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Il fantasma degli anni Novanta

Il fantasma degli anni Novanta

Qualche giorno fa, riguardando Ghost – Fantasma (da qui in avanti soltanto Ghost, sì?) proprio mentre Wired spiava l’uscita di PlayStation 5 al Natale 2020, mi è capitato di riflettere sulle analogie che passano tra l’arrivo di un nuovo decennio e i primi mesi di una console. In entrambi i casi, il vento di novità si mescola con le braci del vicino passato, ancora belle attive, dando il la a una fumera dalle fragranze composte.

Si tratta di una considerazione totalmente ascientifica, sia chiaro, saltata fuori dall’osservazione di quella tendenza, tipicamente umana, a rubricare il tempo per stacchi netti e numeri tondi. Tuttavia, è anche vero che teoria e pratica finiscono spesso per influenzarsi reciprocamente, generando profezie che si autoavverano. Quindi, se da un lato, quando parliamo in termini generici di anni Ottanta e Novanta per definire un contesto, tendiamo inevitabilmente alla semplificazione, dall’altro è quasi inevitabile subire l’influenza dei numeri.

Questa rozzissima teoria calza abbastanza bene a Ghost, film uscito nel 1990 per la regia di Jerry Zucker, su sceneggiatura di Bruce Joel Rubin, e interpretato, tra gli altri, da Patrick Swayze e Demi Moore.

All’epoca, io avevo dodici anni, frequentavo le medie e ricordo perfettamente che il brano Unchained Melody, infilato a tradimento nella colonna sonora, era un must delle cassettine di limonare, a traino della celebre scena con Swayze e la Moore che facevano tutto quel casino con la creta. Scena, tra l’altro, che alla maniera dell’analoga in Titanic, col passare degli anni, ha finito per rappresentare il film nell’immaginario collettivo, mettendone in ombra altre qualità.

«Brufolazzi… ».

Per quanto Ghost sia un mix tra i generi più in voga in quegli anni, ossia il dramma romantico, il thriller finanziario à la Grisham e la commedia sovrannaturale - con una linea comica che si fa strada soprattutto attraverso l’interpretazione di Whoopi Goldberg - tocca dare merito a Zucker e Rubin di aver tirato su un lore fantasmagorico di tutto rispetto che, oltre a dare spessore al film, serve un paio di trovate al limite dell’horror.

Penso a quella faccenda delle ombre che si portano via le anime dei cattivi, che per quanto non giustifichi il paradiso lisergico e volemosebene riservato a quelle dei buoni, ha un suo perché. Così come hanno il loro perché la gestione della fisica terrena da parte dell’atro lato della barricata (sì, insomma, quello dei mortacci), raccontata attraverso il rapporto “Yoda/Luke” che si instaura tra il personaggio di Swayze e lo spettro della metro interpretato dal compianto Vincent Schiavelli; o l’assenza di buonismo nel mettere in scena la vendetta finale.

Poi, OK, ci sono anche un sacco di robe invecchiate male, su tutte il bacio tra Demi Moore e lo spettro di Swayze che passa per il corpo della Goldberg, con l’involontario sottotesto saffico-cringe che si porta dietro. Ciò nonostante, Ghost resta un film consapevole, sempre pronto a scherzare con i propri limiti e, soprattutto, con le aspettative dello spettatore, tipo quando inganna la morte durante la scena della finestra, finendo per citare Dirty Dancing, o quando ti nasconde dietro a un dialogo teso una confezione di cibo per gatti marca 9Lives. E faccio fatica a non pensare che Jackson, quando qualche anno dopo si è messo a fare Sospesi nel tempo, non avesse una parte del cervello sintonizzata su Ghost.

«Fare, o non fare! Non c'è provare!».

Ma per tornare alla considerazione in apertura di pezzo, a riguardarlo oggi, il film di Zucker non costituisce soltanto un crocevia di generi, ma anche di zeitgeist, situazioni, design, musiche, scenografie e attori. In Ghost, vediamo gli ultimi brandelli dello yuppismo anni Ottanta mescolarsi con la disillusione che avrebbe accompagnato il decennio successivo, facendo traspirare dappertutto un mix agrodolce. Traspira dagli interni, che alternano i parquet di ariosi open space con la moquette di uffici che paiono usciti da Wall Street. O dal make-up, laddove i colpi di phon della pettinatura di lui quasi stonano col morbido caschetto di lei, già proiettato verso il futuro, e di lì a poco imitato da milioni di ragazze e ragazzine in tutto il mondo. Da quelle di Non è la RAI fino alla vostra compagna di banco.

Sempre restando sul cast - e mettendo da parte il discorso Whoopy Goldberg, che è comunque nineties quanto un’insegna di Blockbuster - val la pena di notare come, in Ghost, la carriera ascendente di Demi Moore, classe 1962, intersecasse quella senz’altro ancora in salute, ma sicuramente già passata per l’apice, di Patrick Swayze, più vecchio della collega di dieci anni esatti.

Lui, ex ragazzo della 56ª strada, con quella faccia che pare uscita da un videoclip degli A-ha, si era imposto come uno fra gli attori più caratteristici degli anni Ottanta, grazie alla serie TV Nord e Sud ma soprattutto a cult giovanili come Dirty Dancing e Il duro del Road House.

«Con il groppo in gola e il cuore che batte... ».

Gli anni Novanta e, a seguire, i Duemila gli avrebbero riservato ancora del successo, ma non più quel genere di successo. Già nel 1993, in Point Break, Swayze passa da eroe a mentore/antagonista, lasciando a Keanu Reeves la parte che dieci anni prima avrebbero probabilmente affidato a lui. Mentre in Donnie Darko, uscito nel 2001 ma ambientato nel 1989, la sua faccia da archetipo postmoderno viene affibbiata a un personaggio che pare messo lì apposta per raccontare le idiosincrasie reaganiane.

Swayze ha continuato a recitare, pur con fortune alterne, fino alla prematura scomparsa avvenuta nel 2009. Forse, vai a sapere, se le cose fossero andate diversamente, Tarantino lo avrebbe ripescato per qualcuno dei suoi film, tipo C’era una volta… A Hollywood.

Venendo alla Moore, dal 1981 al 1989 aveva già collezionato un discreto numero di parti e comparsate, ma è stato Ghost a lanciarla definitivamente nello star system di altissimo profilo, permettendole di infilare ruoli da protagonista in film come Codice d’onore, Proposta indecente, Rivelazioni, Striptease e Soldato Jane, e di diventare un sex symbol degli anni Novanta.

«Fagli vedere che non e' un gioco, fagli capire quello che vuoi».

Infine, vale la pena di spendere una parola per il regista, Jerry Zucker, che fino a quel momento era noto soprattutto per le commedie demenziali scritte o dirette in seno al trio Zucker-Abrahams-Zucker, assieme al fratello David e a Jim Abrahams. Nel 1980 lo troviamo alla regia del cult L’aereo più pazzo del mondo, a cui seguono Top Secret e Per favore, ammazzatemi mia moglie. Ghost, per lui, rappresentò un discreto cambio di rotta, che lo avrebbe portato negli anni a venire ad allontanarsi parzialmente da genere della commedia, per produrre o dirigere film come Il primo cavaliere o Il profumo del mosto selvatico, pure loro “‘90s as fuck”.

Anche alla luce di questo, se qualcuno mi chiedesse di riempire una scatola dei ricordi a tema primi Novanta, non dico che Ghost sarebbe il primo della lista, ma neanche l’ultimo degli stronzi, e probabilmente lo imbusterei assieme ad Hanno ucciso l'Uomo Ragno.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a Luigi e ai fantasmi, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.

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