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I castelli videoludici della mia infanzia

I castelli videoludici della mia infanzia

La Cover Story di questo mese mi ha ricordato che fra me e Castlevania non è mai scattata la scintilla.

Non che non ci abbia provato a farmi piacere la serie targata Konami, semplicemente l’amore non è mai sbocciato, nonostante il contesto vampiresco abbia sempre esercitato su di me un certo fascino.

Giocai al primissimo Castlevania durante gli anni delle medie, a casa di un compagno di scuola, con cui studiavo per aiutarlo a superare i compiti in classe di francese, materia in cui lui zoppicava un po'. Dopo aver studiato, ci piazzavamo in salotto, dove accendeva il caro e vecchio NES, con la cartuccia di Castlevania inserita. Lui ci giocava quasi ad occhi chiusi, ma non riusciva comunque mai a superare la prima metà del gioco. Io morivo regolarmente dopo il primo schema, e dopo un po' ci ho rinunciato, lo trovavo semplicemente troppo frustrante. Non ho più avuto a che fare con la serie per molti anni, anche se ogni tanto avevo tentato un timido riavvicinamento. Durante l’epoca d’oro PlayStation, ho accarezzato un paio di volte l’idea di buttarmi su quel Symphony of the Night che tutte le riviste del settore avevano magnificato in fase di recensione. Ma il timore di investire i miei sudati risparmi in un gioco che potesse non piacermi era troppo alto per rischiare. Durante la generazione PS3 mi stavo praticamente dirigendo alla cassa del negozio con in mano una copia di Castlevania: Lords of Shadow, convinto soprattutto dal fatto che fosse un moderno action adventure tridimensionale, ma all’ultimo optai per un altro titolo. L’unico Castlevania ad entrare ufficialmente nella mia collezione fu Portrait of Ruin per Nintendo DS, ma non l’ho mai portato a termine. E anche provando i vecchi titoli in 2D sotto emulazione, non c’è mai stato verso di farmeli piacere.

Tuttavia, nella mia infanzia ho visitato diversi castelli videoludici, e ognuno di loro mi è rimasto nel cuore.

Certi ricordi sono indelebili nella mia mente, nonostante siano passati moltissimi anni. In quel periodo passavo la maggior parte dei pomeriggi dai miei nonni paterni, e, dopo aver fatto i compiti, mi trasferivo regolarmente nell’appartamento di fronte a quello dei miei nonni, dove abitava il mio caro amico Andrea, di un paio di anni più piccolo. Dopo aver guardato le Tartarughe Ninja e I Cavalieri dello Zodiaco, ci immergevamo in mondi videoludici dai quali ci facevamo inghiottire completamente. D’altronde, tutto in quegli anni sembrava magico e incredibile.

Black Tiger ci metteva nei panni di un temerario eroe armato di mazzafrusto, chiamato a sconfiggere tre temibili draghi che portano terrore e distruzione sulla Terra. Un classico arcade hack’n’slash a scorrimento multidirezionale dell’epoca. Giungle, rovine, sotterranei e sì, anche castelli. Gli scenari erano quelli tipici dell’universo dark fantasy, e il nostro eroe si muoveva su e giù brandendo la sua arma contro i nemici più disparati, come orchi, serpenti, demoni e mummie. Il ritmo era intenso e frenetico, e fra un nemico e l’altro era possibile liberare degli anziani pietrificati che in cambio ci donavano degli Zenny, valuta che ci permetteva di acquistare dei potenziamenti. Non mancavano trappole e pericoli vari come dei massi rotolanti, che potevano portare rapidamente al Game Over.

Durante la partita la tensione era palpabile, e bastava un salto sbagliato o un nemico non visto per gettare tutto alle ortiche. Mentre uno di noi giocava, l’altro faceva il tifo perché si andasse il più avanti possibile nel gioco, anche se speravamo segretamente nel Game Over per poter finalmente accedere al nostro turno.

Ogni volta che il personaggio otteneva un potenziamento, ci gasavamo perché ci sembrava di diventare sempre più forti in attesa del boss di fine livello. Oltre ai tre draghi, ci aspettavano gargoyle e guerrieri dalle fattezze simili a rettili, pronti a farci la festa.

Il quasi omonimo Blackthorne ci vede invece nei panni di Kyle Black Thorne, che deve riconquistare il pianeta Tuul, di cui era sovrano, dal malvagio usurpatore Tarlac, guidando il suo popolo verso la ribellione.

A differenza di Black Tiger, Blackthorne è un titolo molto più simile al leggendario (e da me adorato) Prince of Persia, infatti il protagonista si muove attraverso livelli intricati e irti di insidie, con enigmi da risolvere, e trovare il modo di uscire da ogni singolo livello non è propriamente un gioco da ragazzi, anche se Kyle può contare sull’aiuto degli schiavi Androthi, che possono fornirgli utili informazioni per risolvere i vari rompicapi.

