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Bubble Ghost, dalla Francia al Giappone | Racconti dall'ospizio

Bubble Ghost, dalla Francia al Giappone | Racconti dall'ospizio

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

Nel mesozoico, quando non c’erano i free-to-play, i saldi di steam e i giochi gratis di Epic Store, ricevere un gioco in regalo era un evento. I più fortunati ne ricevevano un paio all’anno e se li dovevano fare andar bene anche quando facevano schifo. C’era poi la categoria del regalo random, quello completamente fortuito, quando amici di famiglia o lontani parenti venivano in visita e portavano un regalo per il pargolo. A volte capitava di beccarsi i peggiori fondi di magazzino, in zona “Ammazza che mazza”, altre capitavano sorprese pregevoli.

Potrei raccontarvi di quando dei mezzi sconosciuti mi svoltarono un’estate regalandomi Penguin Land per Master System, ma la Cover Story è sulle cose del brivido, quindi vi parlerò di quando i miei genitori hanno regalato Bubble Ghost per Game Boy al mio migliore amico delle elementari. Io, ai tempi, non avevo il portatile Nintendo (avevo quel taroccone bruttobellissimo del GIG Gamate), quindi non vedevo l’ora di giocarci quando andavo a casa sua, dopo i compiti. Già ai tempi, dall’alto del mio Mega Drive, non apprezzavo alcuni giochi del Game Boy, a mio avviso poco giocabili e soprattutto poco visibili. Con Bubble Ghost, però, fu amore a prima vista.

Partiva con una musichina che citava furbescamente gli Acchiappafantasmi, per poi aprirsi in un gameplay semplice, leggibilissimo, a stanze. Sei un fantasma che deve soffiare e spingere una bolla nelle varie stanze di una casa, evitando trappole e insidie assortite e bestemmiando sotto i baffi (ma non hai i baffi). La grafica era splendida, chiara e con un character design giapponese da strappare il cuore, mentre il gameplay era spartano, sincero e a tratti surreale, come quello dei platform europei di epoca C64 e Spectrum. Ai tempi non lo sapevo, ma c’era un motivo preciso per questo strano accostamento.

Bubble Ghost fu programmato per Atari ST da Christophe Andreani per ERE Informatique, che venne poi comprata da Infogrames, che si mangiò il topo, che cedette i diritti a Pony Canyon, colosso giapponese del broadcasting, che commissionò una conversione per Game Boy che tornò di rimbalzo anche in Europa. Il risultato? La stessa idea di gameplay dell’originale, lo stesso level design, ma un sistema di controllo dalla croccantezza nipponica, assolutamente perfetto per il contesto portatile. Io e il mio amico Francesco abbiamo passato interi pomeriggi a imparare i segreti del gioco, passandoci il Game Boy e giocando una vita a testa, finché non l’abbiamo finito. Sono momenti in cui parte la musica della pubblicità e ti versi un amaro. Chissà perché, ma tutti i miei ricordi più cari con il gioco in multiplayer sono così, con giochi single player condivisi fraternamente con compagni di infanzia.

Se non avete mai giocato a Bubble Ghost, vi consiglio caldamente di recuperarlo. Nella scala KENOBIT-PITALE™, che valuta il valore dei giochi per Game Boy in base a quanto sono adatti ad essere fruiti sul cesso, Bubble Ghost merita quattro tubetti di crema anti-emorroidi su cinque. Ad ogni partita si impara a superare una stanza in più e nel giro di un paio di settimane si impara a finire tutto d’un fiato. Ci sono giochi per Game Boy che oggi risultano ostici o poco godibili, ma Bubble Ghost ha retto con stile alle ingiurie del tempo. Godetevelo su Game Boy vero, godetevelo su emulatore, godetevelo come volete.

Ricordatevi solo di tirare l’acqua.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a Luigi e ai fantasmi, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.

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