Acquisto solo offerte ma spendo dieci volte rispetto alla media. E forse vale anche per te.
Sono un appassionato atipico. Mi fregio di essere, o meglio mi penso come, un T-Rex del videogioco: braccino corto e sensi all’erta, sempre pronto ad approfittare dell’offerta del momento, raramente tentato dalle sirene della novità.
Non compro quasi mai un gioco all’uscita. Nel mondo di oggi, spendere da 60 a 80 €, quando lo stesso prodotto tra qualche mese si troverà alla metà, mi blocca. E allora mi lancio sul buffet delle offerte: titoli indie di qualche anno fa acquistati tra i 2 e i 10 €, affari su Ebay o Vinted a massimo 20 bigliettoni. Ma mi fa davvero bene? Perché così accumulo, accumulo e ancora accumulo. E a volte, ravanando nel sottobosco dei prezzi stracciati, pure la qualità non è che sia proprio da vette del Metacritic.
Una rara banconota preistorica raffigurante un tirannosauro. Che combatte con un triceratopo. Che forse rappresenta l’inflazione.
Scrissi a inizio anno che il mio backlog nel 2025 era calato ma non in maniera sensibile. In questo 2026 le cose stanno andando decisamente peggio, sta crescendo. E quindi il mio essere T- Rex dove mi porta? Quanto questo vivere nel passato recente videoludico preserva il mio portafoglio? O forse mi rende solo un altro tipo di spendaccione, un accumulatore in perenne ritardo sulle nuove mode, il bimbo che al campetto non può parlare delle novità perché vive di esperienze di seconda mano?
Che poi tutto questo ha un contraltare demenziale: come ho già confessato, sono un collezionista. I soldi che penso di risparmiare sul gioco AAA all’uscita li spendo in edizione fisiche di titoli minori, addobbate con paccottiglia di dubbia qualità e di certa inutilità o in scatole da museo il cui contenuto mai più verrà caricato sulla macchina originale di destinazione.
Gli appassionati possono abitare molte categorie: ci sono i golosi dei servizi online, che attendono le uscite su Plus o Game Pass facendosi trasportare dai rispettivi curatori, scoprendo magari gusti nuovi; ci sono le prime linee in trincea, occhio vigile e carta di credito tra i denti, pronti ad assaltare la nuova uscita; ci sono gli accumulatori seriali di offerte con migliaia di titoli parcheggiati su Steam; gli adoratori del sottobosco indie, che se non lo famo strano e sotto i 20 € non sublimano. E tutte le sfumature che le intersezioni tra queste categorie possono generare. Tutti accomunati da un comune denominatore: spendere decisamente più della media in quello che è IL, o UNO dei, loro hobby di riferimento.
Dove stia io già ve l’ho detto, pur avendo attraversato alcune delle lande di mezzo sopra descritte, lasciando pecunia in mercatini veri o virtuali, su titoli vecchi e nuovi, a prezzo pieno o pescati dal cestone, sempre con il sospetto di sovvenzionare l’industria più di quanto sarebbe sano per un membro della classe media, alla fine mi trovo a essere uno spendaccione retrogrado. Ma quanto depaupero? Così l’ho fatta la prova, ho preso il 2025 e questi mesi del 2026 come indicatore. Indicatore non perfetto poiché in realtà da qualche tempo, complice il backlog di cui sopra, ho smesso di comprare indiscriminatamente cagate indie a basso prezzo. Ciononostante, quello che ho scoperto è quasi imbarazzante. Ho speso mensilmente circa 150 € (uso il mese quale unità di misura perché moltiplicare per l’annualità restituisce un numero un po’ vergognoso). Qual era quel vecchio meme secondo cui per un hobby la persona media spende 250 € all’anno? Ecco, ci siamo capiti.
Di fronte a certe dimostrazioni di bruta opulenza mi sento quasi sollevato
Ma quanto spende davvero l'appassionato medio?
Visto che qui si parla di autoflagellazione economica su base statistica, è giusto fare un po' di conti con i numeri ufficiali, senza fidarsi solo del meme dei 250 €.
In Italia, secondo il report I videogiochi in Italia nel 2025 firmato da IIDEA (l'associazione di categoria del settore) e realizzato da Ipsos, il mercato nazionale del gaming vale circa 2,386 miliardi di euro, in leggero calo rispetto ai 2,407 miliardi del 2024. Di questa cifra, il 77% arriva dal software (circa 1,836 miliardi), mentre il restante 23% dall'hardware — e quasi la metà della spesa software finisce nelle microtransazioni mobile. I videogiocatori italiani censiti nel 2025 sono 14,2 milioni, cioè il 29% della popolazione tra i 6 e i 75 anni. Fate voi la divisione tra torta e commensali: il risultato, calcolato per il 2024 su dati IIDEA da un'analisi indipendente, si aggirava intorno ai 169 € di spesa media annua a testa — un dato un po’ tagliato con l’accetta, poiché include anche chi gioca una volta al mese e probabilmente non spende un centesimo.
A livello globale, i numeri sono ancora più impietosi verso chi si crede un moderato. Secondo le stime dell'analista di mercato Newzoo, più della metà dei giocatori nel mondo (56%) non spende nulla in videogiochi, mentre chi invece paga arriva in media a circa 119 dollari l'anno. Tradotto: il settore vive di una minoranza di paganti che finanzia l'accesso gratuito di tutti gli altri — circa 1,6 miliardi di persone su una base complessiva di 3,5 miliardi.
Ora, i numeri sopra sono da prendere con le pinze, perché riferiti a contesti troppo ampi (mobile, PC, console, tutto buttato in un unico calderone) e perché io sono un cazzaro con poca voglia di andarli a spulciare nel dettaglio, ma vi danno, spannometricamente un’idea. Quello che però certificano è che, messi in fila, sgonfiano un po’ il mio T-Rex interiore: se anche il "giocatore pagante medio" a livello mondiale si ferma a poco più di 100 € l'anno e la media italiana (pur diluita su tutti i profili di giocatore) sta intorno ai 170 €, i miei 150 € al mese non sono esattamente la dieta di un frugale braccino corto. Sono più quelli di un T-Rex che si racconta di essere a dieta mentre svuota il frigo di notte.
Se vi va di condividere il vostro livello di svenamento, la redazione di Outcast.it vi assicura l'anonimato.