Nonostante il gioco richiedesse lucidità mentale e prontezza di riflessi, non mancava anche una sana dose d’azione, con il protagonista dotato di uno shotgun, potenziabile durante il gioco, per eliminare i nemici, e granate di vario tipo.

In Blackthorne l’atmosfera era cupa e violenta, quasi da film di fantascienza degli anni novanta. Se in Black Tiger bisognava essere rapidi e con i nervi saldi, Blackthorne ti spingeva a ragionare su cosa fare e come agire: Il mondo di gioco era fatto di corridoi rocciosi, grotte buie, celle, passaggi nascosti e fortezze nelle quali il pericolo era dietro l’angolo. Una guardia pattugliava il corridoio. Un nemico ci aspettava dietro una parete. Una porta sembrava inaccessibile, eppure da qualche parte doveva esserci un interruttore, una chiave o un passaggio che non avevamo ancora individuato. Dovevamo avere pazienza e muoverci al momento giusto.

Il castello di Blackthorne era oscuro, insidioso e primitivo. Una fortezza scavata nella roccia, un labirinto di prigioni e corridoi che sembrava senza fine, un luogo claustrofobico da cui speravi solo di uscire il prima possibile. Ogni volta che si entrava in una stanza, speravamo sempre di essere arrivati alla fine e allo scontro con Tarlac.

Ecco perché amo tanto i vecchi titoli di una volta: non erano solo giochi, non era solo un divertimento da condividere con un amico in uno dei tanti pomeriggi dai nonni. Ci spingevano a migliorare i riflessi, a usare il cervello, non eravamo semplici spettatori, eravamo noi i protagonisti.

L’ultimo ricordo che ho è legato ad Alex Kidd in the Enchanted Castle.

Devo dire che, ogni volta che riprendo in mano uno dei vecchi titoli della serie, mi spiace che il buon vecchio Alex sia stato dimenticato, in fondo cercava solo di competere con Super Mario, nonostante l’idraulico italiano fosse di gran lunga superiore, non tanto come personaggio ma come titolo in sé.

Comunque, Alex Kidd in the Enchanted Castle era un gioco completamente diverso dai due citati prima. Veniamo catapultati in livelli coloratissimi, quasi come fosse un cartone animato. Niente grotte oscure o livelli cervellotici dal sapore fantascientifico. E niente eroi nerboruti e dal grilletto facile, ma solo un giovane ragazzo pienotto e dal viso rotondo, determinato a trovare suo padre, che correva e saltava fra i vari livelli.

Nonostante il suo aspetto infantile, il titolo era bello tosto e impegnativo, ma mai frustrante, come i cari bei vecchi platform di una volta. E, quando si finiva il livello con il duello a morra cinese, non poteva che scapparci una risata. Una cosa così fuori dall’ordinario che poteva essere solo giapponese.

C'era anche una differenza sottile rispetto a Blackthorne. In quel gioco il castello era una prigione, un luogo di oppressione dal quale bisognava liberarsi. In Alex Kidd, invece, il regno incantato aveva qualcosa di fiabesco, quasi infantile nel senso più bello del termine.

Come si usa dire di questi tempi, “eravamo felici e non lo sapevamo”.

Forse è questo che rendeva quei pomeriggi così speciali. Non importava se il mondo sullo schermo fosse cupo o colorato, tenebroso o fiabesco. Ogni gioco ci offriva qualcosa di diverso, ma la voglia di vivere un’avventura digitale era la stessa.

In Black Tiger eravamo guerrieri che sfidavano le insidie di un mondo che sembrava quasi dimenticato.

In Blackthorne eravamo esploratori di fortezze oscure, costretti a ragionare e a muoverci nell'ombra.

In Alex Kidd in the Enchanted Castle eravamo gli eroi di una fiaba, fatta di salti difficile e nemici bizzarri.

E poi, arriva inevitabilmente il giorno in cui la magia finisce.

Dopo la scomparsa prematura del mio povero nonno paterno, mia nonna venne a vivere con noi e quel mio amico d’infanzia non lo vidi più, tranne una volta, incontrato quasi per caso in un supermercato. Io mi stavo preparando ad affrontare gli esami di maturità, che per lui era ancora lontana. Sembrava passata una vita.

Proprio vero. Eravamo felici e non lo sapevamo.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ai quarant’anni di Castlevania, al ritorno della serie, ai castelli, ai vampiri, alla qualunque, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

Castlevania: Belmont's Curse o meglio, Belmont's NEW Course

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