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Le ojou-sama amano svendersi al dio denaro

Le ojou-sama amano svendersi al dio denaro

A gennaio del 2020, in Giappone, la mangaka Eri Ejima ha iniziato la pubblicazione di Tai Ari Deshita. ~Ojou-sama wa Kakutou Game Nante Shinai~. Da bravo appassionato di manga (yuri) e fighting game, l’opera in questione è finita subito nella mia reading list e, dopo aver faticato un po’ per trovare delle scansioni decenti, ho iniziato a leggerla con un certo interesse. La trama era piuttosto semplice: alcune studentesse del prestigioso Istituto femminile Kuromi, frequentato unicamente da signorine di buona famiglia, iniziavano a frequentarsi dopo aver scoperto di essere legate dalla passione comune per i giochi di combattimento, per poi decidere di partecipare insieme al più grande torneo giapponese, in barba alle regole della scuola.

Il manga faceva parte del sempre più diffuso e popolare genere in cui delle ragazze carine “fanno cose” (bere alcolici, costruire mobili, produrre anime o videogiochi, dedicarsi al campeggio all’aperto, eccetera) e, come da tradizione, catturava il pubblico con l’efficace combinazione di un hobby più o meno di nicchia, una spruzzata di soft-yuri e un character design generico ma curato. Al di là dei motivi che mi hanno spinto ad avvicinarmi all’opera, una volta iniziata la lettura sono rimasto colpito dall’enorme passione di Eri Ejima per i picchiaduro, così grande da permetterle di inventare Iron Senpai, un gioco di combattimento fittizio liberamente ispirato a Street Fighter e ad altri celebri esponenti del genere.

Ecco un esempio dell’ottimo lavoro di Eri Ejima nella creazione di un picchiaduro fittizio con cui spiegare ai lettori e alle lettrici i concetti, base e avanzati, dei giochi di combattimento.

Volendo parlare di giochi di combattimento e dovendo mostrare delle schermate riconoscibili all’interno del proprio fumetto, la sensei Ejima ha creato un titolo “copyrightproof” pieno di rimandi a Street Fighter e ad altri picchiaduro storici. Leggendo il manga, fin dalle prime pagine emergono la passione e la competenza dell’autrice, sia per la scelta delle situazioni prese in esame, sia per la terminologia usata per spiegare ai profani la sacra arte dei fighting game.

Da questo sforzo artistico è nato un fumetto senza troppe pretese, capace di spiegare con una certa leggerezza alcune dinamiche tipiche tra gli appassionati di picchiaduro, con tanto di spunti di riflessione per comprendere un genere molto complesso e da molti ritenuto (erroneamente) inavvicinabile. L’aggiunta di un elemento tanto ricco e complicato all’interno di una storia tutto sommato di scarso spessore costituiva la parte più corposa dell’intero progetto, e sono certo che l’autrice sia stata felice di leggere i commenti positivi delle varie community di picchiaduro. Perché, allora, Capcom ha deciso di distruggerla?

Il video di annuncio del primo volume del manga, pubblicato nel lontano 2020.

Andiamo con ordine. Al momento dell’uscita del secondo volume di Tai Ari Deshita, Kadokawa annunciò l’approvazione di un adattamento animato dell’opera. La messa in onda era prevista per il 2025, ma l’intera produzione venne bloccata e rimandata al 2026 (oggi è possibile seguirla su Crunchyroll o nel Grande Blu dell’Internet). Per quale motivo l’anime ha subito un simile ritardo? È presto detto. Avendo intuito il potenziale dell’opera, Capcom (e altre aziende nel giro dei picchiaduro competitivi) ha stretto un accordo con le parti in causa per sostituire Street Fighter al franchise immaginario di Iron Senpai, trasformando Tai Ari Deshita in un’enorme marchetta animata. Negli anni sono stati pubblicati moltissimi anime con citazioni più o meno evidenti di videogiochi realmente in commercio, ma faccio fatica a ricordare altre operazioni sfacciate e sgraziate come questa. Se avete visto High Score Girl ricorderete la presenza di numerosi fighting game, 2D o 3D, come sfondo ludico al triangolo amoroso dei personaggi principali.

L’anime è la trasposizione del manga Hi Score Girl, di Rensuke Oshikiri, pubblicato in Giappone da Square Enix tra il 2010 e il 2018. In quel caso, nel fumetto venivano citati direttamente dei videogiochi esistenti. Dal momento che Square Enix non aveva chiesto il permesso alle rispettive case produttrici, nel 2014 venne denunciata da SNK per lo sfruttamento non autorizzato dei propri titoli, motivo per cui la serie animata venne blindata firmando accordi con tutte le aziende chiamate in causa. Rispetto a Tai Ari Deshita, quindi, Hi Score Girl sfruttava fin da subito dei videogiochi realmente esistenti. La grafica in pixel art dei titoli mostrati nell’anime, inoltre, si integrava senza problemi con la direzione artistica del progetto, senza creare uno stacco eccessivo durante la visione.

Mi ha colpito molto vedere le ragazze giocare su un notebook per il gaming. I personaggi degli anime giapponesi hanno SEMPRE giocato su console. Vedere una serie dedicata ai picchiaduro “sponsorizzare” un PC conferma le nuove preferenze per le piattaforme di riferimento.

Nell’anime di Tai Ari Deshita, invece, il picchiaduro fittizio frutto dell’impegno artistico dell’autrice è stato cancellato senza lasciare traccia, per essere sostituito da sequenze, spesso sparate a tutto schermo, tratte da Street Fighter 6, capitolo della saga Capcom dalla grafica fastidiosamente realistica. Lo stacco tra i disegni morbidi delle protagoniste e le anonime sequenze delle partite è artisticamente imbarazzante e visivamente fastidioso, così come la presenza costante di un product placement aggressivo.

Oltre a Capcom, infatti, molte altre aziende legate al settore dei giochi di combattimento hanno voluto lasciare il segno delle proprie zanne sul cadavere sfigurato dell’opera originale, aggiungendo loghi, riproduzioni dettagliate delle periferiche e tutto ciò che avrebbe potuto garantire un po’ di sana visibilità. Vale davvero la pena di appropriarsi in questo modo di un’opera originale? Certo, immagino che per l’autrice appassionata di giochi di combattimento sia stato un onore essere scelta direttamente da CAPCOM per diffondere il verbo di Street Fighter 6, ma è davvero così facile vendere il frutto delle proprie scelte artistiche per la realizzazione di un prodotto senz’anima?

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ai dieci anni di Persona 5 e al rientro scolastico, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

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