Prison Break ha allungato il brodo fino all’inverosimile ma è comunque gustoso
Sarà che ormai il panorama delle serie televisive è eccessivamente saturo di prodotti scadenti che chiudono dopo una sola stagione, sarà che la formula dei ventidue episodi che caratterizzava la serialità anni Novanta e primi anni Duemila rendeva, secondo me, tutto più organico e coeso rispetto alle otto o dodici puntate delle serie odierne, ma oggi fatico veramente a trovare un prodotto televisivo che mi appassioni come le serie di quel periodo.
Prison Break, che compie la bellezza di vent’anni, fa parte di quelle serie che amo e a cui ho perdonato tutti i difetti perché non ho più trovato, dopo la sua prima conclusione nel 2009, nient’altro che abbia saputo coinvolgermi e appassionarmi allo stesso modo.
Parlare della serie creata da Paul T. Scheuring senza fare qualche spoiler non è, almeno per me, molto facile, quindi, se non l’avete guardata e volete farlo, fermatevi qui. Io vi ho avvisato eh.
Prison Break ha come protagonisti principali due fratelli, Michael Scofield e Lincoln Burrows, completamente diversi. Lincoln è uno sbandato dedito a piccoli crimini che, nonostante sia fondamentalmente una persona tutt’altro che cattiva, non riesce a stare lontano dai guai, tant’è che viene condannato alla pena di morte per l’assassinio del vicepresidente degli Stati Uniti, che tra le altre cose è anche il suo ex datore di lavoro. Michael è invece un brillante ingegnere edile, ha un’ottima istruzione ed è perfettamente inserito nella società. Convinto del fatto che il fratello sia stato incastrato, si fa rinchiudere nel penitenziario di Fox River, di cui è stato uno dei progettisti, per farlo evadere. Michael, come si scoprirà nel corso della prima serie, ha una mente estremamente geniale, conosce tutti i dettagli della prigione e arriva a farsi tatuare completamente la parte superiore del corpo come se fosse una minuziosa mappa che racchiude ogni passo del suo piano di evasione e di ciò che avverrà una volta superate le mura che circondano il penitenziario. Nonostante la trama orizzontale proceda a volte grazie a forzature e colpi di fortuna, Prison Break riesce in maniera veramente ottimale a coinvolgere lo spettatore grazie a una suspense e ad una tensione incredibili, concludendo, nella maggior parte dei casi, la puntata con un colpo di scena che ti fa attendere con ansia quella successiva per capire come si evolverà la vicenda. Azzeccatissimi anche i personaggi e i loro interpreti, nonostante siano un po' stereotipati, dal boss criminale John Abruzzi al maniaco T-Bag fino alla rude guardia carceraria Brad Bellick. La prima stagione fila via liscia senza annoiare mai, e se da un lato c’è la preparazione alla fuga da parte di Michael e soci, dall’altra ci sono le indagini dell’avvocato Veronica Donovan, ex fidanzata di Lincoln, che tenterà di scoprire la verità per scagionare il suo vecchio amore.
La seconda stagione, che in teoria avrebbe dovuto chiudere il tutto, è, se possibile, ancora più adrenalinica e coinvolgente della prima. I nostri sono fuori da Fox River, ma braccati come degli animali su più fronti, rendendosi conto che non sono per nulla liberi. Alex Mahone, interpretato da un ottimo William Fichtner che giganteggia per almeno due terzi degli episodi per carisma e bravura, è l’agente dell’FBI a capo delle indagini che ha il compito di arrestare gli evasi, e dà parecchio filo da torcere a Michael, risultando una sorta di doppelgänger del nostro ingegnere edile. Ha una mente acuta e brillante, prevedendo molto spesso le mosse di Michael, il cui arresto diventa una vera e propria ossessione per lui. Sulle tracce degli evasi si muove con decisione anche la Compagnia, una sorta di mega corporazione oscura legata alle maggiori multinazionali e al governo americano che manovra l’intero paese (una cosa che farebbe impazzire i complottisti di Internet di oggi) che ha incastrato Lincoln. Le basi sulle quali poggia la narrazione della seconda stagione (la fuga e il tentativo di ricostruirsi una nuova vita altrove) rendono più fluida la struttura dei ventidue episodi canonici, in cui vengono esplorati i background dei personaggi e il loro passato. Il ritmo è incessante e la tensione alta, non mancano le solite forzature qua e là ma tutto funziona ancora molto bene. Verso la fine della stagione tutto sembra chiudersi in maniera più o meno coerente quando Fox impone al creatore della serie di continuare e tutto va lentamente ma inesorabilmente a sbandare, come un’auto contromano guidata da un ubriaco.
