Blasphemous è il miglior non-Castlevania possibile
In un panorama videoludico dove Castlevania è mancato per dodici anni (per chi non è molto affezionato dell’ultimo periodo a cura di MercurySteam, si potrebbe dire anche diciotto, fin da quando uscì Order of Ecclesia su Nintendo DS) bisognerebbe fare un monumento a The Game Kitchen per i due Blasphemous. Laddove Castlevania partiva sempre dall’orrore stokeriano, europeo, cristiano, fra Transilvania, vampiri, diavoli e castelli infestati da esorcizzare a colpi di frusta e acqua santa come moderni Van Helsing, per poi deviare, mescolando quelle suggestioni alla genuina follia nipponica, ritrovandosi davanti a dei pot-pourrì decisamente fantasiosi seppur coerenti e quasi sempre piacevoli da esplorare, il team spagnolo decise di raccogliere il tema gotico in modo decisamente più filologico, per colmare un’assenza pesantissima.
La capacità di Blasphemous di unire sacro e profano è quasi inarrivabile, dando vita a scene del genere, dove pose eteree si mescolano a immagini disturbanti.
Blasphemous è come una Bibbia appositamente reinterpretata, tagliata e cucita per essere pervertita agli scopi ludo-narrativi degli sviluppatori, cogliendone tutti gli aspetti più orrorifici e deviati, osceni, spogliandola della sua sacralità e trasportandola pixel per pixel in una Spagna colpita da piaghe e mostruose aberrazioni del culto, restituendo un’immagine assolutamente inedita, affascinante e perturbante del cattolicesimo. Laddove Castlevania usava la sua mitologia come contesto e cornice estetica, in Blasphemous la mitologia diventa essa stessa il gioco, permeando tutto, dal bestiario ai menù fino alle meravigliose ambientazioni, passando per l’equipaggiamento, i save-point, i collezionabili e le boss fight. Si gioca con la stessa agilità della serie Konami e a livello di game design (sottratto della componente statistica da RPG) è chiaro che l’ispirazione arrivi da quelle parti ma il senso di oppressione, che più di una volta prende le forme di sincero disgusto, lo rende estremamente più respingente e meno leggero da giocare.
Stigmate, piaghe, abiti, tutto richiama a suggestioni che, in qualche modo, sono parte del nostro immaginario spirituale, che siamo credenti o meno, fin da bambini.
Diventa, in un certo senso, la simulazione di Castlevania, che invece ha da sempre un animo molto più arcade e giocoso, sotto la scorza da horror epico che lo avvolge come un mantello avvolge un’eroe. Il modo elegantissimo e brutale in cui l’opera riesce a mettere in scena supplizi, martìri (e martiri), devozione estrema e, ça va sans dire, blasfemia, è dantesco, repulsivo e non meno di macabra bellezza. È quel tipo di orrore da cui è difficile distogliere lo sguardo, spinti a osservarlo e indagarlo sempre più da vicino, affondando le mani nel sangue, viscoso e caldo. La fede cieca in cui questo mondo è immerso è perturbante; tutto è sacro e anche il rituale più rivoltante è volto a soddisfare, invocare, onorare il divino. Il pellegrinaggio nel quale accompagneremo il protagonista è una Via Crucis perversa, che ha l’obiettivo di impedire alla divinità di scendere sulla Terra, laddove ciò che la gente chiama miracolo è ora una mutazione, una mostruosità o un castigo. Se nel cattolicesimo assurgere al divino è l’aspirazione ultima del credente, in Blasphemous il più grande atto di fede che ci viene chiesto è di respingerlo, passando attraverso la masochistica sofferenza del gameplay, tanto infame quanto godurioso.
Reminiscenze souls-like, ultra-violenza da God of War della prima ora e una sensazione di pericolo costante, che non permette mai di abbassare la guardia
Un rituale di esplorazione e combattimento scritto nel sacro canone del metroidvania, non dimenticando certi elementi esplorativi e puzzle ambientali che tradiscono il passato di The Game Kitchen, che debuttò con la splendida avventura punta-e-clicca The Last Door, altro gioiellino dell’orrore. E quegli ambienti sembra di respirarli, grazie a una pixel art viva, tra le migliori di sempre a mio gusto, che alterna imponenti architetture gotiche a città fantasma, monasteri montani e cattedrali maestose, con un impatto visivo che pare uscito da certi dipinti di Goya e da mille altri che nei secoli hanno deciso di dare forma visiva a temi biblici, pieni di dettagli enigmatici da osservare, cogliere, interpretare, dove i cieli sembrano trattenere il fiato in eterni tramonti, in attesa del giudizio divino. In generale tutta l’iconografia cattolica, i santi, le reliquie e i luoghi di culto sono stati studiati per essere reinterpretati e trarne un credibile e ricchissimo contesto ludo-narrativo che, dopo averlo vissuto, cambierà ogni visita in una chiesa che capiterà di fare. Dopo aver giocato a Blasphemous, osservare dipinti, oggetti, ascoltare o leggere storie di luoghi e persone legati alla cristianità in giro per il mondo, farà emergere suggestioni nuove, portando a dare particolare risalto all’aspetto violento, sovrannaturale e inquietante della religione.
Soprattutto durante le boss fight, Blasphemous osa nella rappresentazione di santi e divinità, profanandole con un gusto e una visione artistica uniche.
L’opera si rifà proprio a questi aspetti, rendendoli predominanti; il sangue che si tramuta in vino, la fine atroce di certi Santi, i roghi, le resurrezioni, piaghe e afflizioni diventano qui le uniche manifestazioni di Dio e questo spinge a ossessionarsi su quale tipo di Dio domini queste infami terre. Gli sviluppatori sono bravissimi a giocare su questo aspetto, lasciando certi dettagli della narrazione ammantati in una coltre di mistero lovecraftiana, attraverso la quale si ha la sensazione sia meglio non sbirciare per il timore di quello che si potrebbe vedere, facendoci impazzire. Una di quelle atmosfere capaci di ossessionare, talmente magnetiche che per me è impossibile non tornarci periodicamente per lasciarmi tormentare e deliziare dalle sue blasfemie, compiendo ancora una volta in maniera ortodossa i doveri del Penitente, come una festa che ciclicamente va celebrata, mondando la mia anima attraverso il sangue e la violenza, nei secoli dei secoli.
Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ai quarant’anni di Castlevania, al ritorno della serie, ai castelli, ai vampiri, alla qualunque, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.




