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Bubble Bobble e la mia fiamma dei tredici anni

Bubble Bobble e la mia fiamma dei tredici anni

Cara mia fiamma dei tredici anni, mi hanno chiesto di scrivere un pezzo per i quarant’anni di Bubble Bobble. Immediatamente ti sei palesata nei miei pensieri. Credimi, ne farei anche a meno, è quasi quarant’anni che ti scomodo summonandoti a ogni pie’ sospinto. Sarai anche stufa, un po’ come Liverpool ogni volta che qualcuno parla dei Beatles per più di un paragrafo. E quarant’anni significano cose molto diverse: per Bubble Bobble non significano nulla, immortale per volere divino; per me o per te, meri mortali, significano che non abbiamo più tredici anni; per i ricordi… chissà, proviamoci.

Per vivere questa connessione in maniera molto diretta sono venuto al mare proprio dove ti ho conosciuta, nel porticciolo di Grignano, vicino a Trieste. Non è qui che giocavamo a Bubble Bobble. Come ovviamente sai, qui giocavamo a Bomb Jack perché lo stabilimento balneare aveva dei giochi superati, con i tubi catodici consumati dalla salsedine e dalla luce abbacinante dell’estate del 1987. Ho già scritto altrove di come il 20 settembre 1987 sia stato il giorno più felice della mia vita fino a quel momento. L’ho scritto il 20 settembre 2022, e oggi è il 20 settembre 2026. Liberato col suo 9 maggio mi fa una pippa. Sono seduto su uno scoglio e parlo dentro uno smartphone usando un software voice-to-text sorprendentemente valido consigliatomi da un amico intrippato di produttività personale. Che - me ne rendo conto solo adesso - era pure lui allo stabilimento balneare in quel torrido 1987. 

Lo stabilimento dell’amore.

Il punto è che dopo il giorno più felice della mia vita, cara mia fiamma dei tredici anni, io sprofondai in un abisso. Dopo quell’estate cambiasti scuola e quartiere, spostandoti dall’altro lato della città. Un plot twist drammatico e potente che estetizzai immediatamente: se il Fato aveva così deciso, potevo forse io combattere? Potevo io compiere sforzi erculei quali, chessò, chiederti il tuo nuovo numero di telefono? Prendere un autobus, venire fuori dalla tua nuova scuola, stalkerarti fino a casa per scoprire dove abitavi? Chiedere a amici comuni il tuo nuovo indirizzo? 

No. 

Il Fato aveva deciso. Non ci saremmo più visti. C’era un tale godimento nell’essere diventato così a sorpresa il protagonista di una tragedia greca che pensai bene di crogiolarmici dentro, dimenticando appunto che si presume ci sia un protagonista, uno che fa qualcosa, uno che reagisce. Fosse anche per poi essere punito dagli dèi per la sua tracotanza. Ci sta. Ma no. Io ora avevo carburante depressivo infinito per creare fumetti, scrivere fanfiction impossibili di me e te, imparare a suonare il pianoforte a orecchio solo per sperare poi di incontrarti e farti vedere quanto ero diventato bravo. Tredici anni, che età impossibile. 

Settembre, ottobre, novembre neri. Neri di pece. Neri di dolore. Piangevo per strada camminando. Le cassettine del Commodore 64 non erano più così eccitanti. L’unica cosa che mi teneva a galla era Ken il guerriero, questo nuovo cartone su Euro TV. E i coin-op, quelli sì: battevo tutti i bar della città, spingendomi lontanissimo da casa per essere sicuro di conoscerli tutti, non sia mai che su Zzap! o Videogiochi News parlassero di un arcade che poi restava per me ignoto.

Entrambe le riviste avevano parlato già nei primi mesi del 1987 di questo fantomatico Bubble Bobble che sembrava possedere tutte le virtù più nobili e affini al mio ludopensiero. Tuttavia, nonostante i miei tentativi di rintracciare il cabinato nei bar della città, niente: per praticamente tutto l’87 non fui in grado di metterci le mani sopra. Sapevo che sicuramente c’era in una delle sale giochi triestine, ma non avendo ancora quattordici anni non potevo accedervi (nei bar erano più laschi, ma in sala giochi era un momento teso anche per via della questione spaccio e, insomma, signora mia non lascerà mica che suo figlio vada in sala giochi).

“Allora un giorno avrò una sala giochi tutta mia!”.

