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WeMod: Qual è il limite?

WeMod: Qual è il limite?

Ho scoperto WeMod, un programmino semplice semplice che ti permette, descrivo in breve, di plasmare quasi ogni videogioco a tuo piacimento. I parametri cambiano da gioco a gioco, ma in linea di massima elimini quello che non ti piace e ti tieni il resto. Per me è Natale, lo ammetto, per alcuni è invece il tradimento massimo della visione dell’autore. Non siamo qui per stabilire chi ha ragione.

L’ho scoperto perché cercavo, in un’estate pigra di nuove uscite, un modo per dare un’occhiata a Black Mith: Wukong. Mi interessava molto quello che vedevo a schermo, dal lancio, ma provandolo avevo capito di non avere alcuna voglia di cimentarmi con quel livello di sfida. Ho scoperto quindi questo programma con dieci milioni di utenti registrati (e ce ne sono altri completamente gratuiti, senza registrazione, come Cheat Engine, che è lecito credere facciano numeri anche più sostanziosi) che nessuno usa e di cui nessuno parla.

Nella mia vita ho giocato tanto, ma proprio tanto, e spesso ho dovuto sopportare scelte infelici, difficoltà forzate, compiti ingrati e interfacce ridicole, solo per poter godere della parte di videogioco di mio gradimento. Alcune volte quegli “errori” sono stati corretti con delle patch, altre modificate per accontentare gli utenti, in qualche caso gli autori si sono dimostrati irremovibili sulle proprie scelte. Appurato che l’esperienza modificata è diversa da quella del suo creatore, però, perché dovrebbe essere sbagliato trasformare il tutto in qualcosa che apprezziamo? Perché non giocare a Wukong è meglio che giocarci a modo mio, passarci delle belle ore apprezzandone la storia, le ambientazioni e la grafica? Perché i videogiochi per pochi sono meglio di quelli per tutti? Occhio, il videogioco per pochi non sta sparendo, è lì, al contrario avrebbe i soldi di altri per potersi finanziare anche quando non è marchiato From Software.

Vediamo se riesco meglio con gli esempi. L’interfaccia di Breath of The Wild è criminale, io dico proprio sbagliata, uccido Zelda se mi permetto di cucinare cinque crostate alle mele per volta? Se mi evito le cinque/sette ore che ho passato a raccogliere cristalli viola nel deserto osceno di Metroid Prime 4 (basterebbe un moltiplicatore di raccolta), non ho regalato qualche ora alla mia vita? Dobbiamo morire tutti, porca miseria, quelle ore ho il diritto di godermele tutte. Che senso ha appellarsi con le unghie e con i denti all’autore se Benson Russell ci spiega che la difficoltà del primo Uncharted era una scelta commerciale, non artistica, per allungare il brodo? Non nego l’arte nei videogiochi, ma di queste decisioni se ne prenderanno a milioni per ogni singolo prodotto che gira sui vostri hardware. Niente è solo arte, nemmeno la Cappella Sistina lo era.

Più difficile per me capire qual è il limite, quale la soglia da non scavallare. Non ho problemi a pasticciare con la difficoltà e l’esperienza, io, ma con l’estetica ho tanti dubbi in più. Forse perché a me quello interessa tanto nei videogiochi, l’aspetto turistico, e non ne voglio uno costruito ogni volta sui miei gusti. Senza visione di insieme, mi sembrerebbe un atto sacrilego andare a ritoccare anche solo un dialogo, ma è vero che il mio scarso inglese mi costringe a sopportare pure una pigra traduzione con IA. Non posso fissare alcun limite assoluto, per me i videogiochi hanno bisogno di abbracciare più pubblico possibile e ognuno deve potersi muovere a suo sentimento (magari senza nasconderlo come, lo dicono i numeri di questi programmi, fanno adesso), ma il vostro qual è?

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