Spy vs Spy e il germe dell’immersive sim
Spy vs. Spy è una striscia a fumetti pubblicata negli iuessei all’interno della rivista Mad. Al centro della striscia ci sono due spie, una bianca e una nera, dal design stilizzatissimo, fra testa a triangolo e indumenti stereotipati. Ideata da Antonio Prohas nel 1961 come parodia della Guerra Fredda, la striscia vede le due spie costantemente impegnate a combattersi per mezzo di trappoloni sempre più improbabili. Passata negli anni per mano di svariati autori, la striscia prosegue imperterrita ancora oggi e nel frattempo ha dato vita a un piccolo impero di merchandise, fra gadget, magliette, spin-off, trasposizioni animate e videogiochi.
Il videogioco di Spy vs. Spy fa il suo esordio su Commodore 64 nel 1984, per mano di Mike Riedel, e viene velocemente convertito su circa centosessantamila piattaforme, come da standard dell’epoca. Il gioco è semplice, ma irresistibile: le due spie si affrontano attraverso uno schermo diviso in orizzontale, impegnate a rovistare fra i meandri di un edificio per recuperare una serie di oggetti importanti, per poi fuggire verso l’aeroporto prima dell’avversario. Oltre ad avere l’opzione di menarsi con l’antagonista, le due spie possono seminare lo stabile di trappole assortite, infilandole nei mobili o applicandole alle porte. Se l’avversario rovista in quel mobile o apre quella porta, si ritrova fatto fuori da meccanismi degni di Wile E. Coyote. Aggiungiamoci un po’ di costrizioni, dal numero limitato di trappole al fatto che scattano anche se le attiva chi le ha piazzate, e ne viene fuori un gioco divertentissimo, super teso, delirante, che non a caso riscuote un buon successo e gode nel tempo di seguiti e remake.
Ecco, per me, da ragazzino, Spy vs Spy era un’entità semi-inesistente. La memoria mi tradisce spesso e mi condanna a svariati buchi neri, quindi m’è difficile aver certezze, ma sono abbastanza convinto che la mia prima esperienza con queste due spie psicopatiche sia arrivata grazie alla versione del videogioco uscita su Sega Master System. Ho una vaga idea di esser poi capitato su qualche striscia a fumetti e sul cartone animato in TV, ma entrambe le cose sono sicuramente successive. Per me, Spy vs Spy era quel videogioco fantastico e tutto matto, che c’aveva un po’ quel gusto da Mamma ho perso l’aereo. Che poi, oh, anche lì, ma chi se lo ricorda se ho visto Mamma ho perso l’aereo prima o dopo di aver giocato e rigiocato a Spy vs Spy sul Master System? Io non me lo ricordo di sicuro. Per altro, a guardare le date di uscita separate di qualche anno, è probabile che il film l’abbia visto dopo. Quindi anche Mamma ho perso l’aereo m’è sembrato una copia di Spy vs Spy? Può essere.
Comunque, i miei ricordi di quel gioco sono concreti, solidi, ma allo stesso tempo vaghi e sparsi. Ricordo che mi affascinava tantissimo, anche se mi indisponeva un po’ la sua natura sostanzialmente multiplayer. Intendiamoci, avevo amici che mi venivano a trovare a casa e con cui potevamo passare il tempo seppellendoci di trappole, ma giocavo tantissimo da solo e preferivo esperienze pensate per il single player. Eppure Spy vs. Spy aveva qualcosa che mi accalappiava e mi faceva venire voglia di tornarci costantemente su, anche se richiedeva una capacità di pianificazione tattica forse un po’ troppo sofisticata per il me ragazzino, bravo più che altro a far saltare per aria cose in giochi dalla natura arcade. Però era divertente, e ho ricordi chiarissimi di sessioni con amici in cui ci si ammazzava dal ridere pigliandosi a trappolate sui denti.
Ma a ripensarci oggi, mi viene in mente un collegamento forse un po’ ardito, ma che trovo tutto sommato sensato. Spy vs. Spy mi sembra in un certo senso un mezzo antenato degli immersive sim, e in particolare di come a me piace spesso affrontare quei giochi: studiando l’ambiente, imparando a conoscerne accessi, punti di fuga, imbuti, configurazione tattica, e riempiendolo di trappoloni. Penso per esempio al secondo BioShock, che m’ha divertito così tanto nelle sequenze in cui aspetti le Big Sisters preparando il campo per lo scontro, o a Prey, in cui passavo tutto il tempo a (rovistare nei cassetti e) riempire di torrette, spuma bianca, ammenicoli e trappole i luoghi per poi attirare gli alieni maledetti nel punto giusto e farli a fette senza rischiare mai davvero la pellaccia.
Ovviamente Spy vs. Spy era un gioco molto più limitato, costretto, e non aveva l’ambizione e il senso di esplorazione che arriverà con i “veri” antenati degli immersive sim, direi identificabili con i due Ultima Underworld, ma in qualche modo ci vedo uno spirito affine, un’idea di gioco che, anche grazie al suo essere studiata in ottica multiplayer, si basa non tanto su una struttura fissa da affrontare in modo lineare ma su un campo da gioco libero, lasciato allo studio, all’inventiva e al caos generato dai giocatori. Immagino anche che le lenti rosa della nostalgia me lo rendano molto più ricco di opzioni e opportunità rispetto a quanto lo scoprirei essere se ci rigiocassi oggi, ma non è rilevante. Quel che conta è che in qualche modo, quarant’anni fa o giù di lì, pur essendo un gioco che mi divertiva e mi affascinava ma non riusciva davvero ad accalappiarmi fino in fondo, Spy vs. Spy mi ha provocato le stesse sensazioni che venti, trenta, quarant’anni dopo o giù di lì mi sarebbero state regalate da alcuni fra i miei giochi preferiti di sempre. Anche se quarant’anni fa (o giù di lì) non me ne rendevo ancora conto. E per questo gli voglio bene.
Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a 007 e in generale alle spy story, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.