Altrettanto pericoloso era il bar Santos, dove Bubble Bobble c’era già a inizio estate, ma lì era veramente una situazione adult oriented che solo per tagliare la coltre di fumo di sigaretta ci voleva uno sguardo vero metallaro, non improvvisato. E io intanto come un mona a giocare a Arkanoid in un altro bar del centro. Manco mi piaceva, Arkanoid! Ma quel bar del centro, il bar Russian, era proprio di fronte al negozio la cui proprietaria era tua madre, cara la mia fiamma dei tredici anni. E io, nei miei infiniti filmini mentali, ero convintissimo che prima o poi saresti entrata, ti avrei rivista, ci saremmo fidanzati e avremmo vissuto felici e contenti dentro il bar Russian per sempre giocando ad Arkanoid. Ecco no, appunto, Arkanoid no, please. Che palle quando trovavi in metà dei bar lo stesso gioco, quello col miglior rapporto costo della scheda/gettoni bruciati dai giocatori. 

E Arkanoid muto.

E come sempre: quando meno te l’aspetti, proprio una bomba. Nel culmine della depressione o chiamalacometipare, nel novembre 1987, ecco che al Bar Russian sparisce Arkanoid e appare lui. Esso. Bubble Bobble. O meglio: Bobble Bobble, la versione piratissima che era presente lungo la penisola in una ratio 100:1 rispetto all’originale.  L’aspetto più evidente di Bubble Bobble fu fin da subito la sua raffinatezza. Apparentemente leggero come bolle di sapone. Dichiaratamente etereo. Round che duravano meno di un minuto in molti casi. Veloce come nessun platform a schermata singola prima, eppure gestibile, un immane caos controllato, un gioco geometrico tra granitiche piattaforme rigorosamente in relazione ortogonale e bolle fragili, cangianti, fluttuanti. Gridava amore per Namco, ma superava i giochi contemporanei di Namco in molti modi. Toypop, sempre del 1986, era sicuramente carino e giocabile, ma non c’era questo fortissimo contrasto tra l’apollineo dei livelli cartesiani e il dionisiaco sbattacchiare di bolle e nemici scaraventati qua e là. 

La raffinatezza che più rendeva gli avventori del bar accaniti era anche quella legata alla profondità che il gioco faceva annusare, per poi esplicitamente promettere e infine mantenere. Un vero finale se si gioca in due. Che si rivela non essere il vero finale: ecco, tieni questo codice, mettilo nello schermo dei titoli prima di inserire il gettone. Sempre che tu capisca a cosa corrisponde ogni simbolo del codice. Ah, già, e ci sono quei livelli segreti raggiungibili senza morire mai per venti, trenta, quaranta livelli, con lo stesso alfabeto di simboli. Che vorrà dire? Ecco, decodifichiamo l’alfabeto… ci sono dei messaggi misteriosi non solo per come sono cifrati, ma anche per quello che cercano di comunicare… E questo fomento accadeva in un bar. Tra i tavolini coi vecchi che fumano. Con un assortimento di giovinastri che pareva di essere nel “diario del Paninaro”, col secchione, il metallaro minaccioso ma in realtà amichevole dopo il primo impatto, la tipa del metallaro da principio muta ma poi scopre che è una divoratrice di libri e le piace un sacco Jorge Amado, il bambinetto gufante e il quarantenne che aspetta il suo turno senza proferire parola, ma poi performa impeccabilmente. 

Sulla sinistra, il cinquantenne che aspetta il suo turno senza proferire parola, ma poi performa impeccabilmente.

A volte i due, tre cabinati del bar Russian erano come cabine telefoniche parallele, ognuno col suo viaggio, ognuno diverso, ognuno in fondo perso dentro i giuochi suoi. Ma a volte partiva questa improbabile hive mind e dio quant’era bello sentire questa strana fratellanza tra sconosciuti, agli occhi di un tredicenne sembrava davvero ci fosse speranza per l’umanità, e che tutte le guerre sarebbero finite, e che John Lennon redivivo avrebbe separato i puri dagli empi e che in realtà, a ben guardare, davanti a Bubble Bobble eravamo tutti puri. Tutti bambini. 

E bambine.

Perché il 2 dicembre 1987 infine entrasti tu, cara mia fiamma dei tredici anni.

