Comincia la scuola media!
Esce oggi su IGN Italia una recensione che ho scritto dopo aver giocato al gioco in questione assieme a mia figlia, che ormai ci ha fatto l’abitudine al privilegio (?) di poter giocare a certe cose in anteprima e senza che si debbano portare avanti trattative famigliari perché i giochi costano. È un gioco molto bello, ci siamo divertiti un sacco, non mi dilungo perché, insomma, ho scritto tutto da quell’altra parte e oltretutto questo editoriale esce prima della recensione, che è sotto embargo ancora per qualche ora. Magari poi aggiorno il testo e infilo un link più preciso, dai. Nel frattempo prendo nota del fatto che il tempo passa e la maniera in cui è stata organizzata quest’ultima fetta della mia vita sta per iniziare a dissolversi, perché quel videogioco IRL chiamato “avere una figlia piccola” sta entrando nell’endgame. Sopravvivrò alla ormai prossima sparizione di quella creatura minuscola che m’è stata appiccicata dall’ottobre del 2015 fino a oggi? Riuscirò a elaborare, interiorizzare, sublimare tutto il cumulo di ansie, rimorsi, rimpianti, sensi di colpa, gioie, moti d’orgoglio, risate, abbracci, partite a Exploding Kittens, [inserire a piacere] accumulato nel corso di questi (quasi) undici anni? Vai a sapere.
Di sicuro, essere genitore è una di quelle cose che ti fanno venire voglia di avere un sistema di salvataggi nella vita reale, per poter tornare indietro e riprovarci sapendo già cosa fare, come comportarti, provando e riprovando a fare questa e quella cosa che continui a sbagliare ma che ci tieni troppo a completare uscendone con una valutazione di S, invece che con quell’orrida C che continui a prendere (quando va bene). Poi, insomma, io penso ai salvataggi, magari multipli e con tasto per il quicksave, perché in fondo sono un giocatore PC nell’anima, ma mi accontenterei anche di una bella serie di checkpoint piazzati in punti strategici, che ti permettessero di riprovare a ripetizione i momenti più importanti, a volte magari anche ammazzandoti apposta quando ti rendi conto che è andata male. Ma niente, non c’è niente da fare, tutti quei momenti in cui non sei riuscito a comportarti come avresti voluto, in cui l’istinto e l’esperienza ti hanno portato nella direzione opposta a quella che avevi pianificato studiando la mappa tattica prima del livello, lì stanno e lì restano. E non riesci a levarteli dalla testa, quegli obiettivi mancati, così come tutte quelle missioni opzionali che avresti potuto affrontare, che sapevi essere importanti e volevi considerare tali ma hai finito per lasciar perdere perché rapito da questa o quell’altra cosa luccicante di cui in realtà non te ne fregava nulla. E poco importa se di achievement ne hai sbloccati a centinaia, se hai passato tutto quel tempo assieme, se ti sei sfondato il ginocchio inseguendo lei e le amiche ai giardinetti, se le sei andato dietro per ore e ore un pomeriggio dietro l’altro, se ci sono centomila cose (importanti e futili) che hai trascurato per anni, se il DLC di The Last of Us è ancora lì che ti fa gli occhioni e ti chiede di giocarci. Poco importa, perché sulla schermata di pausa spiccano quei pochi achievement dimenticati, quegli errori, quelle cosette lasciate da parte, tutte quelle volte in cui non hai avuto tempo, in cui dovevi lavorare, in cui ti senti male sapendo che ti ha visto e/o subito al peggio dei tuoi umori e delle tue difficoltà, in cui tamburellavi sul laptop mentre lei giocava ai giardinetti chiedendoti di partecipare, tutte quelle cose che avresti voluto fare e non è mai stato il momento giusto, e poi ti sei distratto un attimo e un altro livello era passato, un’altra lunga serie di bonus che non hai raccolto era andata via e non tornerà più. Sono sempre gli errori e i rimpianti le cose che pesano di più, quando partono i titoli di coda e non riesci a concentrarti su tutti i risultati ottenuti.
È come se avere figli fosse una sorta di vita in miniatura, che riassume e comprime tutto quanto in una maniera esagerata e ingestibile. È come se fosse un tutorial importantissimo, più importante di tutto il resto del gioco, piazzato per qualche motivo troppo più avanti del dovuto ma allo stesso tempo troppo presto, perché per affrontarlo avresti avuto bisogno di un ulteriore tutorial che nessuno ti ha mai fatto. È un tutorial in cui fallisci a ripetizione, che completi a malapena e controvoglia, che ti perseguiterà per il resto dell’avventura e che rovina la partita della persona a cui hai deciso di regalare il gioco. E allora cerchi di rovinargliela il meno possibile, la partita, giocando in preda all’ansia, distrutto dal fatto che vorresti piazzare un perfect game e invece, davvero, la sfida è a rovinargliela il meno possibile.
E poi YOU DIED.
E con un salto logico degno dei campionati europei di atletica, tutto questo mi fa pensare che se mia figlia di anni ne ha dieci, ormai quasi undici, Outcast va sempre più vicino al portarsene sul groppone venti. Che è una roba senza senso. Sono abbastanza sicuro di non sbagliarmi se dico che sono stato dietro ad Outcast per più tempo di qualsiasi altra pubblicazione m’abbia visto scriverci sopra e/o parlarci dentro. Roba da matti! E si va avanti, con tra l’altro quella bizzarra energia di fine estate che ti fa (quasi) sempre pensare di avere le forze per fare di più, fare di meglio, abbondare e strafare, poi ti svegli col ginocchio dolorante e un debito di sonno significativo già al primo di settembre e scendi a patti con la realtà.
Siccome però non vorrei riscivolare nel chiedermi se di fronte al mondo che va sempre più a rotoli valga la pena di continuare a stare dietro a ‘sta roba, mi limito a scrivere che da oggi si riparte, con le dirette, i podcast, gli articoli. Abbiamo un po’ di roba da pubblicare, scritta da dei simpatici squinternati a cui nelle scorse settimane prudevano le mani, abbiamo un po’ di podcast da registrare, incluso il solito cumulo di cose che vorrei trovare il tempo di fare ma non ci riuscirò mai, e fra un paio di giorni si riparte anche con le Cover Story, dedicando il mese di settembre al rientro scolastico e ai dieci anni di Persona 5. Insomma, siamo qua. Se anche voi siete ancora qua, ottimo. Altrimenti, ottimo comunque, dai, non ci formalizziamo.
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