno la descrizione sul retro, che citava un sistema di combattimento profondo e ricco di mosse, riuscì a farmi salire la scimmia per l’acquisto. Anche se dagli screenshot dimostrativi emergevano forti similitudini con Prince of Persia e Flashback (due giochi che adoravo), alla fine rimisi la scatola sullo scaffale, orientandomi su altro per l’acquisto di quel giorno.

Ecco la responsabile di tutto. La copertina anonima che, nel momento fatidico, mi convinse ad abbandonare Nosferatu sullo scaffale de L’arcobaleno, il mio negozio di fiducia dell’epoca.

Anni dopo, ormai adulto e con una fame incontenibile per il retrogaming, grazie a un pratico emulatore ho caricato Nosferatu senza sapere cosa aspettarmi, rimanendo folgorato da ogni singolo elemento del gioco. Il primo impatto mi ha riportato subito alla mente Prince of Persia, in parte per le segrete iniziali ricche di trappole, ma anche per le fluidissime animazioni in rotoscoping. A farmi esplodere il cervello, però, è stato il sistema di combattimento profondo e stratificato. L’anonimo protagonista alla ricerca della propria amata era infatti un picchiatore brutale, capace di eseguire un gran numero di tecniche, tra pugni, calci, ginocchiate, spallate e calci volanti.

Per anni avevo esercitato con regolarità della violenza virtuale ai danni di licantropi, succubi, mostri di Frankenstein, mummie e vampiri (sempre grazie alla già citata saga di Darkstalkers), ma per la prima volta lo facevo vestendo i panni di un comune mortale (no, i cacciatori di demoni di Capcom e Konami non contano), sfidando il soprannaturale con la sola forza delle nocche e della pazienza per padroneggiare un sistema di controllo abbastanza macchinoso.

Il repertorio di tecniche con cui Kyle, l’anonimo protagonista, può pestare gli orrori al servizio del vampiro Nosferatu è davvero notevole.

Senza l’ostacolo di una copertina sgradevole, io e Nosferatu avremmo potuto avere una lunghissima storia d’amore reciproco, ma la vita ha voluto che ci incontrassimo in condizioni avverse, facendoci perdere chissà quanti ricordi memorabili. Come mi era già accaduto in altre occasioni, dopo essermi innamorato di un vecchio titolo a cui non avevo avuto modo di giocare al tempo della sua uscita, ho accarezzato l’idea di recuperare la copia fisica di Nosferatu, per aggiungerla alla selezione di giochi che custodisco gelosamente a casa e che carico ciclicamente sul fido Super NES NTSC.

Mi è bastato fare un salto su eBay, però, per accrescere ulteriormente l’amarezza di un’occasione persa a causa di un’illustrazione dimenticabile. Provate a cercare in giro una copia americana di Nosferatu, anche “mangiata dai cani”. La follia del prezzo vi sorprenderà.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ai quarant’anni di Castlevania, al ritorno della serie, ai castelli, ai vampiri, alla qualunque, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

Perché un castello?

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