Non riuscii a favellare. Niente. Non direttamente. Ma coi cabinati arcade parli indirettamente, di sponda, commentando sul gioco. Confini sicuri. Così sicuri da non spingermi nemmeno a un piccolo azzardo, ad uno sguardo. Bastava la tua voce, segno della tua presenza. A meno che non fossi impazzito, come quella volta che ti vidi entrare dalla porta della palestra della scuola che ormai non frequentavi più. Era la madre di un mio compagno di classe. La scambiai per te. Ero lontano dalla porta, a mia discolpa. Ma comunque completamente svalvolato, produttore autonomo di acido lisergico, amigdala fottuta. Stavolta eri tu. E io, sostanzialmente, muto.

Anche il 3 dicembre 1987 infine entrasti tu, cara mia fiamma dei tredici anni. E la storia si protrasse per gran parte di quel dicembre. Da un lato, non eravamo mai soli, col capannello di gente davanti a Bubble Bobble. Ergo, la nostra relazione mai iniziata non aveva modo di ricucirsi. Che grado di sfiga importante, cercare di ricucire qualcosa di mai iniziato, ma in fondo è una cosa simpatica, è quel fatto un po’ prima adolescenza mega goffa. Dall’altro lato, questa azione di gruppo per scoprire tutte le gioie e i misteri di Bubble Bobble era estremamente rilassante. I fantasmi che per mesi avevano ottenebrato la mia coscienza - i se fosse, i chissà con chi adesso sei chissà che cosa fai, i la fine è vicina - erano scoppiati come bolle al vento. L’ansia deformante della tua presenza non c’era più. 

E un giorno successe.

Chi per una ragione, chi per l’altra, se ne andarono tutti.

Tranne me e te. 

Il nostro primo doppio a Bubble Bobble - perché fino ad allora non avevo osato.

Durò tanto? Durò poco? Il suono del tuo respiro. Cercavo di carpirlo attraverso il tintinnio delle tazzine, le voci bercianti dei vèci, il profumo di caffè e sigarette così denso da limitare l’udito. Ma ero sincronizzato sul tuo respiro e sul veloce movimento delle tue mani sui pulsanti. Manipolare insieme la nostra partita a Bubble Bobble. Darle forma. Ognuno sul proprio set di controlli, ma insieme, simultaneamente. Sensazione di assaggiare il tuo ghiacciolo al mare e pensare che era un po’ come baciarti indirettamente. Qui invece era stringerti le mani indirettamente, ma… simultaneamente. Molto meglio della consolidata tecnica adolescenziale del gelato asincrono.

E fu il calore del momento. E uscimmo e ti portai in un negozio di giocattoli dove c’era il Sega Master System, con la scusa del Master System “per giocare gratis” ma poi c’erano le tastiere giocattolo e suonai la musica di Bubble Bobble e ti stupisti e dicesti “che bravo” ed era così stranamente privo di ego come cosa, ricevere i tuoi complimenti, intendo, o forse era solo che il livello di felicità era alto da oramai ore e in quella fase non sei più nemmeno agitato, non ci sono sobbalzi, e per la prima volta ti senti cool perché non fai il mona perché non sei agitato. E non sei agitato perché non serve e tutto fila liscio. In the zone.

“Conosco un posticino col Master System!”.

Fu come quella puntata natalizia di Lamù, quella dove ogni tensione magicamente spariva e non serviva altro. Non c’era il desiderio di niente di più. Cucire, ricucire, relazioni, futuro... Niente. Tutto quello che importava era là. Ecco, c’era un profumo di presente, di neve che sarebbe potuta arrivare, una lontana eco del profumo del tuo shampoo, sicuramente con dei draghetti saponosi sull’etichetta. Finalmente mi ero chiuso fuori dall’enorme teatrino mentale dove tutte le parti tocca farle a me (quello che sto facendo adesso, in effetti). Finalmente carezzavo l’impagabile sensazione di una giornata perfetta, che come tale deve finire e lasciare il posto all’orrore, che sia fatto di noia o di dolore.

Fischiettando Bubble Bobble tornai a casa che era già buio, ”e Natale è prossimo / e sarà bellissimo”.

Nota: questo testo è una drammatica espansione dei post 65, 66, 67 che pertengono ai 103 piccoli post su Fukio Mitsuji, chiaramente l’unica cosa che dovessi realmente scrivere nella vita. Se desiderate ardentemente capire perché siamo qui a parlare di Bubble Bobble dopo quarant’anni, mi sa che vi tocca (ri)leggere quello.

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