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Le architetture imponenti (sono l’unica cosa che mi ricordo davvero) di Hybrid Heaven

Le architetture imponenti (sono l’unica cosa che mi ricordo davvero) di Hybrid Heaven

Hybrid Heaven è un gioco di ruolo d’azione pubblicato da Konami nel 1999 e sviluppato dalla sua divisione di Osaka, che poi sarebbe la stessa che ai tempi si occupava di ISS per Nintendo 64, quindi di quello da molti visto come lo sfigato fra i due giochi di calcio Konami, anche se per me era superiore (o comunque lo fu per un paio d’anni). Questa cosa è significativa perché se nel 1999 metti la firma su un gioco di fantascienza, pubblicato da Konami, che parla del futuro dell’umanità attraverso il filtro della spy story, andando ad ambientare il racconto nei magici iuessei e infilandone le propaggini fin dentro la Casa Bianca, che tu lo voglia o no, “da fuori” sembrerai un po’ inevitabilmente il Metal Gear Solid sfigato. Oltretutto le cronache dell’epoca ci raccontano che la gente di KCEO c’abbia provato intenzionalmente, gettando proprio un guanto di sfida a KCET. E che gli vuoi dire? Apprezzi l’ambizione del lanciarsi di faccia contro un treno in corsa senza avere manco a disposizione il CD-ROM.

Io Hybrid Heaven non è che me lo ricordi poi così bene, ma per qualche motivo ci sono affezionato. All’epoca lo recensii pure, affibbiandogli un 7.5 su Joypad, una fra le mie prime esperienze di pubblicazione su carta. Sono andato a recuperare quella recensione dal mio archivio polveroso e mamma mia che monnezza. Per carità, nel 1999 avevo ventidue anni, non è che potessi aspettarmi chissà cosa, ma è sempre agghiacciante tornare così indietro e confrontarsi con la mestizia. E no, non ho la minima intenzione di copincollarne degli stralci.

Ma in fondo che bello l’entusiasmo della gioventù e che bella la convinzione (?) che una rivista del genere avesse speranze concrete di successo. Che, voglio dire, già di base nel 1999 tirar fuori in Italia una rivista multiformato che si ispira nel taglio estetico a Edge è forse inquadrabile come suicidio rituale collettivo, ma se poi devo pensare che la qualità media dei testi di una rivista che se la menava da Edge fosse dalle parti di quel mio scritto, beh, mi viene da chiedermi che razza di droghe pesanti girassero nelle stanze dei bottoni della casa editrice. D’altro canto è anche possibile che gli altri scrivessero molto meglio e io fossi lì dentro per simpatia. Vai a sapere.

Che ci fanno quei tizi lì dentro? E chi se lo ricorda?

Comunque, Hybrid Heaven, in quel momento, si faceva notare, come detto, perché provava a portare su Nintendo 64 il feeling di quell’altro gioco là per PlayStation. Era un po’ un tema della console in quel periodo, il tentativo di portarci sopra roba da pleistescion. Tipo quei giochi di guida che facevano i Gran Turismo della situazione, ma senza riuscirci troppo. Hybrid Heaven lo faceva, però, scegliendo anche strade un po’ diverse, dato che si distaccava abbastanza dal taglio di Metal Gear Solid, proponendo quello che di fatto era un gioco di ruolo d’azione. Il gioco diretto da Yasuo Daikai alternava infatti fasi esplorative con cenni di sparatorie a veri e propri combattimenti da JRPG, che mescolavano movimento e azioni in tempo reale con un complesso sistema di menu e combo.

Che poi, insomma, anche il semplice fatto di essere un RPG su Nintendo 64 era un buon modo per farti notare, visto come erano andate le cose per il genere su quella console. Ma Hybrid Heaven aveva anche una bella componente narrativa, con una storia intrigante, una scrittura centrata e un’atmosfera stellare. O almeno questo sostenevo in maniera un po’ impacciata nella mia recensione d’epoca. La verità, però, è che io la storia di Hybrid Heaven mica me la ricordo, mentre per esempio, seppur a grandi linee, una vaga idea di cosa raccontasse il primo Metal Gear Solid ce l’ho in testa. Ci sarà un motivo? Vai a sapere! Certo, ammetto di non nutrire troppa fiducia nella capacità del me ventiduenne di valutare quanto fosse bella la componente narrativa di un videogioco. Posso però dire che curiosando in rete trovo un mix di gente che mi dà ragione e gente che trova le tematiche interessanti e i colpi di scena gagliardi ma tutto l’insieme un po’ goffo.

La descrizione che feci all’epoca del sistema di combattimento è semi-illeggibile ma riesce comunque a trasmettere la sensazione di un gheimplei intrigante, o quantomeno bizzarro.

Due cose, però, me le ricordo in maniera piuttosto chiara. Una è che Hybrid Heaven c’aveva atmosfera da vendere. M’aveva proprio sedotto, con quelle sue musichette un po’ strambe, quella sua narrazione tutta storta e quegli ambienti così bizzarri. E l’altra è che, appunto, gli ambienti avevano un fascino enorme, con questi luoghi sotterranei giganteschi abitati da piramidi e altre costruzioni fuori di testa, che si sviluppavano all’insegna di una verticalità fuori controllo. Era proprio la vastità, la maestosità di quei posti ad avermi colpito, mentre correvo al loro interno accompagnato dalla nebbia del Nintendo 64.

Quando il mondo dei videogiochi abbracciò completamente la terza dimensione, il senso di altezza, di vertigine, che certi ambienti riuscivano a darmi, ma anche di solidità degli ambienti stessi, divenne un mio pallino per qualche anno. E alcuni fra i videogiochi che più mi sono rimasti impressi di quel periodo l’hanno fatto anche per la loro capacità di spingere in quella direzione. Nella generazione PlayStation 2 l’avrebbero fatto le architetture imponenti di Ico. Nella generazione Xbox 360 ci avrebbero pensato i palazzi altissimi di Crackdown, e in particolare quel palazzo infinito al centro della città. Oggi è una dimostrazione di forza che magari mi lascia meno di stucco ma, quando fatta bene, riesce ancora ad emozionarmi. E nella generazione della prima PlayStation, la versione più netta di quella cosa lì mi arrivò appunto da Hybrid Heaven. Che è un gioco di cui ricordo pochissimo, ma che in fondo preferisco ricordare così. Con i miei occhi riempiti da quegli spazi tendenti al blu, nei quali correvo gironzolando sotto a una piramide altissima, sedotto dalla sua capacità di farmi immaginare un mondo lontano nel futuro.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata ai trent’anni del Nintendo 64, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

C'era una volta la Master League (e pare ci sia ancora, eh!)

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