La terza serie mostra già dalle prime puntate che tutto sembra tirato avanti a forza e senza una direzione ben precisa. Si ritorna alle origini, e nonostante l’ambientazione panamense abbia un certo fascino e sembri poter rendere il tutto comunque interessante, si va avanti un po' a tentoni, con una trama che procede vivendo alla giornata, personaggi nuovi che sanno di già visto, spesso piatti e senza una dimensione ben precisa. Lo sciopero degli sceneggiatori ha ridotto il numero delle puntate della stagione, chiudendo alla tredicesima, e tutto sommato è stato meglio così.
La quarta stagione, che doveva finalmente chiudere il tutto, è un po' un lungo ed enorme salto dello squalo. Il gruppo dei personaggi principali viene riunito per sconfiggere la Compagnia, e già la premessa è abbastanza cretina, ma lo sviluppo di tutta la stagione – i ventidue episodi classici più altri due per il finale – è un grosso e costante “meh”. La prima metà della stagione sembra, per scrittura degli episodi, un po' come quelle serie che tempo fa circolavano di notte su Italia Uno, roba per riempire il palinsesto notturno e che in altri orari nessuno avrebbe guardato. Michael è diventato una sorta di nuovo Mac Gyver, sa sempre come uscire da qualunque situazione e riesce a creare esplosivi usando il detersivo per i piatti (si, in un episodio lo fa davvero). La seconda metà della serie prova a rimescolare le carte facendo collaborare buoni e cattivi, i colpi di scena vanno oltre il ridicolo e il tutto sa di assurdo fino alla fine. Se poi ci aggiungiamo resurrezioni incredibili, redenzioni inutili per personaggi che da cattivi funzionavano bene e qualche scelta di casting sbagliata, la frittata è fatta. C’è da dire che comunque, al netto dei difetti e delle palesi incongruenze, la serie si lascia ancora guardare e per chi si è affezionato ai personaggi è difficile mollare prima della fine. Il tutto era stato chiuso abbastanza bene e in maniera definitiva, il doppio episodio finale, The Final Break, aveva un po' l’aria dello spiegone inutile e superfluo, ma tutto sommato ci stava.
Poi, si sa, gli anni passano, la voglia di riportare in vita show chiusi da un pezzo è diventata regola, gli attori tornano volentieri perché la loro carriera non ha propriamente preso la piega che speravano, e siccome nessuna serie è mai realmente conclusa, Prison Break è ritornato in scena nel 2017 con un revival (che in realtà è una vera e propria quinta stagione) che si porta dietro pregi e difetti della serie originale. Anche in questo caso, la fanno da padrone cospirazioni e fantapolitica, con Michael Scofield che, forte delle sue capacità e della sua genialità, è ormai il Deus Ex Machina della serie, mostrando anche il suo lato oscuro e manipolatorio. Se da un lato la serie risulta sempre coinvolgente ed appassionante, arriva al traguardo con un evidente debito d’ossigeno. L’essersi limitati a sole nove puntate rende il tutto abbastanza asciutto, ma i personaggi storici tornano in scena in maniera troppo forzata e in alcuni casi senza un vero e proprio senso, e tante cose non vengono spiegate o rimangono solo accennate. Però si lascia guardare, anche qui soprattutto per affetto verso l’opera originale.
Prison Break, quello originale, per fortuna o purtroppo, finisce qui. Wentworth Miller, interprete di Michael Scofield, ha declinato l’invito a partecipare alla sesta stagione, che si trovava in fase di sviluppo preliminare prima della cancellazione. Attualmente sono in corso le riprese del pilot di quello che dovrebbe essere non un reboot ma una sorta di spinoff della serie madre, ambientata bello stesso universo ma con personaggi del tutto nuovi.
Prison Break, nonostante la miriade di problemi e forzature che si è portata dietro dopo le prime due stagioni, è una serie, almeno secondo me, da guardare almeno una volta, sia per una scrittura che, soprattutto nelle fasi iniziali, sa coinvolgere ed appassionare come poche, sia per dei personaggi assolutamente memorabili. Nonostante i vent’anni sul groppone, non è invecchiata male.