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L’evoluzione patriarcale delle kunoichi, da anonime maestre di spionaggio a procaci macchine da guerra

L’evoluzione patriarcale delle kunoichi, da anonime maestre di spionaggio a procaci macchine da guerra

Come un’ombra nella notte, torno sulle pagine virtuali di Outcast per condividere un pippone micidiale sulle donne ninja. Gomen! Ho proposto questo pezzo ad Andrea perché, da amante delle letali fanciulle dell’immaginario pop e da appassionato di storia giapponese, ho vissuto per anni un dualismo difficile da gestire.

Il tempo non è stato galantuomo con le kunoichi. Così com’è accaduto ai ninja, la cui figura si è trasformata attraversando strati sovrapposti di mitizzazione pop, anche la controparte femminile ha subito il medesimo trattamento, ulteriormente appesantito dalla visione distorta di una società a trazione maschile.

Chi erano, esattamente, le kunoichi? Gran parte di ciò che sappiamo arriva dalle pagine di Investigation of Japanese History, di Shisei Inagaki, dove viene raccontata la storia di Mochizuki Chiyome, una nobildonna (presumibilmente discendente diretta del clan Koga) che nel sedicesimo secolo venne incaricata di creare e addestrare una squadra di donne da sfruttare nelle operazioni di spionaggio.

Maki, l’allieva di Guy da Final Fight 2, è una kunoichi non convenzionale a partire dalle sue origini. È occidentale, indossa un paio di scarpe da ginnastica, ma combatte usando i tonfa. Considerando che molte armi ninja derivavano dagli strumenti agricoli, è un dettaglio stranamente calzante.

Takeda Shingen, colui che affidò l’incarico a Mochizuki, nonché uno dei daimyo coinvolti nella lotta per il controllo del Giappone, era tra i pochi uomini dell’epoca ad avere una buona considerazione delle donne, trattate spesso come semplici orpelli da sfoggiare, trofei di guerra o come incubatrici per i propri eredi.

In un paese dominato da uomini violenti ed egocentrici, non era raro che i potenti si circondassero di dame e concubine su cui scaricare i propri istinti. Basandosi su questo principio e sul fatto che le donne tendevano a ispirare maggiore fiducia, le kunoichi si infiltravano nella cerchia più stretta dei bersagli designati, a caccia di informazioni preziose o per eliminare persone scomode senza destare sospetti.

Mochizuki aprì la scuola alle orfane, alle vedove o alle donne povere, offrendo loro istruzione, addestramento e un luogo dove vivere. Era un modo per evitare di morire di stenti in strada, ma i rischi legati al lavoro erano enormi e il destino riservato alle donne scoperte nel bel mezzo di una missione era orribile.

Per portare a termine i loro compiti, dovevano spiccare il meno possibile. Studiavano a fondo le tecniche di lotta, la religione, le arti, la seduzione e l’uso dei veleni. Anche se apparentemente scollegate tra loro, ognuna delle discipline insegnate alle kunoichi aveva uno scopo.

Vestendo i panni delle sacerdotesse (miko), era possibile viaggiare senza accompagnatori e senza incorrere in controlli indesiderati, visto che l’esplorazione del mondo faceva parte del viaggio di crescita spirituale. In questo modo le spie potevano portare a termine scambi commerciali in cui era richiesta la massima segretezza.

Comportandosi come cortigiane o concubine, invece, avevano spesso modo di restare sole con i bersagli, strappando informazioni preziose nei momenti di intimità o eliminando le vittime sorprendendole nel sonno.

Come molte altre serie, Senran Kagura gioca fondendo l’idea pop delle kunoichi all’immagine delle studentesse. Il risultato è scoppiettante e pruriginoso (non ci credo! Ho usato “pruriginoso” in un articolo. Ben due volte!).

Pur avendo un fisico allenato e una profonda preparazione nelle arti marziali e nel combattimento corpo a corpo, le kunoichi cercavano di evitare gli scontri diretti. Per non essere scoperte tendevano a portare armi facili da nascondere, come le cerbottane (che potevano passare per semplici flauti), o i ventagli a cui veniva aggiunta una lama metallica.

Non a caso, quando con l’intento di sbarazzarsi di una potenziale minaccia politica e militare Oda Nobunaga attaccò i villaggi di Iga e Koga, gestiti dai rispettivi clan secondo una struttura ben più democratica di quella diffusa nel resto del Giappone, ebbe l’accortezza di costringere i ninja a combattere in campo aperto, mettendoli in una netta posizione di svantaggio e sterminandoli senza difficoltà.

Queste informazioni stridono non poco con l’immagine delle kunoichi tramandata dalla cultura pop. Tutte le combattenti letali che abbiamo visto nei giochi di combattimento si trovano sorprendentemente a proprio agio anche negli scontri più brutali e, per crudi motivi di design, sfoggiano costumi difficili da ignorare. La situazione migliora nei giochi stealth, come la saga di Tenchu, ma anche lì i personaggi femminili tendono a sfoggiare divise a metà tra l’accuratezza storica e la piccantezza del soft-porn.

Ayame indossa un costume molto simile a quello di Ibuki (Street Fighter III), che mette in mostra una dose generosa di pelle nuda per la gioia del pubblico maschile.

La riflessione che sto per condividere nasce da un difficile processo di autocritica e dalla decostruzione (tuttora in corso) di anni di patriarcato. Sono cresciuto assimilando ciò che gli anni Ottanta e Novanta mi hanno stampato a fuoco nel cervello, con un’infinità di strategie di intrattenimento, situazioni, pubblicità e formae mentis pensate dagli uomini per un pubblico di uomini.

Non sorprende, quindi, che le ninja sexy che popolavano gli anime, i manga e i videogiochi abbiano sempre esercitato su di me un fascino dirompente, al punto da trasformarsi con preoccupante regolarità nei miei personaggi preferiti.

Adoravo (e apprezzo ancora) il modo in cui artisti e sviluppatori caratterizzavano queste combattenti. La ricetta era quasi sempre la stessa: abiti succinti, biancheria intima di schrödinger, un seno prorompente (ma inspiegabilmente mai d’intralcio durante i combattimenti) e una vasta gamma di tecniche letali con cui fare a pezzi qualsiasi avversario, soprattutto negli scontri aperti.

In tanti anni di amore per ninja, samurai e kunoichi ho passato molte ore felici in compagnia di Mai Shiranui (Fatal Fury), Maki (Final Fight), Kasumi, Ayane (Dead or Alive), Taki (Soul Blade), Kunimitsu (Tekken), Hibana (Kunoichi/Nightshade), Ibuki (Street Fighter), Yuffie (Final Fantasy), gran parte del cast di Senran Kagura e mille altri personaggi analoghi, affascinato dagli stili di combattimento rapidi, acrobatici e altamente spettacolari.

Nella vita, però, presto o tardi arriva il momento di lucidità, quell’istante in cui il testosterone dell’adolescenza lascia spazio alla razionalità della vecchiaia, permettendo di organizzare i pensieri e di affrontare anni di bugie. Quando il desiderio di approfondire un argomento di cui si è appassionati permette di squarciare il velo che la società in cui viviamo ha steso accuratamente attorno a noi, la distanza tra la realtà e la narrazione che subiamo quotidianamente appare subito evidente.

A mia memoria, tra le kunoichi più riuscite nell’immaginario pop, pur con tutte le limitazioni del caso, c’è Kagero di Ninja Scroll, un anime diretto da Yoshiaki Kawajiri a cui sono molto legato. Kagero viene rappresentata con abiti poco appariscenti e caratterizzata da un’abilità nelle arti marziali appena sufficiente per uscire illesa dalle situazioni difficili. A renderla letale è la tossicità del suo corpo, dopo anni di esposizione ai veleni. Con un semplice bacio o qualche minuto di passione, la sensuale assassina può eliminare anche il più abile degli spadaccini.

Se non avete mai visto Ninja Scroll, recuperatelo al volo!

Altrettanto interessanti sono Meguro e Tanpopo, dal manga L’Immortale (Mugen no Junin) di Hiroaki Samura, personaggi secondari dotati di fascino, discrezione e di una notevole resistenza fisica, elemento che calza a pennello con le poche informazioni disponibili sui massacranti allenamenti a cui dovevano sottoporsi i ninja e le kunoichi per rafforzare il corpo e la mente.

Riusciremo mai ad avere delle kunoichi credibili e ben scritte all’interno dei prodotti Pop? Non ne ho idea, ma so per certo che non sarà facile scrollarsi di dosso l’immagine erroneamente spettacolarizzata a cui siamo stati esposti per anni.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ai ninja, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

Time Paradox! | Cover Story

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